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ZATOICHI (ZATOICHI). Regia di Takeshi Kitano

Takeshi Kitano ci ha abituato alle stranezze e non ha certo intenzione di smentirsi nel suo ultimo film. Zatoichi racconta una storia ambientata nell’epoca dei samurai, piuttosto classica a chi è avvezzo a racconti o fumetti del genere.
L’eroe misterioso e sopra le righe che vive in un incognito ruolo al margine della società e il cui nome, una volta rivelato, richiama un passato di grandezza (e in questo caso persino cieco e che ci propone un inedito Beat Takeshi biondo platino). Il tema della vendetta e del potere corrotto. Insomma la trama non appare sconvolgente e persino molte situazioni hanno un sapore classico e niente che voglia mostrarci l’illusione del contrario.
Il godimento del film non ne viene però assolutamente intaccato. Così come non ne risente anche quando la finzione si palesa a più momento. Gli effetti speciali, sangue e spade sono spesso realizzati con la computer graphic, si mostrano in maniera palese; la musica, che in alcuni passaggi viene dettata e costruita da personaggi sullo sfondo, zappatori e lavoratori nell’esercizio dei loro mestieri. Insomma in fin dei conti a ben guardare non siamo tanto lontani da un palco di teatro tradizionale, così come era già successo in Dolls. Ma mentre là la dichiarazione ne veniva palesata nell’intro del film, qui lo percorre trasversalmente, in numerosi giochi e rimandi, finzioni nelle finzioni e apparenze ingannate.
Personaggi che recitano e si fingono cose che non sono. Un gioco che regge fino al finale e che trova massima espressione alla festa nel passaggio finale, uno spettacolo nello spettacolo dove improvvisamente il film sembra quasi volersi tingere di musical. Il ritmo è l’etichetta Kitano per eccellenza, leziosamente lento per concitarsi nell’azione cruenta e gore. I personaggi sono caricati, bizzarri, quasi ma senza mai diventare macchiette.
Notevoli gli interpreti, come sempre fantastico e carismatico il nostro attore-regista.
Il fascino del film è stravagante, forse non affascinante per tutti i palati che si troveranno ad assaggiarlo. Ma parecchi saranno, come quelli cui normalmente piace il sapore Kitano non si sentiranno certo traditi, che ne saranno anzi deliziati.

© Paolo Ferrara 2003 - per gentile concessione dell'autore

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