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ZABRISKIE
POINT (1970, MGM)
Heart
Beat, Pig Meat - Pink Floyd
Brother Mary - The Kaleidoscope
Excerpt from Dark Star -
The Grateful Dead
Crumbling Land - Pink Floyd
Tennessee Waltz - Patti Page
Sugar Babe - The Youngbloods
Love Scene - Jerry Garcia and The Grateful Dead
I Wish I Was A Single Girl Again - Roscoe Holcomb
Mickey's Tune -
The Kaleidoscope
Dance of Death - John Fahey
Come In Number 51, Your Time Is Up - Pink Floyd
articolo
di David Fricke sul sito della Rhino
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ZABRISKIE POINT (1971). Regia di Michelangelo Antonioni; (Usa, 1970);
Sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Fred Gardner, Tonino Guerra,
Sam Sheppard, Clare Peploe. Fotografia: Alfio Contini; Scenografia.:
Dean Tavularis; Musiche: Pink Floyd, Kaleidoscope, Jerry Garcia;
Montaggio: Franco Arcalli. Interpreti: Mark Frechette (Mark), Daria
Halprin (Daria), Paul Fix , Bill Garaway, G. D. Spradlin, Kethleen
Cleaver, Rod Taylor. Produttore: Carlo Ponti per MGM.
ZABRISKIE POINT: UN DOLCE BAGNO NELLA PSICHEDELIA
E POI... APOCALISSE E FOLLIA
- Riflessioni sul capolavoro "lisergico" firmato Michelangelo
Antonioni
La prima volta che vidi Zabriskie Point ricordo promisi alla
mia mente che non avrebbe dimenticato tanto facilmente. Ero perfettamente
conscio si sarebbe trattato di un esperienza al di fuori di ogni
schema, oltre i piu' prevedibili concetti cinematografici.
Zabriskie Point e' opera di genio indiscusso, un Michelangelo
Antonioni al suo zenith di percezione creativa; le forme astratte
e perfettamente, idealmente complementari alla delirante, tagliente
colonna sonora musicale, rappresentano lo specchio delle visioni
contorte e affascinanti del grande regista ferrarese.
Con Antonioni il cinema acquista una dimensione inedita, affatto
semplice da comprendere a una prima visione: si notera', in piu'
di una circostanza, di come non esistano fondamenti di sceneggiatura
o protagonisti che rubino la scena tramite invadenti forme di narcisismo
recitativo (il vocabolo "primadonna", cosi' come fu per
Kubrick, non sembra essere mai appartenuto alle pretese artistiche
di Antonioni). Uno dei grandi meriti attribuibili ad Antonioni e'
l'aver saputo coniugare il concetto astratto, simbolico e debordante
della psichedelia britannica dei tardi anni '60 a immagini e tematiche
che fossero la perfetta
rappresentazione delle proprie visioni spazianti in un ipotetico
universo parallelo.
Zabriskie Point e' il trionfo assoluto di questa inusuale,
assolutamente magnetica sinergia: sognante e cinico al tempo stesso,
utopico ma contemporaneamente cupo e tragicamente futuristico, un
futuro che non sembra offrire spazio ai sentimenti delle nuove generazioni
a venire. Predicatore di angoscia e senso di soffocante vuoto che
ha come massima espressione il sadismo ed egoismo tipici dell'uomo
in perenne fase di auto-distruzione. Nichilista, dunque. Ed anarchico.
Anarchico come il Mark Frechette interprete della pellicola:
un condensato di cinismo, trasgressione, disprezzo del bigottismo
allora
fortemente osteggiato e "stuprato" dai giovani contestatori
sessantottini. Poi l'incontro fatale: Daria, una ragazza anche lei
stanca e spossata dall'obsolenza della cosiddetta societa' consumistisca,
desiderosa di avventurarsi in nuovi territori. La assai ben nota
scena d'amore a meta' del film e' quanto di piu' "lisergico"
si possa immaginare: una Valle della Morte prodigiosamente tramutatasi
in un idilliaco, iper-utopico astratto Eden, dove ai corpi in stato
di completa simbiosi ed estasi si sovrappongono, quasi fossero angeli
scesi dal cielo (ipotizzabile anche come Valle della Morte = Cielo/Eden),
e avessero ubbidito solennemente a un ordine di Dio l'onnipotente:
accoppiarsi, essere felici, complementarsi l'un con l'altro ma senza
rumore o bisbiglio alcuno, nel
rispetto del massimo silenzio udibile, altre decine di immaginarie
coppie: i corpi progressivamente si moltiplicano, e fanno l'amore
indisturbati, incuranti di cosa vi sia sopra o sotto di loro: il
ritratto che si ha di questo imperdibile momento cinematografico
e' sontuosamente sottolineato dalla calda, garbata, insinuante,
memorabile chitarra di Jerry Garcia (leader carismatico e
compositore dei Grateful Dead, altro monumento della psichedelia
anni '60): poche, pochissime sono le circostanze nelle quali musica
e immagini hanno trovato collocazione e condizione spazio-temporale
piu' indicati. In breve: uno degli highlights visivo-cinematografici
del XX° Secolo.
In netta contrapposizione con la suddetta scena, e' l'apocalisse
che si scatenera' nella convulsa, concitatissima parte finale della
pellicola: secondo la personalissima visione del mondo di Antonioni,
l'uomo e' destinato a scomparire e a non lasciare piu' alcuna traccia
di se'; niente piu' amore, niente piu' idillio, niente piu' Eden,
tanto sognato ma solamente sfiorato per pochi, apparentemente eterni,
secondi di illusione alimentati, "fermentati" da sogni
ora bruscamente, selvaggiamente troncati dallo spietato egoismo
di un uomo sempre piu' avido e tronfio di se stesso, incapace di
riconoscere i limiti di un'esistenza nichilista e per cio' inquinante
l'ecosistema umano-ambientale all'interno del quale vive. E "fotografia"
migliore non poteva che tradursi in una terrificante, assordante,
lunga esplosione, esplosione ai danni di quel benessere che l'uomo
stesso ha creato e imposto su madre natura: sinonimo di suprema
arroganza e generale incivilta', un excursus sulle reali,
accertate "non-qualita'" da parte di una moltitudine di
individui resi schiavi dal Dio Denaro. Le urla belluine, al limite
della cacofonia, da parte di un ultra-isterico Roger Waters,
che sembra "esplodere" insieme alle sfarzose ville sulla
roccia, nella scena finale di Zabriskie, contrappuntano con maniacale
perfezione questo stato di infinita debolezza e resa incondizionata
da parte dell'essere umano, senza che egli abbia la benche' minima
possibilita' di reazione emotiva; anzi, miseramente, pateticamente
destinato a osservare la propria indiscussa megalomania sbriciolarsi
inesorabilmente, implacabilmente, mentre noi tutti veniamo travolti,
corrosi e polverizzati da un diluvio universale fatto di morte e
distruzione. Cosi' come, parallelamente, viene distrutto l'idillio
lisergico-amoroso di Daria e Mark, quest'ultimo vittima della sua
stessa, sconsideratamente folle anarchia: verra' ucciso dallo stesso
potere al quale si era ribellato, ponendo fine a un gesto da eterno
immaturo che in non pochi, all'epoca, avrebbero riconosciuto come
"dannatamente spregiudicato ma terribilmente giusto...anzi,
giustissimo!!...".
La polizia, cioe' il potere, si riappropria di quella autoritarieta'
ed ordine che erano state, sebbene solo per qualche attimo, messe
in grave discussione dal libero pensiero di un anarchico non-contestatore,
individuo al di fuori di ogni immaginabile schema. Oltraggiosamente
incapace di inserirsi appieno nei meandri di una societa' colma
di insulsaggini e inutili propagande pubblicitarie, inneggianti
al piu' bieco dei principi consumistici. Mark verra' barbaramente
ucciso, senza che abbia avuto la possibilita' di dichiarare la propria
colpevolezza: ucciso da una realta' che non sa aspettare e che intende
correre troppo in fretta, e che, di conseguenza, UCCIDE, con eccessiva,
ingiustificabita fretta.
Le lacrime di Daria completeranno il processo di annientamento dell'utopia,
culminante con l'apocalisse finale, in un susseguirsi di ville (sinonimo
di benessere) fatte saltare in aria da chissa' quale volonta' superiore.
Un finale cupo e spettrale: Antonioni lancia gli strali contro l'uomo
e la sua innata presunzione, senza permettergli sguardi verso un
futuro che poco prima
si era auspicato migliore. Lo spietato, ultra-drammatico cinismo
del grande cineasta trova in questo personale spaccato da "fine-del-mondo"
il suo massimo compimento; un pensiero e un modo di intendere l'esistenza
tanto destabilizzante e agghiacciante quanto le corde vocali di
Waters scartavetrate, corrose dalle sue urla primal-scream.
D'altronde l'impatto nei film di Antonioni ha sempre costituito
l'epicentro delle sue produzioni nonche' un tangibile
marchio della sua filosofia esistenziale: rimanere indifferenti
alle magmatiche e al contempo ellittiche allusioni visivo-lisergiche
all'interno di Zabriskie Point sarebbe come ammettere di
non possedere dentro di noi una materia grigia pensante o un cuore
che sia in grado poter esprimere i nostri sentimenti, nel bene e
nel male.
©
2003 Alan Tasselli - per gentile concessione dell'autore
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