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WINDTALKERS (id.), regia di John Woo, con Nicholas Cage, Adam Beach, Peter Stormare, Frances O’Connor, Noah Emmerich, Roger Willie; produzione: USA; anno: 2002; distribuzione: 01; giudizio: **

Durante la Seconda Guerra Mondiale, le truppe americane nel Pacifico subirono alcune sconfitte grazie al fatto che i giapponesi avevano scoperto come decodificare i loro messaggi radio. Dopo la battaglia delle Solomon del 1943, furono introdotte le figure dei “windtalkers”.
Si trattava di indiani navajos - arruolatisi volontariamente nell’esercito degli Stati Uniti – che erano stati addestrati a trasmettere tra loro messaggi in codice nella lingua nativa. Dotati sempre di una radio ricetrasmittente posizionata sulle loro spalle, il loro compito principale era quello di affiancare le truppe d’assalto durante gli sbarchi sulle isole occupate dai giapponesi e segnalare alle navi da guerra, ancorate al largo, la posizione dei “bunker” e delle postazioni armate dell’esercito del Sol Levante, che di lì a poco sarebbero state distrutte dalla potenza di fuoco della marina militare americana.
Prendendo spunto da questo fatto storico, il film ci racconta lo sbarco e la presa dell’isola di Saipan attraverso le gesta di due windtalkers e dei rispettivi marines messi in affiancamento: ufficialmente questi avrebbero dovuto proteggere la persona del windtalker, in realtà avevano il compito di proteggere il codice segreto e quindi evitare – anche con l’eliminazione fisica, se necessario – che il navajos cadesse vivo nelle mani del nemico qualora non si fosse più stati in grado di proteggerlo.
Tradendo le premesse del titolo, il sopravvalutato regista John Woo (di cui ricordiamo senza lode Senza tregua, Face Off e Mission Impossible 2), incentra il focus del racconto sulle azioni di guerra e sulle figure dei due marines messi a protezione dei windtalkers, rispettivamente Nicholas Cage (di rara inespressività, anche per un attore come lui che non gioca sulla mimica facciale; probabilmente non ancora ripresosi dal “Mandolino del Capitano Corelli”) e Christian Slater.
Fatte salve alcune scene corali di guerra dove, in campo lungo, si segue l’avanzare caotico dei marines verso le postazioni nemiche – a onor del vero fatte bene – il resto del film oscilla tra il banale e il pessimo.
Banale è il continuo uso del rallentatore, che probabilmente ha fatto la fortuna del regista quando girava a Hong Kong ma che nella cinematografia occidentale è ormai visto come soluzione obsoleta, se non irritante. E’ banale anche la figura del soldato che pensa alla moglie e vuole dare la propria fede al collega, pensando di morire: immancabilmente lo sventurato muore, mentre allo spettatore viene da chiedersi perché non gli possono essere risparmiati questi clichés triti e ritriti che risultavano già visti ai tempi di “Vite vendute”, e stiamo parlando del 1953!!
Nel pessimo includiamo gli ultimi dieci minuti del film, che sono un concentrato di assurdità e di retorica, nonché di errori grossolani: a un certo punto un soldato americano perde una gamba per una bomba, peccato che lo si veda con un moncherino, già cicatrizzato da anni, sul quale è stato messo un po’ di colorante. In un’altra sequenza un marine viene attaccato da un giapponese che prima avanza urlando verso di lui, poi si ferma a braccia aperte come se fosse già stato colpito, per dare tempo all’altro di girarsi completamente, imbracciare il fucile e sparargli.

© Marco Ferrari 2002 - per gentile concessione dell'autore

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