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WOLVERINE: MUTATIS MUTANTE
Problema: come dare nuova vita a un franchise baciato da un
crescente successo di pubblico e di critica, ma ridotto al
lumicino dal pressapochismo e dall’avidità delle
major? La ricetta del Batman redivivo di Christopher
Nolan insegna: lasciar decantare la mistura lontano da occhi
indiscreti per qualche annetto, così da lasciar precipitare
sul fondo brutti ricordi, cattive recensioni e pregiudizi
“a prescindere”, come direbbe Totò; rabboccare
il tutto con aromi naturali di china vintage e spirito autoriale
quanto basta; filtrare attraverso la trama fittissima dell’esprit
du temp; Servire con molto ghiaccio. Fin qui, il metodo.
Ma poi, non è detto che tutto fili alla perfezione.
In questo senso, il caso della Marvel è
abbastanza emblematico. Negli ultimi anni, la Casa delle Idee
ha pescato e ripescato a 360° nel suo ricchissimo bestiario
per massimizzare i profitti di tutte le sue property
più note. Con risultati piuttosto altalenanti. A convincere
maggiormente, come sulla carta stampata, sono stati Spider-Man
e gli Incredibili X-Men. Ma visto che l’ultimo
campione di incassi del ragnetto cominciava a mostrare pericolose
derive camp, Marvel e Sony hanno pensato bene di
concedere all’eroe creato nel 1962 da Lee e Ditko una
meritata pausa di riflessione. In questa primavera 2009, quindi,
sventolare in faccia al pubblico il vessillo bianco e rosso
tocca ai mutanti del professor Xavier. Meglio: al mutante
che nell’ultimo ventennio è riuscito a incarnare
nel modo più compiuto la rabbia, l’angoscia,
il potenziale drammatico dei super-eroi sofferti e tormentati
di fine anni Ottanta.
Le origini del ghiottone
Mica male, per il personaggio creato graficamente nel 1974
da John Romita Senior, e portato all’attenzione
del pubblico sul numero 181 di “L’incredibile
Hulk”. Il Wolverine delle origini era
la personificazione di uno dei tanti animali totemici di cui
trabocca il pantheon dei super-eroi: il ghiottone.
Il piccolo mustelide delle foreste nordiche aveva fornito
a questo curioso antieroe i suoi principali tratti salienti:
ferocia, agilità e un bel set di artigli affilatissimi,
utilissimi in caso di mischie. Di loro, gli autori della Marvel
ci avevano aggiunto un non riuscitissimo costume giallo e
blu, e un patentino da super-agente firmato dal governo canadese.
Come da inveterata tradizione, lo scontro fra Logan e il Golia
verde si era risolto in un pareggio; e il personaggio era
tornato nell’ombra. Ma non per molto: sei mesi più
tardi, Chris Claremont e Dave Cockrum
decisero di arruolarlo nella nuova formazione degli X-Men;
e fra il 1975 e il 1982, Claremont ridisegnò completamente
il piccolo e muscoloso attaccabrighe delle origini con la
collaborazione di autori brillanti e muscolari come John
Byrne e Frank Miller. La potenza
d’impatto del nuovo Wolverine stava tutta nella fascinazione
intrinseca del suo misterioso passato; un passato che frullava
insieme fantascienza, storia americana e classiche suggestioni
super-eroistiche in un unicum vagamente steampunk
che avrebbe trovato il suo coronamento nelle due miniserie
definitive sul personaggio, “Arma X” del leggendario
artista britannico Barry Windsor-Smith e
“Wolverine: Origin” di Joe Quesada,
Paul Jenkins, Bill Jemas e Andy Kubert, uscite fra l’inizio
degli anni Novanta e il nuovo millennio.
Continuiamo così, facciamoci
del male
Si arriva così al personaggio che debutta al cinema
il 9 aprile nel film diretto da Gavin Hood.
X-Men Origins: Wolverine riporta le lancette
dell’orologio a vent’anni di distanza dal primo
X-Men di Bryan Singer, e
ci racconta il passato molto remoto del personaggio, il suo
primo rapporto con suo fratello Victor, che diventerà
il cattivo Sabretooth, la sua metamorfosi da mutante “normale”
a indistruttibile arma biologica, il suo carisma da eterno
fuggiasco. Dopo Il suo nome è Tsotsi,
Il regista sudafricano porta sul grande schermo la storia
di un altro personaggio costretto a scontare la propria marginalità
come un ergastolo: e se il vecchio regista-X, Bryan Singer,
aveva puntato la sua attenzione sulla fondamentale malinconia
di una vita da “diversi”, Hood, seguendo la sceneggiatura
granitica ma non priva di svolazzi di David Benioff
(“La venticinquesima ora”), gioca tutte
le sue carte migliori sulla mistica western del romanzo di
formazione macho. E se, come spesso capita, nel corso
del film il gioco si fa via via più esile, fino a scadere
nell’immancabile finale da picchiaduro hi-tech,
la pellicola scorre via piacevolmente, senza troppi raffronti
con il terzo e peggiore exploit degli uomini X. A convincere,
soprattutto, le interpretazioni dei tre main players
Hugh Jackman, Liev Schreiber
e Danny Houston. Qualche riserva sul cast,
decisamente troppo fighetto e fitto di cameo “only for
nerds”, ma anche sugli effetti speciali, forse un po’
troppo tirati via per il pubblico più smaliziato. Chi
ama il cinema d’azione puro può accontentarsi.
Per il quarto film della serie, si poteva far di peggio.
©
2009 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore
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