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Wolverine: Mutatis Mutante
Maggio 2009

recensione di Andrea Voglino

Problema: come dare nuova vita a un franchise baciato da un crescente successo di pubblico e di critica, ma ridotto al lumicino dal pressapochismo e dall’avidità delle major? La ricetta del Batman redivivo di Christopher Nolan insegna: lasciar decantare la mistura lontano da occhi indiscreti per qualche annetto, così da lasciar precipitare sul fondo brutti ricordi, cattive recensioni e pregiudizi “a prescindere”, come direbbe Totò; rabboccare il tutto con aromi naturali di china vintage e spirito autoriale quanto basta; filtrare attraverso la trama fittissima dell’esprit du temp; Servire con molto ghiaccio. Fin qui, il metodo. Ma poi, non è detto che tutto fili alla perfezione. In questo senso, il caso della Marvel è abbastanza emblematico. Negli ultimi anni, la Casa delle Idee ha pescato e ripescato a 360° nel suo ricchissimo bestiario per massimizzare i profitti di tutte le sue property più note. Con risultati piuttosto altalenanti. A convincere maggiormente, come sulla carta stampata, sono stati Spider-Man e gli Incredibili X-Men. Ma visto che l’ultimo campione di incassi del ragnetto cominciava a mostrare pericolose derive camp, Marvel e Sony hanno pensato bene di concedere all’eroe creato nel 1962 da Lee e Ditko una meritata pausa di riflessione. In questa primavera 2009, quindi, sventolare in faccia al pubblico il vessillo bianco e rosso tocca ai mutanti del professor Xavier. Meglio: al mutante che nell’ultimo ventennio è riuscito a incarnare nel modo più compiuto la rabbia, l’angoscia, il potenziale drammatico dei super-eroi sofferti e tormentati di fine anni Ottanta.

Le origini del ghiottone

Mica male, per il personaggio creato graficamente nel 1974 da John Romita Senior, e portato all’attenzione del pubblico sul numero 181 di “L’incredibile Hulk”. Il Wolverine delle origini era la personificazione di uno dei tanti animali totemici di cui trabocca il pantheon dei super-eroi: il ghiottone. Il piccolo mustelide delle foreste nordiche aveva fornito a questo curioso antieroe i suoi principali tratti salienti: ferocia, agilità e un bel set di artigli affilatissimi, utilissimi in caso di mischie. Di loro, gli autori della Marvel ci avevano aggiunto un non riuscitissimo costume giallo e blu, e un patentino da super-agente firmato dal governo canadese. Come da inveterata tradizione, lo scontro fra Logan e il Golia verde si era risolto in un pareggio; e il personaggio era tornato nell’ombra. Ma non per molto: sei mesi più tardi, Chris Claremont e Dave Cockrum decisero di arruolarlo nella nuova formazione degli X-Men; e fra il 1975 e il 1982, Claremont ridisegnò completamente il piccolo e muscoloso attaccabrighe delle origini con la collaborazione di autori brillanti e muscolari come John Byrne e Frank Miller. La potenza d’impatto del nuovo Wolverine stava tutta nella fascinazione intrinseca del suo misterioso passato; un passato che frullava insieme fantascienza, storia americana e classiche suggestioni super-eroistiche in un unicum vagamente steampunk che avrebbe trovato il suo coronamento nelle due miniserie definitive sul personaggio, “Arma X” del leggendario artista britannico Barry Windsor-Smith e “Wolverine: Origin” di Joe Quesada, Paul Jenkins, Bill Jemas e Andy Kubert, uscite fra l’inizio degli anni Novanta e il nuovo millennio.

Continuiamo così, facciamoci del male

Si arriva così al personaggio che debutta al cinema il 9 aprile nel film diretto da Gavin Hood. X-Men Origins: Wolverine riporta le lancette dell’orologio a vent’anni di distanza dal primo X-Men di Bryan Singer, e ci racconta il passato molto remoto del personaggio, il suo primo rapporto con suo fratello Victor, che diventerà il cattivo Sabretooth, la sua metamorfosi da mutante “normale” a indistruttibile arma biologica, il suo carisma da eterno fuggiasco. Dopo Il suo nome è Tsotsi, Il regista sudafricano porta sul grande schermo la storia di un altro personaggio costretto a scontare la propria marginalità come un ergastolo: e se il vecchio regista-X, Bryan Singer, aveva puntato la sua attenzione sulla fondamentale malinconia di una vita da “diversi”, Hood, seguendo la sceneggiatura granitica ma non priva di svolazzi di David Benioff (“La venticinquesima ora”), gioca tutte le sue carte migliori sulla mistica western del romanzo di formazione macho. E se, come spesso capita, nel corso del film il gioco si fa via via più esile, fino a scadere nell’immancabile finale da picchiaduro hi-tech, la pellicola scorre via piacevolmente, senza troppi raffronti con il terzo e peggiore exploit degli uomini X. A convincere, soprattutto, le interpretazioni dei tre main players Hugh Jackman, Liev Schreiber e Danny Houston. Qualche riserva sul cast, decisamente troppo fighetto e fitto di cameo “only for nerds”, ma anche sugli effetti speciali, forse un po’ troppo tirati via per il pubblico più smaliziato. Chi ama il cinema d’azione puro può accontentarsi. Per il quarto film della serie, si poteva far di peggio.