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La locandina del film © Warner Bros. 2005




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© Columbia Pictures 2005

 
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LA “CANDY CAMERA” DI TIM BURTON

“Tutto comincia dal seme, o meglio dal minuscolo germe di un’idea. Puoi coltivarlo per un annetto buono, prima di dargli forma. Quando ci riesco, non comincio mai a scrivere sui due piedi. Sono molto cauto. Ci giro intorno, gli do’ un’occhiata, lo annuso, vedo se può funzionare. perché una volta che si parte, c’è in ballo un anno di lavoro, quindi si tratta di una decisione importante”. Si capisce perché l’autore di queste righe, il grande scrittore per l’infanzia Roald Dahl, non avesse apprezzato la trasposizione cinematografica del suo Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato: per quanto scoppiettante, per quanto colorito, per quanto ben realizzato, il film diretto nel 1971 dal carneade Mel Stuart su consiglio della figlia non era che una copia sbiadita del suo “bildungsroman” zuccherino e dirompente. Tolto un Gene Wilder in stato di grazia, la pellicola poggiava sulle scenografie dei Bavaria Studios di Grunland, Germania, nonché sulle doti recitative di un pugno di raccomandatissimi sbarbati. E a parte il protagonista, il resto lasciava abbastanza a desiderare: il perfetto equilibrio agrodolce tipico di Dahl aveva lasciato il posto a una fiaba lisergica simile a un videogame Nintendo. E in il lato più dark della faccenda era consistito nella difficoltà di reperire i nani cui affidare il ruolo dei mitici Oompa Loompas, impresa resa quasi impossibile dalle purghe Hitleriane. Come se non bastasse, a finanziare il papocchio era stata la Quaker Oats, una azienda dolciaria pronta a sfruttare il povero Willy Wonka per bieche motivazioni commerciali. Risultato: un grande passo per il pubblico, subito ammaliato dai flash lisergici della fabbrica e dai funambolismi di Wilder, e un grande insuccesso per Dahl, che da quel momento cominciò a chiudere sistematicamente le porte in faccia alle profferte Hollywoodiane.

La fabbrica di cioccolato e la fabbrica dei sogni

Passa un quarto di secolo, e la ruota gira. Hollywood, affamata di idee “for Kids” come non mai, dopo aver raschiato il barile delle fiabe classiche comincia a rastrellare le biblioteche di tutta l’Europa e di tutta l’America, alla disperata ricerca di qualche spunto da monetizzare. Grandi scrittori per i bimbi e copywriter furbetti si mettono in fila pur di passare alla cassa, e il format della fiaba per ragazzi torna in auge. A tirare la volata per tutti sono film come Il Grinch di Ron Howard (2000) e Harry Potter di Chris Columbus (2001). Gli ingredienti della ricetta sono quelli utilizzati da tutti I creatori di miti da Omero in poi: giovani eroi in cerca di illuminazione, caverne reali e/o metaforiche, mostri inconsci più o meno cattivi e una bella spruzzata di magia pret-a-porter. Il successo dell’iniziativa è immediato, e tutti i producer degni di tale qualifica si gettano alla ricerca della nuova J.K. Rowling, del nuovo Doctor Seuss, e soprattutto del nuovo Roald Dahl. Lo troveranno in un cineasta che fra gli Anni '80 e gli Anni '90 ha ripercorso le orme del leggendario narratore anglosassone con rispetto e deferenza, popolando i propri film di macchine celibi infantili e malinconiche e di atmosfere perennemente in bilico fra fiabe e incubi: il Tim Burton di Edward Mani di Forbice (1990), Nightmare Before Christmas (1993) e James e la pesca gigante (1996).

Willy, Johnny & C.

Burton, da sempre, è un grande fan di Dahl. Così, quando il progetto di un remake de Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato arriva alla Warner, il regista si siede sulla riva del fiume di cioccolata, e aspetta di veder passare i cadaveri dei pretendenti alla regia. Fra il 1999 e il 2004, la Warner Bros. depenna nell’ordine Gary Ross (Pleasantville), Rob Minkoff (Stuart Little 1 e 2) e addirittura l’immenso Martin Scorsese (The Aviator), mentre il ruolo di Willy Wonka solletica allegri tipetti come Nicolas Cage e il rocker Marilyn Manson. Poi, finalmente, lo spettinatissimo Burton si impadronisce del progetto con la benedizione degli eredi del romanziere. Le idee del regista sono chiare fin dall’inizio: “Niente in contrario alla tecnologia digitale, ma io preferisco lavorare sui set...”. Convocati i suoi abituali compagni di avventure – il direttore della fotografia Philippe Roussellot, visto in Il Pianeta delle Scimmie (2001) e Constantine (2004) e gli scenografi Alex Mc Dowell e Peter Young di Batman (1989), Il Corvo (1994) e Minority Report (2002), per non parlare di Gabriella Pescucci, costumista dei felliniani Prova d’orchestra (1978) e La città delle donne (1980), il nostro riapre la fabbrica di cioccolato. E affida le parti di Willy Wonka e del suo giovane erede Charlie Bucket a una coppia già consumata: quella rappresentata da Johnny Depp e Freddy Highmore (Neverland). Una sorpresa alla Tim Burton anche alla produzione: a cacciare i soldini, infatti, è la Plan B di Brad Pitt e Jennifer Aniston.

Un biglietto tutto d’oro

Il Willy Wonka che fra poche settimane debutterà nei cinema di tutto il mondo, per poi planare nel nostro paese giusto in tempo per l’inizio delle scuole, e un’ennesimo saggio di bel cinema alla Tim Burton. Un budget ipertrofico di 180 milioni di dollari, per raccontare una storia che è già mito: ovvero, com’è che un ragazzino poverissimo trova un biglietto d’oro in una barretta di cioccolato, e si ritrova catapultato in una fabbrica insieme con altri quattro suoi coetanei. Pronto a contendere a questi ultimi l’eredità fatata della leggendaria fabbrica di cioccolato di Willy, fra scoiattoli operai perfettamente addestrati ad aprire nocciole, caramelloni perpretui che “mai si consumano” e fiumi di dolci davvero magici. “Detesto rovinare i ricordi d’infanzia degli spettatori, ma il Willy Wonka del 1971 era un film loffio”, commenta Burton. “Ho deciso di rigirarlo per riportare l’attenzione sulla vera invenzione di Dahl: cioè, l’idea di trattare i bimbi come da adulti. Anche se questi ultimi tendono a dimenticarlo, il romanzo rappresenta uno dei primi casi in cui la letteratura per ragazzi ha assunto un tono più sofisticato, e ha cominciato a trattare tematiche e sentimenti più dark. "Willy Wonka” dimostra che l’infanzia non è solo un luogo lieto, ma può avere un lato assai sinistro”. E se lo dice lui, che di incubi se ne intende, c’è da credergli. Per chi volesse verificare, però, l’appuntamento è per il 23 settembre in tutti i cinema: e buone dolcezze a tutti.

© 2005 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore

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