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WATCHMEN: IL CREPUSCOLO DEGLI
EROI
Finalmente, Alan Moore può tirare
un sospiro di sollievo: a Hollywood hanno provveduto a fissare
sulla celluloide tutte, ma proprio tutte le sue opere più
celebri. E con buona pace del grande sceneggiatore, è
improbabile che qualche executive in cerca di ispirazione
proponga a Warner Bros. & C. una trasposizione live-action
di “Small Killing” o “Lost Girls”.
Ma dal 6 marzo 2009, nelle sale di tutto
il mondo, è destinato ad andare in scena l’ultimo
atto del patto faustiano che ha portato il guru di Northampton
a ripudiare un passato da star per rifugiarsi nell’eremo
del fumetto di nicchia. E si chiude col botto. Per vent’anni,
Watchmen ha rappresentato il sogno (o l’incubo,
a seconda dei punti di vista) di legioni di fan e cineasti.
Fin dall’inatteso exploit del “Batman”
gotico di Tim Burton, a trascinare sullo schermo i vigilanti
depressi e depressivi creati dallo sceneggiatore inglese insieme
con Dave Gibbons ci avevano provato alcuni
fra i migliori registi sulla piazza. Terry Gilliam, innamorato
pazzo del progetto, si era arreso di fronte all’impossibilità
di tradurre il gigantesco tomo in un film dalla durata accettabile.
Più di recente, Darren Aronofski e Paul Greengrass
avevano capitolato di fronte a problemi di sceneggiatura e/o
di budget. Dopodiché, finalmente, Joel Silver
ha affidato il progetto al giovane e pettoruto Zack
Snyder. E per i fan del super-fumetto definitivo
sono cominciati i dilemmi.
Un film dalla doppia identità
Affidare un progetto del genere a uno specialista del nuovo
cinema tamarro assurto agli onori della cronaca con il trucido
“300” sembrava un clamoroso azzardo. Ma Snyder
ha zittito le prime voci di dissenso dichiarando che Watchmen
era sempre stato il suo dream project, e si è
messo al lavoro. Diciotto mesi dopo il primo ciak, la sua
versione della saga è sugli schermi. E com’era
prevedibile, probabilmente, spaccherà il pubblico fra
fan sfegatati e “haters” con la bava alla bocca.
In ossequio al lavoro svolto da quanti l’hanno preceduto
nel tentativo di asciugare le 338 pagine del romanzo grafico
originale senza amputare troppi organi vitali, Snyder ha recuperato
l'ottima sceneggiatura scritta a suo tempo da David
Hayter (“X-Men”, “X-Men 2”),
affidando le poche limature del caso ad Alex Tse.
Le modifiche rispetto al graphic novel di Moore e
Gibbons, almeno per quanto riguarda il succo della storia,
si contano sulle dita di una mano. E in linea di massima,
toccano dettagli marginali dell’affresco, senza incidere
sull’essenza della storia.
Sì, è sempre un 1985 alternativo oscurato dalle
tensioni fra Usa e Unione Sovietica. Sì, gli americani
hanno vinto la guerra del Vietnam grazie al Dottor Manhattan.
Sì, i Watchmen sono sempre eroi in
disarmo, e tornano in azione dopo la morte del Comico evocati
da Rorschach. E sì, dietro la morte del vigilante mascherato
c’è sempre una trama oscura che punta a un mondo
pacificato a ogni costo. Ovviamente, per contenere la durata
del film nei confini di una tempistica sopportabile, Snyder
e soci hanno dovuto rinunciare a gran parte dei metalinguaggi
che irrobustivano la miniserie – dall’instant
book “Under the Hood”, agli stralci del periodico
dell’ultradestra “The New Frontiersman”,
al fumetto-nel-fumetto “I Racconti del Vascello Nero”.
Ma contrariamente a quello che succedeva ai tempi d’oro
dei comic-book movies, molto di questo materiale
tornerà a galla nell’imminente versione Home
Video del film: Snyder ha già annunciato un “director’s
cut” che offrirà al pubblico parte del materiale
mancante con un montaggio-monstre di ben tre ore e quaranta.
Un regalo che potrebbe raddoppiare gli incassi facendo felici
anche i puristi più incalliti.
Un'impresa (quasi) impossibile
Detto questo, non resta che esprimere un parere complessivo
sul blockbuster della stagione. E qui viene il difficile.
Perché se è vero che non bisognerebbe mai rapportare
una film alle sue fonti di ispirazione, in questo caso il
film vuole essere un omaggio al fumetto più acclamato
degli ultimi lustri. E su questo presupposto, pregi e difetti
si equivalgono. Bene, a tratti benissimo il cast, con il Rorschach
di Jackie Earle Haley, il Gufo Notturno di
Patrick Wilson e il Comico di Jeffrey
Dean Morgan una spanna sopra gli altri Crimebusters.
Discreta la regia, con una partenza davvero memorabile, ricca
di personalità e soluzioni visive, ma anche qualche
sciatteria di troppo in alcune delle sequenze più importanti
del film - esempio: l’origine di Doctor Manhattan, tirata
decisamente via nella direzione degli attori e nel montaggio.
Più efficaci del previsto i costumi "riveduti
e corretti" di Michael Wilkinson (“Moulin
Rouge”, “Matrix”, “300”) e le
scenografie di Alex McDowell (“Minority
Report”, “Charlie e la fabbrica di cioccolato”).
Unica nota stonata, il make-up (involontariamente?)
caricaturale di Greg Cannom e gli effetti
visivi degli studi che hanno curato l’anima digitale
del film: con un budget più cospicuo e tempi di post-produzione
più dilatati, si sarebbe potuto senz’altro far
di meglio. Resta nell'aria la domanda che in questi anni ha
imperversato fra tutti i fan di Watchmen.
Si doveva proprio fare questo film? Forse si trattava di un'impresa
impossibile in partenza. Ma in fondo, è sempre meglio
avere rimorsi che rimpianti. E se si considera Watchmen
per quello che è, cioè un atto d’amore
sperticato nei confronti di una pietra miliare della nona
arte, potrebbe anche scapparci qualche brivido imprevisto.
©
2009 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore
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