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WALL•E: ANCHE I ROBOT PIANGONO

I primi trailer di “WALL•E” hanno fatto la loro comparsa in rete nel febbraio scorso. Fra il robot strappabaci e il popolo del web è stato subito amore: merito della maestria del regista Andrew Stanton e della Pixar tutta. Ma anche di una strategia di comunicazione capillare, che ha sparpagliato il protagonista della pellicola fra sneak preview, trailer e ospitate assortite. Un antipasto gustoso, ma forse troppo ricco: perché in realtà, il meglio di “WALL•E” sta tutto in quella manciata di scenette, tutte concentrate nella prima mezz’ora del film. Finché resta con i cingoli saldamente ancorati alla Terra, il nuovo lungometraggio digitale della Casa di Emeryville rasenta il capolavoro, abbandonando lo spettatore in un futuro che ha i colori itterici e rugginosi di un incubo postatomico. Un mondo in cui gli unici segni di vita sono il ronzio dei servomotori del piccolo robot o i cicalecci del suo scarafaggio da compagnia. In quest’immensità desolata, l’eroe del film brilla come una stella. Impossibile non commuoversi di fronte a quegli occhioni che fanno bzzz-bzzz di fronte alle romanticherie di “Hello, Dolly!” o ai sospiri elettronici dell’automa giallo. Impossibile non sorridere di fronte ai muti battibecchi del piccolo compattatore di rifiuti con la sua mascotte. E quando all’orizzonte compare la sagoma familiare di una nave spaziale, il senso di sollievo è palpabile, come quando ti tolgono un peso dal cuore.

Luci e ombre

A questo punto della storia, però, il film cambia direzione. E abbandonate le vette della miglior fantascienza distopica, punta deciso verso il reparto giocattoli. Un grande passo per il merchandising, ma un passo falso per “WALL•E”. Che da qui in poi, pur senza risparmio di gag, sequenze vertiginose e squisitezze digitali, perde progressivamente colpi. Se l’ambizione dichiarata del film di Andrew Stanton era quella di andare oltre gli angusti confini del “kiddie movie” per entrare nel grande cinema tout-court, la missione è compiuta soltanto a metà. Il problema sta tutto nella sceneggiatura firmata a quattro mani da Stanton stesso e Jim Reardon (“The Simpsons”). Un plot zoppicante, diseguale, denso di episodi gustosi, ma piuttosto avaro di emozioni vere e sequenze memorabili. La sensazione è che i realizzatori puntassero a un pubblico maturo, ma siano stati presi dal timore di andare troppo in là: e allora, sotto con l’azione pura, i bestiari scombiccherati e i tormentoni già visti in tanti film della ditta, da “Toy Story” a “Bugs’ Life” a “Alla ricerca di Nemo”. Il McGuffin? C’è. La satira all’acqua di rose sulla società dei consumi prossima ventura? C’è. Le metafore su amore e maternità? Ci sono. I cliffhanger da cardiopalma? Pure. Ma questi ingredienti sembrano messi lì più in ossequio a una formula chimica che a un’autentica ispirazione. Inutile, quindi, accomodarsi in sala sognando sintesi perfette come l’inseguimento di “Monster’s & Co.” o l’addestramento di Linguini in “Ratatouille”. Qui, come accennato, il bello sta tutto nell’ouverture. E tutto il resto è progressiva sconfessione di una partenza lenta, solenne e genuinamente commovente. Con tanti saluti a chi sognava una pietra miliare.

Il meglio? È tutto all’inizio

Se la pars destruens non può che essere feroce, perché con i migliori bisogna essere spietati, un minimo di pars construens ci vuole. Perché comunque, ogni film sbagliato della Pixar sta comunque ad anni luce dai migliori film della concorrenza. Giù il cappello, quindi, di fronte alle visioni da space-opera realizzati dal team di Andrew Stanton con l’aiuto del celeberrimo direttore della fotografia Roger Deakins (“The Village”, “Non è un paese per vecchi”) e del mago degli effetti speciali Dennis Muren (“Jurassic Park”, “Star Wars”). Giù il cappello di fronte alle scenografie di Ralph Eggleston (“Alla ricerca di Nemo”, “Gli incredibili”) e al character design dello sferragliante Wall•e e della sua controparte femminile, Eve. Giù il cappello di fronte a Ben Burtt, che a suon di voci robotiche, cinguetti e campionamenti si candida a vero e proprio Mel Blanc del nuovo millennio: le sue voci sintetizzate sono uno dei punti di forza della pellicola. Citazione d’obbligo, infine, per l’ormai canonico corto che fa da antipasto al film, “Presto” di Doug Sweetland: la sfida all’ultimo trucco fra il mago Presto DiGiotagione e il coniglietto Alec Azam è un divertissement che ha tutto il ritmo, la verve e la ferocia scanzonata dei migliori cartoon di Tex Avery. E, da sola, vale il prezzo del biglietto. Come dice il proverbio, insomma, chi arriva prima meglio alloggia.

© 2008 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore

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