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V FOR VENDETTA: BUIO IN SALA
V Per Vendetta (V For Vendetta, Usa/Germania 2006, 132’), di James McTeigue, con Hugo Weaving, Natalie Portman.

La graphic novel più dark del fumetto inglese anni' 80 arriva al cinema. E non delude. Merito di un approccio filologicamente corretto e di un cast indovinato e "in parte"
V per Vendetta, finalmente, esplode nelle sale. E con V per Vendetta, la liaison fra cinema e fumetto d’autore si rinnova, consegnando al pubblico una avventura super-eroistica volutamente estrema, probabilmente destinata a dividere il pubblico. Molti fan del fumetto originale, c’è da scommetterlo, storceranno il naso: come altre produzioni del genere, infatti, V offre al pubblico una regia muscolare e un po’ anonima, una sceneggiatura non priva di incongruenze e licenze poetiche, e un montaggio concitato che ormai sa un po’ di maniera. Ma esauriti i contro, e accontentati i detrattori del film, già riuniti in folta schiera ad assestare stilettate alla macchina da spettacolo messa in campo dai Fratelli Wachowski, non resta che dedicarsi ai pro della pellicola. Che sono pochi ma fondamentali.
La prima, grande scommessa vincente di questa attesa trasposizione cinematografica sta nell’approccio stilistico con cui i Wachowski & co. hanno affrontato la sfida anti-establishment lanciata da Alan Moore nel fumetto originale. I precedenti non erano incoraggianti. Vedere, per credere, La leggenda degli uomini straordinari o Constantine. E invece, chi temeva che la Warner Bros. annacquasse le tematiche urticanti della graphic novel può mettersi il cuore in pace. Nelle sue due ore e rotti di durata, la pellicola accarezza tutti i temi "forti" affrontati sulle pagine del volume, dagli intrecci fra religione e politica al potere delle maggioranze silenziose, dal valore della diversità al culto della "bella morte". Se possibile, anzi, gli autori del film vanno oltre, innervando la trama con altre chicche cronachistiche "up to date" che citano apertamente il conflitto iracheno, le stragi di stato e le trame crudeli delle multinazionali. Voglia di creare un "caso" cinematografico da dare in pasto ai media in cambio di un po’ di pubblicità gratuita? Conoscendo qualla vecchia volpe del producer Joel Silver, il sospetto c’è: ma nonostante tutto, il plot fila, alterando la storia senza tradirne lo spirito iconoclasta. E il risultato finale sta ai film dell’Uomo Ragno o degli X-Men come Fight Club sta ai classici Buddy Movie hollywoodiani.
La trama del film è più o meno la stessa dell’originale: la Gran Bretagna del futuro prossimo è uno stato orwelliano dominato da un’elite che alterna metodi cileni e "circenses", propaganda e disciplina, vaudeville e manganelli. Su questo scenario si staglia la figura di un terrorista mascherato con uno spiccato gusto per la teatralità. Un po’ Batman, un po’ conte di Montecristo, un po’ Guy Fawkes, l’attentatore che il 5 novembre del 1605 tentò senza successo di far saltare la blasonata "House of Parliaments", il misterioso figuro entra in scena facendo saltare in aria l’Old Baileys, tempio della giustizia inglese. Di lì all’anno successivo, con l’aiuto di una giovane adepta incontrata sulla sua strada, farà piazza pulita del regime e di tutte le sue brutture, lavando ogni onta nel sangue e nel fuoco.
Il regista James McTeigue affronta la saga con la sicurezza di tocco affinata come assistente alla regia di altri giocattoloni dark come Il Corvo, Star Wars episodio II - L’attacco dei Cloni o i vari Matrix, assemblando molte citazioni delle splendide tavole di David Lloyd, un paio di scene d’azione ben orchestrate, e qualche gag un po’ facile. Ma anche un discreto talento nel dirigere gli attori. Che costituiscono l’ulteriore valore aggiunto di V For Vendetta.
Hugo Weaving
, nei panni del protagonista, è un "V" sfaccettato e convincente, tutto costruito sulla mimica e sulla voce - ottimamente doppiata in italiano da Gabriele Lavia. Natalie Portman, ormai superati gli scivoloni di Star Wars, offre una performance non sempre specchiata, ma comunque discreta. Il resto del cast, dal detective Finch di Stephen Rea, al Gordon Dietrich di Stephen Fry, al "Leader" John Hurt, supera la prova a pieni voti.
Il resto sta nell’atmosfera creata dal direttore della fotografia Adrian Biddle (Aliens - Scontro Finale, Thelma e Louise), scomparso poche settimane dopo aver completato la pellicola, e dalle scenografie minimali e oscure di Owen Paterson (Matrix, Red Planet), traduzioni perfette dei pastosi chiaroscuri del fumetto. Non si tratta di un capolavoro assoluto, insomma, ma di un film solido, avvincente, e degno di figurare fra i migliori "comic book movies" di sempre. L’unico dispiacere è che Alan Moore non partecipi alla festa: il suo nome, per scelta del guru di Northampton stesso, non compare nemmeno nei titoli di coda.
Peccato: dopotutto, le battute migliori della pellicola seguono la sua sceneggiatura parola per parola.

© 2006 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore

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