The Prestige: magia
nera
Aprile 2006
recensione di Andrea Voglino
Chi si sta chiedendo se Chris Nolan abbia gli attributi
per realizzare un Bat-Sequel all’altezza delle aspettative,
replicando la sfida tra il Cavaliere Oscuro e il Joker senza far rimpiangere
i fasti di Tim Burton, può dormire sonni tranquilli. E magari, ingannare
un’attesa destinata a concludersi nell’estate del 2008 concedendosi
l’ultimo film del biondo regista anglosassone. The
Prestige, tratto dal romanzo
omonimo di Christopher Priest, riassume il passato e anticipa
il futuro di Nolan, combinando in poco più di due ore di spettacolo
molte costanti dell’autore di Memento, Insomnia
e Batman Begins. La più
appariscente, naturalmente, è l’ossessione per il “doppio”,
qui spinta alle estreme conseguenze da un plot che abbandona lo spettatore
per buona parte della pellicola in quella terra di nessuno che si estende
fra il mondo reale e quello del fantastico. Ma non mancano gli altri elementi
che hanno fatto la fortuna del giovane regista esploso nel 1998 con Following;
un debole per il montaggio alternato e lo storytelling non lineare
(in caso di pipì, meglio aspettare l’intervallo; anche qui, come
in Memento, ogni secondo di pellicola è funzionale
alla storia); un approccio visivo e concettuale ricco di chiaroscuri; e last
but not least, un cast che riesce a far convivere felicemente
sulla scena giovani e vecchi leoni di Hollywood. Tutto quello che occorre,
insomma, per ogni buon film-panettone.
Un Natale tutto dark
C’è solo un unico, piccolissimo problema. E cioè che,
a onta della data d’uscita, fissata per il 22 dicembre 2006, The
Prestige è un thriller che di natalizio non ha proprio nulla.
Tranne, forse, l’ambientazione vagamente Dickensiana. La trama del film
vede contrapporsi sullo sfondo della Londra di inizio ’900 due giovani
illusionisti. Uno ha l’accento cockney e i modi sbrigativi
di Christian Bale, bello, sfrontato e inquietante come e
più che in American Psycho (2000). L’altro,
l’eleganza e la paraculaggine di Hugh Jackman, l’irsuto
Wolverine della trilogia di X-Men (2000-2006).
Come ne I Duellanti, i due entrano in scena tirando metaforicamente
di fioretto: ma a differenza che nel film d’esordio di Ridley Scott,
man mano che la vicenda si dipana sullo schermo, la scelta delle armi si fa
sempre più sottile, complessa, stratificata, fino a mettere in gioco
persone, sentimenti e identità. Il risultato è una pellicola
che parte come un diesel, smitizzando con cinico sarcasmo le piccole grandi
imprese dei maestri del vaudeville, per poi accelerare a grandi passi verso
un finale che affastella illusioni e colpi di teatro senza soluzione di continuità,
proprio come lo spettacolo di un prestigiatore. E il senso del film, la sfida
che lancia allo spettatore, sta proprio nella frase-tormentone che uno dei
protagonisti rivolge al suo pubblico: “Are you watching closely?”
(“Stai guardando attentamente?”).
Un piacere effimero
Come da inveterata tradizione hollywoodiana, ovviamente, lo spettacolo di
arte varia portato sullo schermo da Nolan ha tutte le carte in regola per
vellicare i bassi istinti del pubblico pagante. Oltre a Bale e Jackman, perfettamente
a proprio agio nei rispettivi ruoli, il cartellone comprende personaggi illustri
come Sir Michael Caine, Scarlett Johanson
e Andy Serkis, finalmente affrancato dai panni di Gollum.
C’è anche David Bowie, di nuovo al cinema diciotto
anni dopo L’Ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese.
Il resto sta tutto nei 68 diversi set dove è stato girato il film,
e nelle arti magiche dispiegate dai consumati illusionisti che sono ormai
parte integrante del clan di Nolan: il fratellino Jonathan,
coautore della sceneggiatura; Wally Pfister, già direttore
della fotografia di tutti i film più recenti del regista, insieme con
il montatore Lee Smith e lo scenografo Nathan Crawley;
la costumista Joan Bergin (The Boxer, Veronica
Guerin, e un David Copperfield Tv che le è
valso una candidatura all’Emmy Awards); e per finire, David
Julyan, autore di una colonna sonora tanto “minimal”
quanto ricca di atmosfera insieme con il duca bianco. Dopo tanti disvelamenti,
alla fine si esce spossati. E magari, un tantino depressi da un happy
end che così happy non è. Ma mai come in questo
caso, il medium è il messaggio, e il film la materia che tratta:
puro piacere effimero, fatto per durare lo spazio di una serata e di un applauso.
Dunque, Chapeau, messieur Nolan. E alla prossima.
