|
SWEENEY TODD: DANZANDO COL DIAVOLO
Da un po’ di tempo a questa parte, Tim Burton
sembra aver deciso di sottoporre i suoi fan più affezionati
a una dieta bilanciata che alterna sapientemente primizie
e bufale. “Sleepy Hollow” era ottimo e abbondante,
ma “Planet of the Apes” era decisamente insipido.
“La sposa cadavere” vantava un mix di sapori calibratissimo,
ma in “Big Fish - Le storie di una vita incredibile”
c’era troppo miele. L’impressione, insomma, è
che negli ultimi anni l’ex animatore Disney di Burbank
stia tentando di applicare il proprio talento visivo a generi
inconsueti. Con risultati decisamente altalenanti. Il che
ci porta a questo “Sweeney Todd – Il diabolico
barbiere di Fleet Street”, osannato dalla critica Usa,
ma un po’ meno dal pubblico, che nella recente stagione
natalizia gli ha preferito film più tranquilli. Il
cast artistico riunisce di fronte alla telecamera il fior
fiore del cinema dark recente, affibbiando i ruoli principali
a Johnny Depp, Helena Bonham-Carter
e Alan Rickman, come dire “From Hell”
più “Frankenstein” più “Harry
Potter”. E anche a livello tecnico lo spettacolo è
garantito: La fotografia plumbea è di Darius
Wolski (“Dark City”), i costumi portano
la firma di Colleen Atwood (“Edward
mani di forbice”), e la Londra dickensiana e zozza in
cui è ambientato il film è stata meticolosamente
ricostruita nei Pinewood Studios di Londra dal “nostro”
Dante Ferretti. Sono questi gli assi della
manica di una pellicola che riassume e distilla tutti i pallini
di Burton, dall’amore per i “dropout” al
look dei vecchi monster-movie, dai set elaborati
agli edipi irrisolti. Ma stavolta, il prodotto finale non
è decisamente per tutti i gusti.
Un musical in bianco, rosso
e nero
La trama del film ricalca molto da vicino quella del musical
che dal 1979 a oggi ha spopolato su tutti i palcoscenici di
Broadway, solleticando il regista di Burbank con il suo carico
di grand-guignol. L’onesto barbiere Benjamin
Barker ha perso il lavoro e la libertà per colpa di
un giudice crudele, che per buon peso gli ha soffiato la moglie.
Dopo un lungo soggiorno in carcere, l’uomo scopre che
la donna è scomparsa, e la figlia ormai adolescente
è nelle mani del suo tormentatore. Con l’aiuto
della ineffabile Mrs. Lovett, la tenutaria del “Pastry
Shop” sotto la sua bottega di barbiere, lo sfortunato
artista del rasoio torna in attività: ma nel salone
di Sweeney Todd, oltre a barba e capelli, è a rischio
la ghirba. E prima della resa dei conti con il giudice Turpin
e il suo sgradevole lacché, a finire scannati, tritati
e trasformati in pasticci di carne saranno ovviamente i clienti
di passaggio. Il plot del musical che ha ispirato
il film aveva tutte le carte in regola per andare a infoltire
il catalogo delle brividose e scoppiettanti favole gotiche
realizzate da Burton in questi anni. Ma con una scelta spiazzante,
legata alla piattezza dell’opera originale e alla sceneggiatura
no-nonsense scritta da John Logan (“Il gladiatore”),
stavolta il regista trascina lo spettatore in una tenebra
senza compromessi, dove l’unica luce è il bagliore
corrusco della fornace nascosta nelle cantine di Fleet Street,
e e gli unici colori sono il grigio cadaverico della città
e il rosso del sangue che sprizza dalle gole aperte delle
vittime.
Non provateci a casa!
Il tema di “Sweeney Todd” è la vendetta.
Il sottotesto, la terra di nessuno fra il dolore e la follia.
E la cifra stilistica è un autocompiacimento splatter
da slasher movie. Altro che “The Rocky Horror Picture
Show” o “La piccola bottega degli orrori”:
qui non c’è proprio niente da sorridere. E gli
under 14, meglio lasciarli a casa. Se l’accompagnamento
musicale fa rimpiangere danny Elfman, a sorprendere sono le
performance di Depp e della Bonham-Carter, di nuovo insieme
su un set Burtoniano dopo il loro fugace tête-a-tête
in “Il mistero di Sleepy Hollow”. Approvati da
Stephen Sondheim in persona dopo una dura serie di provini
fatti ad arte per fugare possibili rumors su eventuali favoritismi
del regista nei confronti del proprio clan, l’ex Willy
Wonka e la signora Burton si dimostrano sempre all’altezza
della situazione, e sempre perfettamente in grado di offrire
un corpo e un’anima a un film musicale che trova il
suo punto debole proprio in una colonna sonora senza infamia
e senza lode. Molto altalenante anche la regia di Burton,
tanto a suo agio fra i vicoli di una Londra o i freak
di un cast perfetto, quanto a disagio nella gestione delle
coreografie, tutte ripiegate sul protagonista del film, e
in una sete di sangue degna del Mel Gibson più trucido.
Più che uno spettacolo fatto di luci e ombre, insomma,
una strambata verso un cinema adulto che potrebbe preludere
a nuove magie. Ma che per ora, privo dell’innocenza
del Burton ragazzino, ha un sapore acre, sgradevole e senza
compromessi.
©
2008 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore
|