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SUPERMAN RETURNS: IERI, OGGI E DOMANI
Buio in sala. Il logo della Warner Bros. e quello della DC
Comics svaporano l’uno nell’altro, dissolvendosi
sullo schermo. Mentre i primi accordi del leggendario “Superman
Theme” firmato nel 1978 da John Williams pompano dall’impianto
Dolby del cinema, e i titoli di testa del nuovo film sull’Uomo
d’Acciaio emergono dallo schermo, sorvolando la platea
in tutto il loro nitore cubitale, un brivido sottile si insinua
fra le poltrone, incarnandosi nei sorrisetti degli astanti:
Superman è di nuovo fra noi, inossidabile e ottimista
come ai bei tempi. Ma sotto sotto, il dubbio cova: a vent’anni
dal suo ultimo tragico exploit sugli schermi, e senza l’appeal e il mestiere di Chris Reeves, sarà vera gloria? Sprofondarsi
in poltrona e pensare che quella di Bryan Singer sia una
scommessa vinta a prescindere è una tentazione maledettamente
forte: l’inconfondibile ottovolante intergalattico
che ha introdotto insieme con i titoli di testa tutta la
carriera cinematografica dell’eroe di Siegel & Shuster è un
ammaliante caleidoscopio di soggettive da vertigini e firme
altisonanti e Kevin Spacey, redivivo Lex Luthor nonché prima “star” in
cartellone a brillare nel film, ha troppo mestiere per fare
cilecca. E quando, pochi minuti più tardi, il nuovo
Superman si materializza sul grande schermo, acchiappando
letteralmente al volo un jet di linea a pochi metri dallo
schianto su Metropolis, il gioco sembra fatto. Nonostante
il costume vagamente demodè, nonostante le pose studiatamente
affettate, nonostante il mascellone squadrato, Brandon
Routh passa l’esame. Non è Reeves, no davvero, ma
che diamine, come Uomo d’Acciaio se la cava, e come
Clark Kent è addirittura credibile.
Un
ritorno fra luci ed ombre
Detto questo, però, bisogna ammettere che Superman
Returns è una pellicola che vive di accordi
perfetti e dissonanze, splendori inattesi e clamorose cupezze,
luci ed ombre assai decise. Chiariamo subito un punto: il
ventre molle del Super-film di Bryan Singer non sta nel cast.
Molto si è scritto e molto si è detto della
povera Kate Bosworth, ritenuta troppo giovane e troppo “glam” per
il ruolo della rampantissima Lois Lane. O ancora, dello Spacey
di cui sopra, accusato neanche troppo velatamente di impostura
nei confronti di Gene Hackman e del suo Luthor. Invece, a
un più attento esame, le parti in commedia si dimostrano
ben distribuite e ben delineate; e Singer le orchestra con
assoluta sicurezza, dimostrandosi ancora perfettamente a
suo agio con le alchimie agrodolci dei comic book in celluloide.
Così, il suo Superman è più solo e “diverso” che
mai, costretto in un ruolo di poliziotto globale che sembra
andargli decisamente stretto, e impossibilitato a coronare
il sogno di una vita umana fino in fondo. E il rapporto familiare
con Lois Lane, già litigarello in versione comic book,
qui si incasina fino al parossismo, con una deriva “atipica” da
far saltare sulla sedia il cardinale Ruini e tutti i suoi
accoliti. Niente da dire neanche sull’impatto visuale
del film: con due maghi come il supervisore degli effetti
visivi Mark Stetson (“Peter Pan”, “Il Signore
degli Anelli”, “Batman – Il ritorno”,)
e lo scenografo Guy Dyas (“Matrix”, “I
Fratelli Grimm e l’incantevole strega”), il tasso
di adrenalina e spettacolarità si mantiene oltre il
livello di guardia per tutta la durata della pellicola, con
un paio di sequenze brividose il giusto. Anche il tono della
pellicola è piacevole, con il suo cocktail di avventura,
humour e fantascienza apocalittica, e un retrogusto dark che
svela labili legami di parentela con Batman Begins.
Il
fascino discreto del dejà vu
A volare sottotraccia, semmai, è la sceneggiatura:
nell’ansia della massima aderenza al modello, il “Superman” originale
di Richard Donner, le due vecchie conoscenze del regista,
Michael Dougherty e Dan Harris, hanno riassunto nelle due
ore e venti del film tutti i “topoi” della serie,
dai “cristalli senzienti” della Fortezza della
Solitudine al veterocapitalismo ottuso di Lex Luthor, dal
volo notturno di Superman e Lois su una Metropolis addormentata
alle tipiche “buone azioni” dell’Uomo d’Acciaio.
Il risultato è un blockbuster poderoso e avvincente,
ma allo stesso tempo molto nostalgico. Che racconta il ritorno
del padre putativo di tutti i super-eroi sulla Terra dopo
un misterioso “sabbatico” di cinque anni. “Tutti
sanno chi è Superman”, dice lo sceneggiatore
Michael Dougherty. “Noi abbiamo semplicemente continuato
quella storia”. Resta da vedere se il pubblico sia
disposto a riprendere il filo del discorso. Negli Stati Uniti, è andata
benino ma non benissimo: uscito nelle sale di mercoledì,
il 27 giugno, “Superman Returns” è rimasto
in vetta alle classifiche per una sola settimana, cedendo
rapidamente il posto ai “Pirati dei Carabi” capitanati
da Gore Verbinski. Niente record assoluto di incassi, insomma:
proprio come è successo con lo splendido e vituperatissimo “King
Kong” di Peter Jackson, il pubblico sembra aver accettato
con qualche riserva il sapido retrogusto vintage del film
di Bryan Singer. Peccato: perché al di là di
qualche lungaggine di troppo, e della sostanziale ingenuità,
il film scorre, diverte, convince, e dimostra un grande amore
per il personaggio e per il suo pubblico di riferimento.
Per passare una serata al cinema, basta e avanza. Per portare
nuova linfa al personaggio, però, meglio mettersi
comodi in attesa dell’immancabile sequel. E arrivederci
al 2009.
©
2006 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore
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