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Sulle orme di Spirit
Maggio 2009

recensione di Andrea Voglino

Ci sono comic-book movies che si possono fare e altri che no, proprio non si possono fare. Batman si poteva fare, e non a caso è diventato il personaggio dei fumetti cinematograficamente più longevo. Superman non si poteva. Ma la tenacia di Chris Reeve alla fine ha convinto tutti che sì, anche un uomo può volare. L’Uomo Ragno e gli X-Men si potevano e si dovevano fare, e hanno addirittura rilanciato un genere che con Joel Schumacher sembrava aver toccato il fondo. E se anche character ad alto rischio come Popeye, Dick Tracy e Hellboy sono riusciti a fare un salto sul grande schermo, be’, vuol dire che c’è speranza per tutti. Per tutti, tranne che per il personaggio che dagli Anni '40 a oggi ha incarnato più di tutti gli altri l’anima pulp degli eroi mascherati, la loro fondamentale ingenuità, la loro granitica “Way of Life”. Dando vita a una saga che, da un irripetibile mix di maestria tecnica, visionarietà e umorismo nero, ha insegnato ai pezzi grossi della scena “Made in Usa” a tenere in mano matite e pennelli. Ovvero, Spirit. L’ultimo dei grandi eroi mascherati della golden age del fumetto Usa, sulla carta, sarebbe potuto essere una copia sbiadita dei raddrizzatorti a fumetti messi in campo dalla concorrenza. Non poteva contare sul carisma dell’Uomo d’Acciaio, né sul fascino sottilmente inquietante del Cavaliere Oscuro. E pur sfoggiando molti tratti in comune con il “plainclothes detective” Dick Tracy, non aveva un decimo del suo machismo granitico. In compenso, però, aveva a disposizione un’arma formidabile: il marchio di fabbrica di Will Eisner. Un autore giovane, ma rivoluzionario, pronto a scuotere il mondo dei comic books alle fondamenta.

Un eroe storico

Nell’America di Roosevelt, gli autori di fumetti erano una casta in ascesa. Grazie all’intraprendenza delle syndication, e a un mercato decisamente effervescente, non passava giorno senza che i principali editori lanciassero nelle edicole qualche nuovo personaggio o qualche nuovo magazine. In questo contesto, cominciarono a fiorire vere e proprie botteghe nate con lo scopo di fornire teste e braccia alle publishing companies sulla piazza. Fra le tante, una delle più gettonate era l’Eisner & Iger Studio di New York. Alla fine degli anni '30, i due soci fondatori della società di Madison Avenue avevano al loro attivo personaggi come “Sheena, la regina della giungla”, “Dollman” e “Blackhawk”. In più, lavoravano a pieno ritmo su character come la Torcia Umana originale e Sub-Mariner in una struttura che aveva visto sedersi ai tavoli da disegno artisti del calibro di Bob Kane, Jack Kirby, e Wally Wood. Due personaggi arrivati, insomma. Nel 1940, la svolta: Eisner riscatta le sue quote, molla tutto, e comincia a lavorare su un personaggio fatto a sua immagine e somiglianza. “Volevo lavorare su qualcosa di meglio dei super-eroi. L’ambiente del fumetto era un ghetto. Ma gli editori volevano un eroe a tutto tondo, un eroe in costume. Così mi chiesero se il mio fosse un personaggio mascherato. Mi limitai ad appiccicargli sul viso una mascherina e risposi che sì, si trattava di un eroe in costume”. L’origin story di Spirit ha tutta la potenza visiva e l’appeal di un classico, e comincia “in medias res”, mentre il giovane e coraggioso detective Denny Colt penetra di soppiatto nel rifugio del suo acerrimo nemico, il Dottor Cobra, proprio mentre quest’ultimo si accinge a perfezionare una pozione venefica con cui sterminare l’intera città. Investito dal contenuto della cisterna, Colt sembra defunto. Ma come nelle migliori storie del genere, si tratta di un decesso apparente. E così, il “Detective creduto morto” torna sulla breccia, braccando i criminali sotto la maschera di Spirit. Sono solo i primi passi di uno status di culto che fra alti e bassi dura fino al nuovo millennio, con l’inserimento ufficiale del personaggio nell’universo DC Comics.

L’eredità di Eisner

L’influenza di Spirit sul fumetto americano per lettori maturi è evidente: per rendersene conto, basta dare un’occhiata a “The Question” di Steve Ditko, o a “Il Corvo” di James O’ Barr. O ancora, alle opere recenti dell’autore che negli ultimi anni ha tentato di sintetizzare in un format innovativo gli ingredienti principali dell’opera del maestro – i bianchi e neri vischiosi, l’ironia dark e il penchant per le donne belle e discinte. Ovvero, Frank Miller. Non sorprende, quindi, che sia proprio l’ex cartoonist di Olney, Maryland, a dirigere il film che la LionsGate Production ha dedicato al personaggio di Will Eisner. Una pellicola di cui si parla dall’inizio degli Anni '90. il produttore Michael Uslan, che detiene i diritti di Spirit da quel dì, finora ha fallito nell’impresa solo per manifesta insipienza dei tanti cineasti che nel corso degli ultimi decenni hanno tentato di accostarsi allo sbirro mascherato di Eisner: come riportato in una dichiarazione rilasciata a Comic Book Resources, c’era chi avrebbe voluto farne una sorta di zombie buono à la “Deadman”, e chi addirittura aveva pensato di infilarlo dentro una calzamaglia, trasformandolo in un grottesco super-eroe. Ma Uslan, che aveva promesso all’autore la massima fedeltà nei confronti dello “Spirit” originale, ha tenuto duro finché all’orizzonte non è apparso Miler. Un regista esordiente, d’accordo. Ma anche un autore innamorato da sempre del personaggio e delle atmosfere brumose del fumetto originale. Sulla carta, ci sarebbero tutte le premesse per fare bene, anche perché Miller ha dichiarato di voler prestare la massima fedeltà all’essenza del personaggio senza scadere nella nostalgia, sibilando a una giornalista di Variety che il film “Sarà molto più pauroso di quanto il pubblico si aspetti”. Anche il cast a tutte stelle capitanato da Gabriel Macht, Samuel L. Jackson e Scarlett Johansson fa ben sperare. Ma per capire se il gioco funziona, tocca aspettare il 19 aprile 2008, data del debutto in rete del teaser trailer del film. Perché le prime immagini rubate sul set non promettono granché. L’ultima parola, ovviamente, ai posteri: ma se ne riparlerà solo nel gennaio del 2009.