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SPEED RACER: A TUTTO CAMP

Transponder intrapositivi, testate fluo, bandiere a scacchi, colore. Deserti, cieli azzurri, skyline elettroplastiche, altro colore. Manager corrotti, piloti integerrimi, ragazze belle e impossibili, altro colore. Bolidi full-optional, circuiti transcontinentali, gare genuinamente folli, e colore, colore, colore, in tutte le gamme del verde, del giallo, del cyan, del magenta, fra neon, suggestioni optical dichiaratamente sixties e citazioni che sanno di manga e videogame. È un deferente omaggio al camp più spinto questo Speed Racer dei fratelli Wachowsky, una vera e propria corsa a rotta di collo attraverso i luoghi comuni e i generi di tanto cinema fantastico-avventuroso. La mistica della velocità ricorda “Tron”, “Death Race 3.000” e “Giorni di tuono”, il décor è preso di pacca da “Dick Tracy” e “Cars”, la recitazione no-nonsense e il look and feel “finto ma vero” sono gli stessa del “Batman” Tv di William Dozier e Lorenzo Semple, Jr., le inquadrature in camera car ricordano da vicino le “Pod Race” di “Star Wars - La Minaccia Fantasma” e gli sfrenati stampede giurassici di “King Kong”. Insomma, è tutto già fatto, già letto, già visto a partire dallo spunto iniziale, il brutto cartoon “Superauto Mach 5” di Tatsuo Yoshida (1967/1968). Ma il meccanismo è così scoperto, il ritmo così scatenato, le citazioni così irresistibilmente mal dissimulate, che stare al gioco è facile. E dopo due ore e spiccioli di sfide al buonsenso e alla legge di gravità, si esce dal cinema con il sorriso sulle labbra, pronti a sputtanarsi cifre folli in macchinine.

Una trama essenziale

“Speed Racer” è la storia di una pazza famiglia futuribile che comprende un patriarca oversize e una mamma-mamma, due figli adolescenti con il pallino della velocità, un marmocchio disneyano saccente e una scimmietta. Quando il maggiore dei figli, Rex Racer, scompare in una nuvola di rottami durante una gara, suo fratello Speed ne raccoglie il testimone. Il giovanotto ha talento, e nonostante gli scarsi mezzi della squadra corse di papà in pista riesce a far miracoli. Almeno finché un Max Mosley riveduto e corrotto non tenta di trascinarlo verso il lato oscuro della forza, in un tripudio di dané, e benessere degno di Willy Wonka. Al rifiuto di Speed, il cattivaccio gli giura odio e inimicizia eterna, e promette di mandarlo fuori giri e fuori dal mondo delle corse nel più breve tempo possibile, non senza prima elargirgli una dura lezione di vita sul marciume che tiene in piedi il mondo dello sport. Ma Speed Racer è tipo tosto. E con l’aiuto di papà e mammà, e un alleato come l’imprendibile pilota mascherato Racer X, riuscirà a restare in pista fino alla corsa più importante e a diventare UOMO. Sigla finale.

Il giocattolo della stagione

Affrancati dalle atmosfere plumbee di “Matrix” e “V For Vendetta”, i Wachowsky Bros. hanno scelto di mettere la propria abilità nel copia-incolla al servizio del nuovo cinema ragazzino, consegnando ai posteri un giocattolone di celluloide senza la minima pretesa di verosimiglianza. Scommessa vinta a man bassa: se altre saghe action-corsaiole come “The Fast and The Furious” o “xXx” toppavano sul piano della sospensione dell’incredulità, “Speed Racer” sbriga la pratica dichiarando il suo status di divertissement fin dalla prima sequenza, e frullando insieme linguaggi e metalinguaggi in un cocktail spumeggiante e zuccheroso al punto giusto. Il resto sta tutto nelle scenografie di Owen Paterson (“Red Planet”, “Matrix”), nella fotografia “larger than life” di di David Tattersall (“Star Wars: Episodio 1”, “Next”), negli effetti digitali di John Gaeta (“Al di là dei sogni”, “Matrix”). Meritano una menzione speciale anche gli attori impegnati nell’impossibile compito di dar corpo ai personaggi dell’anime originale: da Emile Hirsch, passato dai panni sporchi del pusher di “Alpha Dog” alla tuta immacolata di Speed, al “Racer X” Matthew Fox, a John Goodman e Susan Sarandon, capaci di infondere una parvenza di umanità anche a personaggi monodimensionali come Pops Racer e Mom Racer. Ah: Christina Ricci, nei panni di Trixie, è davvero irresistibile. Da vedere tranquilli, lasciando il cervello alla cassa del cinema.

© 2008 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore

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