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Sangue, bugie e videotape...
2004

recensione di Andrea Voglino

Nel gergo hollywoodiano, li chiamano “sleepers”, ovvero “dormiglioni”. Sono quei film che escono sottotraccia, lontano dai grandi budget promozionali, e poi esplodono sulle ali del “passaparola”, trasformandosi in successi planetari. Prendiamo l’evento cinematografico del 2002, The Ring: costato 45 milioni di dollari, ne ha incassati quasi 130 solo negli Usa. Davvero un miracolo, per un remake. Ma quando c’è di mezzo la Settima Arte, i miracoli non sono mai casuali. E nel caso di questa pellicola “maledetta”, a fare la differenza sono stati diversi fattori. In primo luogo, la materia grezza: una saga horror nata nel 1985 dalla mente ispirata del narratore giapponese Koji Suzuki, e poi esplosa in una miriade di spin-off cinematografici e televisivi.

L’attacco della videocassetta assassina

Al nocciolo della storia c’era una videocassetta clandestina capace di far schiattare di paura nel giro di una settimana chiunque avesse la disgrazia di vederla. Come in tutte le saghe manga che si rispettino, la vicenda si dipanava tra visioni morbose, suggestioni techno e melodrammi familiari, in una spirale di colpi allo stomaco povera di effetti speciali ma davvero inquietante. Logico, quindi, che il remake, diretto da un emergente abile come Gore Verbinski (Un topolino sotto sfratto, La maledizione della Prima Luna), interpretato da Naomi Watts, belloccia e sensibile interprete del Lynchiano Mulholland Drive (2001), e irrobustito dal make-up disturbante di uno specialista come Stan Winston (A.I.-Intelligenza artificiale, Terminator 3 - Le macchine ribelli) colpisse nel segno. Un po’ meno logico, forse, che la Dreamworks Pictures faticasse a capitalizzare il successo della pellicola, e a dargli un seguito. Ma come in tutte le fiabe nere che si rispettino, ora la storia sta per ricominciare. E anche se per vedere il film ci toccherà aspettare l’8 aprile 2005, quando il secondo capitolo di The Ring uscirà nel nostro Paese, il film ha già catalizzato l’attenzione di tutti i “Movie Maniacs” sparsi in rete. E il motivo è semplice: a dirigere il secondo capitolo della serie sarà Hideo Nakata, l’autore del Ringu originale (1998).

Pericolo giallo

Quello che sembra un colpo di genio, in realtà, è solo l’ultimo di una catena di eventi iniziati più di un anno fa. Le prime avvisaglie risalgono al 25 febbraio 2003: in quella data, sull’elegante e aggiornatissima webzine Ringworld.com, una fonte anonima annunciava l’inizio della preproduzione del film. Fra le certezze, il ritorno della Watts e di Ehren Krueger, sceneggiatore principe del nuovo cinema da brivido a stelle e strisce (Arlington Road, Scream 3). Fra le incertezze, il ritorno dietro la macchina da presa di Gore Verbinski, ormai votato anima e corpo al seguito delle sue fantasie piratesche. Quel primo annuncio riduceva i papabili alla regia a tre candidati, tutti di altissimo profilo: Wes Craven (Nightmare - Dal profondo della notte, Scream), Sam Mendes (American Beauty) e addirittura lo stesso Steven Spielberg, patron della Dreamworks insieme a Jeffrey Katzemberg e David Geffen. Poi, tutto tace per 9 lunghi mesi. Il 5 novembre 2004, finalmente, Variety e The Hollywood Reporter svelano al mondo il nome del regista di The Ring 2: si tratta di Noam Murro, un esordiente nato sui set pubblicitari e assurto agli onori della cronaca per il suo approccio visionario e disturbante. Murro si mette alacremente al lavoro, ma regge solo 5 mesi, per poi abbandonare la produzione per imprecisate “divergenze creative” con la produzione. Per la successione si fa il nome di Richard Kelly, sceneggiatore e regista dell’interessante commedia nera Donnie Darko (2004). Poi, fra il 10 e il 17 marzo 2004, Nakata sale in cattedra. Da allora, solo il silenzio. Rotto solo dal brusio distinto e sottilmente disturbante del trailer che accoglie i visitatori del sito ufficiale di Ring 2.

Brividi inediti

Per vedere come va a finire, dunque, non resta che aspettare l’uscita della pellicola. Per ora, le voci captate in Rete dicono che il secondo The Ring non nasce come un remake, ma come un sequel incentrato sui protagonisti dell’originale, la giornalista Rachel Keller e suo figlio Aidan, e sulla loro battaglia personale contro la videocassetta patogena più amata dagli amanti del genere. Accanto a loro, una psicologa interpretata da Sissy Spacek, già nota ai fan del cinema “de paura” per la sua interpretazione in Carrie, lo sguardo di Satana di Brian De Palma (1976). E poi, l’inquietante “dark lady” fantasma già vista in The Ring, Samara Morgan. Daveigh Chase, la giovane attrice che la interpretava nel primo film, non ci sarà: in un’intervista ha dichiarato che Samara non solo compare a malapena nella sceneggiatura, ma “non mostra neanche il viso”. Un bene o un male? Chissà: la sensazione è che all’orizzonte ci sia qualche sorpresa terrificante. In un senso o nell’altro.