|
HARRY POTTER Vs. SHREK: LA LUNGA
ESTATE FANTASY
Harry Potter, quinto movimento. Per chi ha
vissuto la sinfonia fantasy di J. K. Rowling
solo attraverso la sontuosa trasposizione cinematografica
della Warner Bros, dall’11 luglio si
preannuncia una ripartenza col botto: archiviata ogni residua
concessione al tempi spensierati dell’infanzia, la nuova
pellicola dedicata al maghetto di Hogwarts e ai suoi compagnucci
sconfina con decisione nel territorio dell’azione pura.
Poco humour, quindi, e pochi birignao, appaltati
quasi in toto a “new entry” di lusso come Helena
Bonham-Carter, qui nei panni della ignobile stregaccia
Bellatrix Lestrange; pochissime concessioni alla fenomenologia
di Hogwarts e sui suoi ospiti soprannaturali, troppo visti
e troppo preschool per reggere l’usura del tempo; e
per una volta, grazie a Dio, niente pallosette amichevoli
di quidditch fra scapoli & ammosciati. Invece di librarsi
nell’aria sulle scope d’ordinanza, anzi, la serie
si immerge negli inferi del ministero della magia, sporca
mani, facce e corpi ormai irrimediabilmente adolescenti di
sangue e fuliggine, annega la morbida paletta colori dei film
precedenti in un livore grigio piombo da horror giapponese
e traghetta il giovin maghetto fra eros e thanatos.
Bimbi a bordo, quindi, ma con juicio: già alle prime
battute del film, i più piccoli e tenerelli fra gli
spettatori potrebbero portarsi a casa qualche ottimo spunto
per i propri incubi notturni.
Come da copione, la storia ricomincia con il ritorno di Harry
& Co. a Hogwarts per l’inizio del quinto anno del
corso di magia. La situazione non è delle migliori
il maligno Voldemort è di nuovo a piede libero e minaccia
sfracelli; il nostro eroe, unico a preoccuparsi della cosa,
passa per un cacciapalle; e come se non bastasse, il ministro
della magia ha sostituito Albus Silente con la nuova insegnante
di difesa delle arti oscure, Dolores Umbridge. Un bel tipetto
di Mary Poppins incazzosa che invece di preparare gli allievi
all’imminente scontro contro l’armata dei babau
si limita a castrarli. Logico che Harry prenda il problema
di petto e decida di addestrare i colleghi sbarbati in proprio
perché accolgano le forze del male a suon di latinorum
e fuochi d’artificio. Nel mix c’è
spazio anche per qualche turbamento genuinamente adulto: nell’arco
delle due ore e rotti della proiezione, Harry scopre l’inquietudine
della maturità, il soft petting e una voglia
di guerra preventiva degna di Dick Cheney. Mica poco, considerando
che pur essendo ispirato al libro più lungo della serie,
il film è il più compatto di tutti quelli prodotti
dal 2001 a oggi. Ovviamente, tanta concisione ha un prezzo:
per strizzare le oltre 800 pagine di Harry Potter
e l’Ordine della Fenice in uno screen time
accettabile, lo sceneggiatore Michael Goldenberg
(Contact, Peter Pan), degno
sostituto del veterano Steve Kloves, ha ridotto il succo del
romanzo all’essenziale, triturando trame e sottotrame,
relegando il menàge-a-trois fra Harry, Ron e Hermione
sullo sfondo, e concentrando l’attenzione sull’addestramento
delle truppe. Narrativa lineare allo stato puro, insomma,
per un pubblico che dev’essere disposto a passare senza
troppi patemi dall’infanzia all’adolescenza, dalle
fiabe, ai comic-books e ai videogames.
Il “cambio della guardia” dietro la macchina da
presa non produce scossoni di rilievo. Il nuovo regista della
serie, David Yates, si colloca nel solco
scavato da professionisti in ragazzate colte come Chris
Columbus e Antonio Cuaron, e ne
raccoglie il testimone con una professionalità accumulata
in anni di solido mestiere soap-operistico, puntando tutto
su affetti ed effetti speciali. Il cast ragazzino, affinato
da sei anni di bildungsroman fantasy, gioca a memoria, con
più credibilità e simpatia che in passato. E
per un Ralph Fiennes ormai un po’ stucchevole
nei tic coccodrilleschi di Voldemort, grazie al cielo c’è
Alan Rickman, che supera se stesso regalando
al professor Severus Piton una performance tanto
breve quanto memorabile. Il resto è spettacolo, ben
servito da un cast tecnico in cui spiccano lo scenografo Stuart
Craig, il costume designer Jany
Temime e il composer Nicholas Hooper,
deciso a dar seguito al soundtrack originale di John
Williams con una colonna sonora altrettanto tonitruante.
Chi ha seguito la vicenda fin qui si sentirà a casa,
chi non la conosce scoprirà un film abbastanza teso
da riservare qualche piacevole brivido. E il seguito, come
si dice, alla prossima puntata. Sperando che nel frattempo
qualcuno non sciupi la suspense con qualche spoiler
sul gran finale della saga. Quella, sì, sarebbe magia
nera.
Altra storia, invece, con Shrek terzo. La
nuova avventura dell’orco con le orecchie a trombetta
non passerà alla storia per originalità. Ma
le stilettate elargite al film dai critici americani puzzano
più delle scoreggette del nostro eroe. Chiuso in qualche
scrigno ogni afflato satirico e disinnescate le tendenze anarcoidi
del protagonista, la pellicola punta tutto sul batti e ribatti
delle spalle comiche del regno di Molto, Molto Lontano. Grande
spazio, quindi, al Gatto con gli stivali, sempre agile e maliardo;
grande spazio alle scapolotte del primo film, petulanti Charlie’s
Angels in crinoline; e grande spazio al ricco bestiario degli
eroi delle fiabe. La trama in soldoni: deciso a scrollarsi
dal capoccione la scomoda corona di Re Ranocchio, Shrek parte
alla ricerca dell’unico deputato a sostituirlo, un imberbe
Re Artù. Ma approfittando della sua assenza, il principe
Azzurro si impadronisce del regno con la complicità
di tutti i “villain” della letteratura fantastica
e segrega Fiona. Lo scontro fra il bene e il male è
inevitabile, come l’immancabile happy end.
Il “deb” Chris Miller, già
sceneggiatore dei primi due capitoli e “story artist”
di Madagascar (2005), dirige il tutto senza
grandi botte di inventiva. Ma si sorride spesso. E la qualità
dell’animazione, pur sotto i livelli siderali della
Pixar, garantisce al film il giusto tasso di spettacolarità.
Uscita prevista: 31 agosto. Per un’estate
davvero magica.
©
2007 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore
|