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NEL PAESE DELLE CREATURE SELVAGGE:
BORN TO BE WILD
100 e rotti milioni di budget accertato. Un regista come lo
Spike Jonze di “Essere John Malkovich”
e “Il ladro di orchidee”. Un’integrità
filologica tanto spinta da far girare tutta la produzione
intorno all’autore del romanzo originale. Una lavorazione
da brividi, con la Universal che stacca la spina al progetto
a metà strada perché non ci crede e la Warner
che decide di portarlo avanti ma senza troppo entusiasmo.
E alla fine decide di vendere il film come un film “adulto”
invece che come un film per bambini. Davvero premesse non
facili, quelle su cui era costruito “Nel Paese delle
creature selvagge”, versione in celluloide della favola
scritta nel 1963 da Maurice Sendak, e pubblicata
in Italia nella bella edizione di Babalibri. Eppure, dal giorno
della sua uscita nelle sale degli stati uniti, il film ha
conquistato il pubblico e la critica, preparando il terreno
per le pellicole che nei prossimi mesi invaderanno le sale
di tutto
il mondo tingendo i sogni dei ragazzi con i colori dell’inquietudine
– il dickensiano ”Cantico di Natale” di
Robert Zemeckis, ma anche l’allucinata e lisergica “Alice
nel Paese delle Meraviglie” di Tim Burton. E in effetti,
“Nel Paese delle creature selvagge” è una
ennesima conferma del fatto che anche il cinema a misura di
bambini è diventato una faccenda priva di implicazioni
facili, consolatorie e/o zuccherine di sorta. Come ai vecchi
tempi di Perrault o dei fratelli Grimm, insomma, le favole
tornano a fare almeno un po’ paura: e chi teme la deriva,
può mettersi il cuore in pace, e magari rileggersi
il Bettelheim di “Il mondo incantato” per tranquillizzarsi
un po’.
Una complicatissima storia semplice
Qui la favola oscura ma non troppo è quella di Max,
immaginifico erede di una mamma single che se lo
fila col contagocce, ed è sempre pronta a bacchettarlo
per le sue intemperanze. Com’è, come non è,
una sera il piccoletto salpa su una barchetta e si rifugia
su un’isola i cui unici abitanti sono dei Teletubbies
zozzoni pronti a eleggerlo loro sovrano incontrastato. Nel
racconto originale del 1963, la cosa si risolveva in, tipo,
un migliaio di battute molto illustrate. Nelle capaci mani
di Jonze e del co-sceneggiatore Dave Eggers,
romanziere off e autore di romanzi come “L’opera
struggente di un formidabile genio” e “La fame
che abbiamo”, l’esile intreccio di Sendak si è
dilatato fino a una sceneggiatura di 111 pagine, che fa del
film un piccolo, particolarissimo romanzo di formazione. Nel
frattempo, la produzione ha fatto il giro delle major hollywoodiane,
passando dalla Disney alla Universal, e dall’animazione
a un mix di animazione e live action. Poi, gli scazzi
fra il regista e la Casa di produzione, e lo sbarco in Warner.
Ma i problemi erano tutt’altro che finiti: mesi di casting
per trovare un protagonista credibile, il giovanissimo Max
Records. Il panico dei dirigenti Warner alle tiepide
reazioni dei ragazzini alle proiezioni test. La difficoltà
di trasformare i pupazzoni del Jim Henson Creature
Shop nei mostri selvaggi del libro. L’unico
a continuare a credere nel progetto era proprio Maurice Sendak,
che vedendo un primo montato del film si è dichiarato
molto soddisfatto.
Per mostri ma non per tutti
Finora, il pubblico Usa sembra aver condiviso la soddisfazione
dell’ottantunenne narratore per l’infanzia: lo
dicono i 35 milioni di dollari raggranellati nel primo week-end
di programmazione. Nella realtà, però, “Nel
Paese delle creature selvagge” sta a un film per ragazzi
come un disco dei Nirvana al Rock and Roll. Ovvero, una produzione
curata in ogni dettaglio, ma votata a diluire i “production
values” del caso in un’esperienza visiva ruvida,
a tratti intimista e a tratti brutale, volutamente prendere-o-lasciare.
100 milioni di dollari di budget spesi fra effetti, costumi,
scenografie e locations sono compressi in un look
and feel volutamente spento, disadorno, reso quasi documentaristico
dall’uso insistente della macchina a mano. L’andamento
della storia segue il pensiero erratico del piccolo protagonista,
trascinando lo spettatore in una sarabanda anticlimatica di
giochi infantili, senza il ricorso a un vero e proprio crescendo.
La messa in scena non concede nulla all’epica, alla
carineria o alle scorciatoie consolatorie più o meno
in buona fede di tanti film del genere. E l’effetto
generale è quello di uno spettacolo che ha buone probabilità
di dividere il pubblico fra fan sfegatati e “haters”
senza riserve. Chiedersi se si tratti davvero di un prodotto
per ragazzi, vista la visceralità dell’insieme,
è un falso problema. Semmai, visto l’andazzo
dolceamaro di tante recenti produzioni “for kids”
– da “Coraline” a “Up” all’ultimo
Spike Jonze, ci sarebbe da farsi qualche domanda sullo spirito
dei tempi.
Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.
©
2009 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore
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