La locandina del film – © Dreamworks/Universal Pictures 2005



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SPIELBERG: DESTINAZIONE MONACO

All’alba del 5 settembre 1972, otto guerriglieri palestinesi del gruppo “Settembre nero” irrompono nel villaggio olimpico di Monaco di Baviera e prendono in ostaggio undici atleti appartenenti alla squadra israeliana. Il sequestro investe i Giochi Olimpici con un’onda d’urto degna di uno tsunami, che in poche ore rimbalza in tutto il mondo. Mentre i cittadini del nascente villaggio globale assistono agli sviluppi del caso con il fiato sospeso, il ministro degli interni tedesco Hans-Dietrich Genscher tenta freneticamente di trovare il bandolo di una matassa che con il passare delle ore si ingarbuglia sempre di più. Gli sforzi delle autorità sembrano destinati al successo. Ma quando gli eventi sembrano volgere al meglio, e i terroristi arrivano all'aeroporto di Fürstenfeldbruck con gli ostaggi per salire sull’aereo che dovrebbe portarli in Egitto, le teste di cuoio aprono il fuoco: nell’azione, perderanno la vita tutti gli ostaggi. Con loro, cinque terroristi e un agente di polizia. Le Olimpiadi, cominciate fra le polemiche per l’esclusione del Sudafrica e della Rhodesia, nazioni escluse dalla competizione perché in odore di apartheid, si concludono in un bagno di sangue che cancellerà I successi di atleti del calibro di Mark Spitz e Olga Korbut, e segnerà per sempre le sorti della manifestazione. Ancora oggi, la tragedia di Monaco costituisce uno spartiacque fra gli Anni del Boom e gli Anni di Piombo, fra l’ottimismo inox del dopoguerra e le atmosfere rugginose dello stragismo. E ancora oggi, costituisce il primo, grande successo mediatico della jihad islamica, il primo atto di una strategia della tensione pronta a rimettere drammaticamente in discussione tutte le certezze dell’occidente. Difficile fare un film su una vicenda del genere. Difficile, anche se alle redini del progetto c’è un certo Steven Spielberg.

Alti e bassi

Ammettiamolo: negli ultimi anni, l’ex bambino prodigio della Hollywood Anni Settanta ha offerto al pubblico prestazioni decisamente discontinue.
Film come Salvate il soldato Ryan (1998), Prova a prendermi (2002) e The Terminal (2004) dimostrano la volontà di rimettere in discussione la propria grammatica filmica, e di ampliare i propri orizzonti di creativi. E scelte potenzialmente impopolari come il bianco e nero vischioso di Schindler’s List (1993) lo scarso glamour di Amistad (1997) o la schizofrenia stilistica di A.I. - Intelligenza artificiale (2001) testimoniano una voglia di cinema d’autore non comune. Il problema, semmai, sta in quelle che ai bei tempi di Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T - L'extraterrestre e dei vari Indiana Jones erano marce in più, e oggi sono palle al piede: la passione per gli “affetti speciali”, le sbavature retoriche, un approccio visivo che sembra preso di peso dalle grandi tele “All American” di Norman Rockwell. E che a volte puzza un po’ di stantio. I budget stellari, poi, hanno pesato sugli ultimi “Pop-corn Movies” del grande cineasta di Cincinnati, Ohio, trasformandoli in luna park visivi patinatissimi ma privi di slanci creativi. Forse memore di tutto questo, il “nuovo” Spielberg riparte dal cinema-verità, e da una vicenda che si presta a molteplici chiavi interpretative: Munich - questo il titolo dell’opera, in uscita a Natale negli Stati Uniti, e sui nostri schermi dal 17 gennaio 2006 - si propone allo stesso tempo come un thriller, un “character piece”, e un docu-drama. Ma soprattutto, coma la prima, autentica esplorazione del terrorismo internazionale dopo il fatale momento dell’11 settembre 2001.

Un blockbuster sul serio

Data l’importanza di questa “sfida” cinematografica, non si può dire che Spielberg abbia affrontato la produzione a cuor leggero. La sceneggiatura del film porta la firma di Tony Kushner, già premio Pulitzer per Angels in America, nonché del veterano del docu-dramaEric Roth (Insider, Ali). Il cast tecnico comprende vecchie conoscenze del regista come il direttore della fotografia Janusz Kaminski e il mago della cutting room Michael Kahn (Minority Report, La Guerra dei Mondi, Terminal). Fra gli interpreti, brillano alcune delle star emergenti del nuovo cinema global: Eric Bana, già Ettore in Troy (2004), presta il fisico e i basettoni a un coriaceo agente del Mossad, ben coadiuvato dal novello Bond Daniel Craig. E nei ruoli di rincalzo brillano illustri sconosciuti come Mathieu Kassovitz (Birthday Girl) e Geoffrey Rush (Tu chiamami Pete). La confezione, come di consueto, si annuncia sontuosa, ma mai eccessiva: a guardare il primo trailer ufficiale del film, on line su munichmovie.com, si ha la netta sensazione che, stavolta, Spielberg abbia lasciato nel cassetto caramelle e lustrini per puntare direttamente al cuore e allo stomaco dello spettatore. Ma se dovesse andar male, pazienza: dopotutto, dietro l’angolo ci sono due progetti mica da ridere: un film su Abramo Lincoln interpretato dal grande Tom Hanks. E poi, ovviamente, il quarto Indiana Jones. Una vecchia fiamma del regista, ma anche degli spettatori. Con cui presto bisognerà fare i conti


© 2005 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore

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