Ironicamente Iron
Man
Maggio 2010
recensione di Andrea Voglino
“Bigger, louder, better”: come da inveterato copione di tutti i sequel
hollywoodiani che si rispettino, è questo il motto su cui Paramount Pictures
e Marvel Studios hanno saldato la seconda avventura del vendicatore giallo
e rosso che aggiorna la formula del personaggio di Lee, Kirby e soci al cinema
super-eroico e super-problematico del nuovo millennio in cui gli eroi convincono
ma non sempre stravincono. In questo caso, si riparte dalla origin story
portata al successo nel 2008 dalla strana coppia formata dal quarantatreenne
regista Jon Favreau, esploso al cinema fra il 2003 e il 2005 con “Elf” e “Zathura”,
e dal redivivo Robert Downey Jr, ex enfant prodige per Hughes e Attemborough,
trascinato via dalle scene per un buon decennio da una passioncella per droghe
e alcolici e meritatamente sdoganato al ruolo di sex symbol maledetto
da pellicole come “Zodiac”, “Sherlock
Holmes” e “Tropic Thunder”.
L’uomo di ferro 2.0
Con “Iron Man”, Favreau e Downey, Jr. si erano dimostrati un duo davvero inossidabile,
capace di trasformare un personaggio fondamentale ma misconosciuto dell’universo
Marvel in una miniera d’oro: incastrato fra icone come Indiana Jones e il
Dark Knight di Chris Nolan, campione assoluto dei cinecomic in termini
di inquietudini e incassi, il primo film dell’eroe si è portato a casa quasi
600 milioni di dollaroni. Una cifra degna di franchise ben più blasonati,
e di un nuovo round al botteghino. Per un blockbuster, appunto, più
grosso, più chiassoso, migliore del prototipo. Almeno, nelle intenzioni. La
storia ricomincia sei mesi dopo il finale di “Iron Man”. Sconfitto Obadiah
Stane e tornato al timone della sua industria, Tony Stark si crogiola nel
suo nuovo status di super-eroe mediatico, con piccoli aggiustamenti al suo
habitat: ha promosso Pepper Potts al ruolo di amministratrice delegata dell’azienda,
si è trovato una assistente mozzafiato, Natalie Rushman, e passa le sue giornate
alternandosi fra Jet-Set, Photo Opportunities, Business Meetings e altre situazioni
molto E! Entertainment. Primo problema: il reattore ad arco incastonato
nel suo petto lo sta uccidendo a suon di radiazioni. Secondo problema: la
corazza dell’Uomo di Ferro piace molto all’esercito degli Stati Uniti, che
non accetta un “no” come risposta. E come se non bastasse, Stark si ritrova
fra i piedi due nuovi antagonisti: lo spregiudicato affarista Justin Hammer,
che sta al buon Tony come Rockerduck a Paperone. E poi, il fisico russo extralarge
Ivan Vanko. Il cocktail di guai e cattivi soggetti si rivela esplosivo,
e costringerà il nostro eroe a movimentare non poco il suo carnet e
le sue sicurezze, fino all’immancabile showdown finale.
Quando il budget raddoppia
Se il primo film si era attestato su un budget intorno ai 150 milioni
di dollari, questo secondo episodio della saga ne è costati un centinaio in
più. Soldi spesi in botti pirotecnici e magie digitali, ben coreografati da
ILM e Legacy (ex Stan Winston) Studio, e indispensabili per trascinare al
cinema il popolo dei multiplex. Ma anche in un cast vario e abbastanza
ben assortito, anche se non sempre completamente convincente. Sam Rockwell,
una personificazione del male assoluto ottimamente disegnata rispetto allo
standard monodimensionale di un cinefumetto è la sorpresa del film, e fa da
contraltare flamboyant a un Robert Downey Jr. mai così gigione e
rilassato. A deludere sono le seconde linee: Scarlett Johansson, cui spetta
un ruolo fumettoso nel senso più deteriore del termine, indossato con raggelante
fissità, e Mickey Rourke, più inespressivo della sua armatura metallica. Sceneggiatura
e regia tengono per 124 minuti filati, con poche, necessarie pause: Justin
Theroux ha infuso nello script ritmo, humour e un briciolo di sano
cinismo, salvaguardando il tono scanzonato della saga senza inciampare nei
“buchi” clamorosi offerti dal primo tempo di “Iron Man”, ma anche valorizzando
le sacrosante esagerazioni del fumetto originale. E Jon Favreau conferma di
sapere dove sistemare la macchina da presa sia nelle (molte) scene di comic
relief, sia nelle sequenze d’azione. L’unico neo sta nella paraculaggine
dichiarata che pervade la pellicola: di strizzata d’occhio in strizzata d’occhio,
a volte si rischia il tic nervoso. Ma queste, dopotutto, sono bubbole da lettori
maturi e forse un po’ troppo dark: non i migliori giudici, per un
film di puro intrattenimento nato con l’ambizione di riempire il vuoto temporaneo
lasciato da Spider-Man e dagli X-Men. Che dire? Mission accomplished con
il sorriso sulle labbra. E buon pop-corn a tutti.
