Inception: o del "dream
project" di Chris Nolan
23 settembre 2010
recensione di Andrea
Voglino
"Un'idea è come un virus: persistente e contagiosa". Come le idee
- meglio: le ossessioni - di Christopher Nolan.
Che per liberarsi dell'ombra dark, ingombrante e "corporate"
del Cavaliere Oscuro ha scelto di tornare ormai ricco e famoso in territori
esplorati all'inizio della sua carriera di regista. Inception
garantisce e amplifica fino al parossismo pregi e difetti
degli ultimi film dell'autore anglo-statunitense: un talento visivo da control
freak in cui convivono senza sforzi gigantismo e cura maniacale del dettaglio;
Una passione inestinguibile per la narrazione non lineare e per il "trompe
l'oeil" metatestuale; una tendenza all'autocompiacimento che lo porta
a voler stravincere la sfida con lo spettatore a risultato ormai acquisito.
Se il troppo non stroppia è solo per le doti artistiche, la sicurezza e il
carisma di una "macchina cinema" oliata come un orologio svizzero,
e in grado di incollare allo schermo anche il più scafato dei cinefili.
Scatole cinesi
Raccontare "Inception" senza inciampare negli "spoiler"
o senza ingarbugliarsi nel tentativo è un esercizio di equilibrismo da fare
invidia ad Escher, non a caso esplicitamente citato in una scena chiave del
film. Come in un gioco di scatole cinesi, "Inception" ingloba al
suo interno tonnellate di citazioni estetiche, visive, cinematografiche: le
"storie nelle storia" di "Le iene". Le sfide alla gravità
di "2001: odissea nello spazio". Lo spirito di gruppo di "Heat-La
sfida". Gli ammiccamenti di "Atto di Forza". Lo humour a fior
di pelle di "Ocean's Eleven". Le location esotiche di 007.
Modernariato cinematografico, al servizio della avventura di tale Don
Cobb e della sua task force di estrattori di sogni, abili
scippatori di ricordi abituati a orientarsi nel subconscio altrui come nei
livelli di un platform game per trafugare l'inconfessabile. Come in tanti
"actioner", la mistica è quella dell'ultima missione prima del meritato
pensionamento. Ma quando il basista del gruppo coinvolge Cobb e i suoi nel
tentativo di innestare un'idea nella mente di un giovane businessman,
la faccenda si complica non poco: soprattutto perché i sogni dell'eroe
ospitano i ricordi del suo passato, pronti a rendergli la vita difficilissima.
Il resto è la materia di cui sono fatti i sogni, con un apparato visivo che
piega ogni effetto speciale alla causa, e sembra fatto apposta per servire
da modello a tutti gli spot pubblicitari prossimi venturi.
Tutti al cinema
È questo in fondo il maggior pregio di Inception:
il fatto di far girare un ingranaggio di
grande spettacolarità contando più sul montaggio e le performance degli attori
che non sulle magie digitali. Ottimo e abbondante il gruppone messo insieme
da Nolan per il suo "Dream Project". Se Leonardo DiCaprio
si conferma l'interprete ideale per il ruolo del "reluctant
hero" solitario e tormentato, Joseph
Gordon-Levitt, Tom Hardy e Ken Watanabe emanano
sicurezza, confidenza e sex-appeal da autentici eroi da sogno. Bene
anche il cast di supporto, con Cillian Murphy e un (irriconoscibile!)
Tom Berenger, e una Marion Cotillard ormai
a suo agio nel mood da nemica pubblica. Unico neo, la Ellen
Page di "Juno", troppo bambina per reggere una parte che
sarebbe calzata a pennello a qualunque attrice over 30. Di prim'ordine
tutto il resto, dalle scenografie essenziali e sontuose di Guy Dyas
(Matrix) alla fotografia inox di Wally Pfister (Batman Begins,
Il Cavaliere Oscuro), dagli effetti visivi della Double Negative (Iron
Man 2) alla colonna sonora di Hans Zimmer (Il Cavaliere Oscuro,
Il Gladiatore). Da vedere, e da vedere al cinema: il rigoroso 3D metaforico
della trama si gusta al meglio solo lì, dove l'occhio può abbuffarsi di emozione.
