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La locandina del film –
© Universal Pictures 2005




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DOOM: PIOMBO CALDO SU MARTE

Gli amanti del divertimento elettronico di tutto il mondo li chiamano semplicemente “FPS”, con un acronimo che riassume la formula First Person Shooter. Ma dalle nostre parti, tutti li conoscono come “sparatutto in soggettiva”. Sono la versione riveduta, corretta e debitamente anabolizzata dei vecchi tirassegno da luna park. Al posto dei vecchi e cigolanti fucili a tappo dei bei tempi che furono c’è un intero arsenale di pistole, mitragliatori e lanciagranate. E al posto del leggendario orso ballerino che sobbalzava ululando dopo ogni colpo a segno, beh, a seconda del videogame c’è solo l’imbarazzo della scelta. Nei war game di “Medal of Honor”, il teatro delle operazioni è la Seconda Guerra Mondiale con tutti i suoi scenari mito, da Omaha Beach ad Arnhem: si spara addosso a nazisti e giapponesi, manco a dirlo con armi e munizioni filologicamente corrette. “Red Dead Revolver”, o il recentissimo “Gun” di Activision sono ambientati sulle polverose piste del west, fra tagliagole, desperados e bravacci di ogni risma. E in “Star Wars: Battlefront”, appena arrivato sugli scaffali con il secondo tomo, il campo di battaglia è la archetipica “galassia lontana lontana” vagheggiata da George Lucas dal 1976 a oggi. Gli sparatutto, insomma, costituiscono uno dei sottogeneri più fortunati dell’universo dei videogiochi. E l’ultima frontiera per una macchina dei sogni perennemente a caccia di stimoli a misura di teenager.

A che gioco giochiamo?

D’altronde, era destino: ormai, il fatturato planetario dell’industria dei videogiochi sfiora il triplo di quello delle sale cinematografiche. E flop come come quelli del seminale Super Mario Bros. di Annabel Jankel e Rocky Morton (1993), con Bob Hoskins e John Leguizamo nei panni del “working Class Hero” Nintendo e di suo fratello Luigi, o dell’inguardabile Mortal Kombat dello specialista Paul W. S. Anderson sono ormai un lontano ricordo: Tomb Raider conta due episodi, Resident Evil si appresta a toccare quota tre; e anche filmaker blasonati come Christophe Gans (Il patto dei lupi) o Peter Jackson (King Kong) sembrano pronti al gran passo: il primo, con la trasposizione in celluloide del survival horrorSilent Hill. E il paffuto regista neozelandese de Il Signore degli Anelli con Halo, un blockbuster di prossima uscita ispirato a uno dei più gettonati sparatutto di cui sopra. Nel frattempo, restando in tema, c’è un altro film che in queste ultime settimane sta facendo molto parlare di sé: Doom. Il film, uscito nelle sale Usa in concomitanza con Halloween, e in uscita nel nostro paese all’inizio della stagione primaverile, riassume in 100 minuti di pellicola i tre FPS della serie inaugurata nel 1993 dalla id Software. Il pubblico sembra aver apprezzato l’iniziativa: lo dimostrano i 15 milioni di dollari di incasso raggranellati da questo sparatutto live-action durante il primo week-end di programmazione. Il tutto, nonostante la temuta classificazione “R”, che negli States equivale grosso modo al nostro “Vietato ai minori di 18 anni”. Una cifra di tutto rispetto, che fa presagire un futuro luminoso per tutti i prossimi videogiochi da vedere.

Luci ed ombre

Nonostante queste premesse, però, a giudicare dalle voci che rimbalzano sulla rete delle reti, Doom sembra una pellicola intessuta di luci (fioche) e ombre (cospicue). Fra le luci, uno sviluppo narrativo che ricalca fedelmente quella del videogioco e di tanti successi hollywoodiani “di lotta e di governo”, e vede al centro della vicenda l’eterna lotta fra marines spaziali e extraterrestri cattivissimi. O ancora, un cast supermacho in cui spiccano i muscolacci molto anni '80 di Dwayne “The Rock” Johnson (Il Re Scorpione), e Karl Urban (Il Signore degli Anelli-Le Due Torri, Riddick). Fra le ombre, una produzione decisamente sparagnina, realizzata interamente nella Repubblica Ceca, e affidata al carneade Andrzej Bartkowiak, già noto al pubblico italiano per pellicole sotto vuoto spinto come Romeo deve morire (2000) e Ferite Mortali (2001). O ancora, una sceneggiatura che porta la firma molto sopra le righe di Wesley Strick. La critica, ovviamente, è discorde: c’è chi apprezza, come Justin Chang di Variety o Devin Faraci di Chud, per cui il film non è poi malaccio. E poi, come nella migliore tradizione, c’è chi spara a zero. il “San Francisco Examiner” parla di Doom come di “Una noia mortale”. La redazione di “Entertainment Weekly” si chiede se “i personaggi dei film di fantascienza abbiano mai visto cosa succede nei film di fantascienza”. E l’immarcescibile Roger Ebert si accoda: “La cosa migliore del film è la sequenza introduttiva, con il logo Universal che gira intorno a Marte”. E poi, non contento: “Assistere al film è come avere in casa un ragazzino che si è impadronito del vostro computer, e non vuol sapere di mollare l’osso”. Per gli amanti dei videogame originali, e per tutti gli altri spettatori italiani, l’appuntamento è rimandato al 10 marzo 2006. Nel frattempo, per farsi un’idea di cosa bolla in pentola, c’è sempre il sito ufficiale della Universal.


© 2005 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore

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