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BENJAMIN BUTTON: UN CASO CURIOSO MA NON TROPPO

Ha la faccia bellissima e mai troppo tormentata di Brad Pitt il nuovo Forrest Gump. E, proprio come il protagonista dell'originale, è un drop-out baciato dal successo. Al conclave degli Oscar, va da sé, entrare papi e uscire cardinali non sarebbe un disonore: ma le tredici nomination imbroccate da questo piccolo film intimista da 150 milioni di dollari parlano chiaro. Quelle come Miglior film, Miglior attore protagonista e Miglior regia sono solo tre delle tante ciliegine che fanno bella mostra di sé sulla glassa dorata degli Academy Awards. Il problema, semmai, è cucinare un parere obiettivo su un blockbuster sentimentale che sembra studiato a tavolino per attirare in sala un pubblico facile in vena di melò. Con buona pace di chi ha amato alla follia i film cupi schizoidi e dichiaratamente "cattivisti" del David Fincher che fu. Sulla carta, il racconto di Francis Scott Fitzgerald da cui il film è tratto sembrava avere tutte le carte in regola
per il talento tutto laterale del quarantasettenne regista di Denver, Colorado: la vita "a ritroso" di un uomo che nasce vecchio per morire da bebé, nelle mani del regista di "Seven" e "Fight Club", sarebbe potuta diventare roba che scotta. Ma dopo una carriera altalenante, spesso afflitta da clamorosi insuccessi al botteghino, l'autore ha deciso di indossare i panni di un classico regista hollywoodiano al servizio del pubblico. Il che spiega pregi e difetti di un film destinato a regalare brividi non sempre positivi ai fan del cineasta statunitense.

La vita non è una scatola di cioccolatini

La storia riveduta e corretta narrata nella pellicola è quella dell?amore eterno fra Benjamin Button e una donna (non certo) qualunque di nome Daisy. Ma sullo sfondo c'è la Storia con la "S" maiuscola, la storia del secolo breve: mentre Benjamin passa dalla vecchiaia, alla maturità, all'adolescenza, sullo sfondo scorrono settant'anni di american life. La Grande Guerra, il boom, l'American Way of Life e l'uragano Katrina fanno da cornice alle molteplici esperienze vissute da Benjamin nel corso del suo passaggio sul Pianeta. Pitt incarna la figura del protagonista con impegno encomiabile, mettendo a frutto i trucchi del mestiere imparati in vent'anni di frequentazione del set, ma non senza qualche incongruenza: Il Benjamin Button agée funziona magnificamente; ma la sua regressione verso la maturità e l'adolescenza è impalpabile e poco credibile. Come al solito, il problema sta nella sceneggiatura: la vicenda scritta da Eric Roth ricalca gli stessi stilemi e gli stessi espedienti narrativi messi in atto a suo tempo nel "Forrest Gump" originale, con la diversità del protagonista a fare la differenza fra la sua vita e quella delle persone normali. Ma buchi e incongruenze narrative si sprecano, e la vena nichilista di Fincher, che stempera la satira bonaria di Fitzgerald in una cupa variazione sul tema della caducità dell'esistenza, non giova alla levità di questa fiaba da due ore e quaranta.

Un film perfetto. Almeno tecnicamente

Come ogni candidato a 13 Oscar che si rispetti, Benjamin Button si presenta in una confezione di prim'ordine. Accanto a Brad Pitt e Cate Blanchett, di nuovo insieme dopo "Babel" di Alejandro González Iñárritu (2006) troviamo Elias Koteas ("La sottile linea rossa", "Gattaca" "S1m0ne"), Julia Ormond ("Vento di passioni", "Il senso di Smilla per la neve", "Che") e Tilda Swinton ("Orlando", "The Beach", "Le cronache di Narnia"), tutti all'altezza dei rispettivi ruoli di coprotagonisti. L'apporto di storici collaboratori di Fincher come il direttore della fotografia Claudio Miranda ("Fight Club", "Zodiac", "The Game") e lo scenografo Donald Graham Burt ("Donnie Brasco", "Zodiac") conferiscono al film una patina rockwelliana su misura per la notte degli Oscar. Meritatissima, infine, la nomination agli effetti speciali del team formato da Eric Barba, Steve Preeg, Burt Dalton e Craig Barron ("The Ring", "Pirati dei Caraibi", "Zodiac"): veterani del cinema fantastico capaci di trasformare un Brad Pitt qualsiasi in "Un uomo nato in circostanze insolite". Un'impresa realizzata "incollando" digitalmente il volto debitamente truccato di un Pitt mai così stoico sulle comparse digitali che hanno impersonato le molte età di Banjamin Button. Magari avessero tributato le stesse attenzioni allo script: in quel caso, Benjamin Button sarebbe una macchina perfetta.

© 2009 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore

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