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La locandina del film
© 2007 Warner Bros Ent.



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BEOWULF, O IL RITORNO DELL’EROE ARCAICO

Che ci fanno in allegra brigata il regista di “Forrest Gump”, gli sceneggiatori di “Pulp Fiction” e “Stardust” e la star di “Tomb Raider”? Che si tratti di un film, non ci sono dubbi. Ma basta un’occhiata anche superficiale al cartellone della pellicola per intuire che ci sia in ballo qualcosa di speciale. Se poi si butta nel calderone un poema epico che in 1.300 anni di letture e riletture ha infuso le sue malie su un’infinità di chicche Made in Britain, dai romanzi di John Ronald Reuel Tolkien al teatro prog rock dei primi Marillion, l’effetto sorpresa è garantito. E in effetti, il La leggenda di Beowulf firmato dall’ex pupillo di Steven Spielberg ha molto da offrire a chi ama il cinema d’azione. In un momento in cui tutte le major di Hollywood sembrano incatenate alle paroline magiche “sequel” e “remake”, il piccolo grande kolossal distribuito da Warner Bros. spariglia le carte mescolando sullo schermo squisitezze da romanzo arcaico e azione scatenata. E spingendo alle estreme conseguenze una tecnica che grazie alla sagacia degli effect wizard di Hollywood sta inesorabilmente contaminando tanto cinema “dal vivo”: quella del “motion capture”, ovvero della sintesi dei movimenti degli attori. Cinema sotto ghiaccio, dirà qualcuno. Solo fino a un certo punto: perché qui il mix di riprese su sfondo verde, set virtuali e “vfx” riscalda l’aria e l’atmosfera con le stesse vibrazioni materiche e corrusche delle illustrazioni a olio di David Hyatt, Frank Frazetta o i fratelli Hildebrandt. E l’effetto finale non lascia indifferenti.

Un’avventura lunga tredici secoli

La storia di La leggenda di Beowulf, già arrivato nelle sale fra il 1999 e il 2005 in due versioni live-action invero bruttarelle, è grosso modo la stessa del leggendario poema inglese della tradizione. C’è un regno leggendario su cui incombe una terribile minaccia, quello del sovrano danese Hrothgar. C’è un eroe bello, biondo, aitante e infallibile come tutti gli eroi delle leggende nordiche. E last but not least, c’è un mostro dall’aspetto poco raccomandabile che non vede l’ora di finire sotto il filo della spada impugnata dall’eroe. Anzi, a dire il vero, qui i mostri sono tre: l’orribile Grendel, incarnazione incrostata, bavosa e incrudelita dell’attore Crispin Glover, già papà di Marty McFly nel primo “Ritorno al futuro” (1984). La regina delle tenebre, una Angelina Jolie nude look impegnata nel non difficile ruolo di diavolessa tentatrice con tanto di completo fetish in lamina d’oro. E last but not least, il figlio degenere dell’eroe e della affascinante satanassa, un gigantesco drago. Il resto è il magma onirico dei saggi di Kereny, Jung, Campbell e compagnia, riveduto e corretto quel tanto che basta per stringere i nodi narrativi della leggenda: imprese sovrumane, sortilegi, tesori maledetti, serpenti volanti, inframondi, vecchi saggi, e chi più ne ha più ne metta. E nei recessi della caverna, il premio finale di tutti i superuomini d’antan: una catarsi che ha il sapore acre della “bella morte”.

Fantasy e realtà

Inutile azzardare paragoni con le altre saghe fantasy arrivate nelle sale negli utlimi anni: La leggenda di Beowulf è un impasto di archetipi e soluzioni creative difficile da classificare, una pellicola che esprime il meglio di sé solo se se ne accetta il carattere arcaico. Se l’impianto tipicamente favolistico fa pensare a un Popcorn Movie adolescenziale, tutto il resto riporta alle atmosfere cupe e decisamente adulte dell’”Excalibur” di John Boorman (1981) o del primo “Conan” di John Milius (1982), fra sangue, reminescenze horror e allusioni sessuali. E anche la linearità dei dialoghi e di una messa in scena che alterna momenti di puro teatro con funambolismi “impossibili” creati appositamente per la versione 3D del film sono frutto di un approccio freddo, distaccato, oggettivo. Un modo di affrontare la leggenda molto lontano dalla simpatia istintiva riservata da Peter Jackson agli innumerevoli freaks della sua trilogia, e molto legato a un mezzo espressivo per molti versi ancora pionieristico. Ma se la strada verso le pari opportunità fra “Mo-Cap” e animazione digitale in senso stretto è ancora lunga, e la durata del film comprime gli eventi in un montaggio forse troppo stringato, rispetto a sagome come gli achei di “Troy”, o gli spartani di “300” i personaggi virtuali di Zemeckis dimostrano un’umanità e una grandezza davvero non comune. D’altronde, non c’è da stupirsi: Da “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” in poi, Zemeckis si è sempre dimostrato maestro nel camminare sul filo sottile fra fantasia e realtà. “La leggenda di Beowulf” lo dimostra una volta di più.

© 2007 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore

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