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BEOWULF, O IL RITORNO DELL’EROE
ARCAICO
Che ci fanno in allegra brigata il regista di “Forrest
Gump”, gli sceneggiatori di “Pulp Fiction”
e “Stardust” e la star di “Tomb
Raider”? Che si tratti di un film, non ci sono dubbi.
Ma basta un’occhiata anche superficiale al cartellone
della pellicola per intuire che ci sia in ballo qualcosa di
speciale. Se poi si butta nel calderone un poema epico che
in 1.300 anni di letture e riletture ha infuso le sue malie
su un’infinità di chicche Made in Britain,
dai romanzi di John Ronald Reuel Tolkien al teatro prog rock
dei primi Marillion, l’effetto sorpresa è garantito.
E in effetti, il La leggenda di Beowulf firmato
dall’ex pupillo di Steven Spielberg ha molto da offrire
a chi ama il cinema d’azione. In un momento in cui tutte
le major di Hollywood sembrano incatenate alle paroline magiche
“sequel” e “remake”, il piccolo grande
kolossal distribuito da Warner Bros. spariglia le
carte mescolando sullo schermo squisitezze da romanzo arcaico
e azione scatenata. E spingendo alle estreme conseguenze una
tecnica che grazie alla sagacia degli effect wizard
di Hollywood sta inesorabilmente contaminando tanto cinema
“dal vivo”: quella del “motion capture”,
ovvero della sintesi dei movimenti degli attori. Cinema sotto
ghiaccio, dirà qualcuno. Solo fino a un certo punto:
perché qui il mix di riprese su sfondo verde,
set virtuali e “vfx” riscalda l’aria e l’atmosfera
con le stesse vibrazioni materiche e corrusche delle illustrazioni
a olio di David Hyatt, Frank Frazetta o i fratelli Hildebrandt.
E l’effetto finale non lascia indifferenti.
Un’avventura lunga tredici
secoli
La storia di La leggenda di Beowulf, già
arrivato nelle sale fra il 1999 e il 2005 in due versioni
live-action invero bruttarelle, è grosso modo la stessa
del leggendario poema inglese della tradizione. C’è
un regno leggendario su cui incombe una terribile minaccia,
quello del sovrano danese Hrothgar. C’è un eroe
bello, biondo, aitante e infallibile come tutti gli eroi delle
leggende nordiche. E last but not least, c’è
un mostro dall’aspetto poco raccomandabile che non vede
l’ora di finire sotto il filo della spada impugnata
dall’eroe. Anzi, a dire il vero, qui i mostri sono tre:
l’orribile Grendel, incarnazione incrostata,
bavosa e incrudelita dell’attore Crispin Glover,
già papà di Marty McFly nel primo “Ritorno
al futuro” (1984). La regina delle tenebre, una Angelina
Jolie nude look impegnata nel non difficile
ruolo di diavolessa tentatrice con tanto di completo fetish
in lamina d’oro. E last but not least, il figlio
degenere dell’eroe e della affascinante satanassa, un
gigantesco drago. Il resto è il magma onirico dei saggi
di Kereny, Jung, Campbell e compagnia, riveduto e corretto
quel tanto che basta per stringere i nodi narrativi della
leggenda: imprese sovrumane, sortilegi, tesori maledetti,
serpenti volanti, inframondi, vecchi saggi, e chi più
ne ha più ne metta. E nei recessi della caverna, il
premio finale di tutti i superuomini d’antan: una catarsi
che ha il sapore acre della “bella morte”.
Fantasy e realtà
Inutile azzardare paragoni con le altre saghe fantasy
arrivate nelle sale negli utlimi anni: La leggenda
di Beowulf è un impasto di archetipi e soluzioni
creative difficile da classificare, una pellicola che esprime
il meglio di sé solo se se ne accetta il carattere
arcaico. Se l’impianto tipicamente favolistico fa pensare
a un Popcorn Movie adolescenziale, tutto il resto
riporta alle atmosfere cupe e decisamente adulte dell’”Excalibur”
di John Boorman (1981) o del primo “Conan” di
John Milius (1982), fra sangue, reminescenze horror
e allusioni sessuali. E anche la linearità dei dialoghi
e di una messa in scena che alterna momenti di puro teatro
con funambolismi “impossibili” creati appositamente
per la versione 3D del film sono frutto di un approccio freddo,
distaccato, oggettivo. Un modo di affrontare la leggenda molto
lontano dalla simpatia istintiva riservata da Peter Jackson
agli innumerevoli freaks della sua trilogia, e molto
legato a un mezzo espressivo per molti versi ancora pionieristico.
Ma se la strada verso le pari opportunità fra “Mo-Cap”
e animazione digitale in senso stretto è ancora lunga,
e la durata del film comprime gli eventi in un montaggio forse
troppo stringato, rispetto a sagome come gli achei di “Troy”,
o gli spartani di “300” i personaggi virtuali
di Zemeckis dimostrano un’umanità e una grandezza
davvero non comune. D’altronde, non c’è
da stupirsi: Da “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”
in poi, Zemeckis si è sempre dimostrato maestro nel
camminare sul filo sottile fra fantasia e realtà. “La
leggenda di Beowulf” lo dimostra una volta di più.
©
2007 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore
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