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APOCALITTICO MEL
Non cè che dire: ultimamente, da un punto di
vista squisitamente cinematografico, il Messico sta avvampando
di improvvisa popolarità. Registi come lAlfonso
Cuaròn di Y Tu Mama También (2001)
o lAlejandro Gonzales Inarritu di Amores Perros
(2003) passano con nonchalance da pellicole low-budget
girate nel polveroso cortile di casa agli ipertecnologici
studios hollywoodiani. Sceneggiatori come Guillermo
Arriaga (Le tre sepolture, 2005) sono di casa nei
salotti buoni. E una sana ventata di messicanità
sta portando gli aromi penetranti del mais, del mezcal
e del peperoncino in tutte le sale cinematografiche. Qualche
esempio? Il Salvatores di Mare aperto, pronto a tornare
sul luogo del delitto a 14 anni di distanza da Puerto Escondido.
O ancora, The Fountain, intrigante blockbuster fantascientifico
in bilico fra passato e futuro firmato da Darren Aronofski,
in uscita nellestate del 2005. Ma il film che sta già
scatenando gli appetiti di tutti i fan della terra dellaquila
e del serpente è la nuova avventura cinematografica
di un cineasta che ha puntato tutta la sua carriera professionale
sulla rotta del machismo e delleccesso: lex Braveheart
Mel Gibson.
La passione dei maya
Con il suo nuovo film, in uscita in tutto il mondo a fine
Xixxi, la star del cinema poliziottesco anni '80 has deciso
di mettere a frutto lesperienza accomunata sul set di
The Passion of The Christ e rilanciare un genere che
sembrava morto e sepolto dai tempi di Rapa Nui: quello
delle grandi avventure etniche. Apocalypto,
questo il titolo della pellicola, racconta la storia di un
giovane maya allepoca del crollo della leggendaria civiltà
centroamericana, e la sua lotta senza quartiere contro un
terribile nemico. Dal poco che gira su internet, è
difficile capire da che parte tiri il vento: il trailer
del film, on line sul sito ufficiale www.apocalypto.movies.go.com,
è il classico caso di vedo e non vedo,
un caleidoscopico patchwork di immagini fra nude look
e misticismo che ricordano vagamente il Terrence Malick
di The New World - Il nuovo
mondo (2005). Ma conoscendo i precedenti di Gibson,
e il suo stile di regia ipervitaminico e barocco, sembra improbabile
che la sua versione della storia maya possa puntare allanimismo
un po Calvin Klein del regista meno prolifico di Hollywood.
In più, a uno sguardo superficiale, le civiltà
mesoamericane sembrano avere tutte le carte in regola per
soddisfare le necessità autoriali di Gibson. Che i
suoi eroi li vuole brutti, sporchi e cattivi.
Il richiamo del sangue
Fino a qualche decennio addietro, si pensava che la civiltà
che fino al 900 dopo Cristo occupò gran parte del Messico
meridionale, del Guatemala e del Belize fosse sostanzialmente
pacifica. Gli antichi templi strappati alla giungla, le stele
votive e i rari codici scampati alle ire dei conquistadores
e allumidità della foresta pluviale raccontavano
di un popolo colto, sostanzialmente pacifico, dedito allagricoltura,
allastrologia e alle arti pittoriche e scultoree. Questo,
finché una legione di epigrafisti russi e americani,
capitanati dalla geniale Tatiana Prouskouriakoff, non riuscirono
a decifrare i complicatissimi glifi che ricoprivano le antiche
pietre. La vera storia dei Maya raccontava una continua lotta
fra città stato per la conquista delle terre coltivabili
e il controllo delle autostrade fluviali che gli
abitanti del messico usavano per spostarsi. Una lotta fatta
di matrimoni dinteresse, feroci battaglie e occasionali
mutilazioni rituali. Come se non bastasse, i canoni estetici
maya tenevano in gran conto strabismo, fronti piatte e altre
piacevolezze. In quanto ai toltechi, che intorno al 1000 d.C.
invasero il centroamerica, dando vita alla civiltà
maya post-classica, erano sacerdoti guerrieri, pronto alle
guerre di conquista, e con il pallino delle decapitazioni
e del cannibalismo. Impossibile, per il trucidissimo Gibson,
resistere a tutto sto ben di Dio. E così, ecco
il film.
La storia siamo noi
Come ci informa linformatissimo fan site
www.melsmegafans.com, Apocalypto è costruito
sugli stessi presupposti dellultimo film da regista
di Gibson. Quindi, cast rigorosamente locale, e niente
doppiaggio. Il film è tutto recitato in náhuatl,
lingua ufficiale degli Aztechi al tempo della conquista, e
girato nella foresta pluviale intorno a Veracruz, in alcune
delle location utilizzate a suo tempo da John McTiernan
durante la lavorazione di Predator (1987). Le riprese
sono cominciate lo scorso autunno: accanto a Gibson, qui anche
produttore e co-sceneggiatore della pellicola insieme a Farhad
Safinia, già responsabile della serie tv Complete
Savages, un cast tecnico di forma e di sostanza:
il direttore della fotografia è lesperto Dean
Semler (Stealth, xXx, Il collezionista
di ossa), il make-up è di David P. Barton
(300, Starship Troopers - Fanteria dello spazio,
Luomo bicentenario), gli effetti visivi portano
la firma di Jeffrey Kleiser e Chris Hampton (X-Men:
The Last Stand, Pirati dei Caraibi, Superman
Returns). E pazienza se Gibson si concederà
qualche licenza di troppo nel raccontare lantico Messico
e la sua storia: se il film va bene, cè da sperare
che qualcuno torni sullargomento e raddrizzi i libri
di scuola. Il resto è spattacolo: e cè
da scommettere che non mancherà.
©
2006 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore
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