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Amityville Horror: la paura bussa sempre due volte
Aprile 2005

recensione di Andrea Voglino

Ammettiamolo: non si può certo dire che negli ultimi anni il cinema horror abbia brillato per originalità. Molta fuffa post-puberale, con il solito pessimo soggetto alle prese con torme di fanciulle in fiore da far fuori. Qualche ideuzza frettolosamente importata dall’Oriente, e altrettanto frettolosamente precipitata nel “dejà vu”. Rare chicche come il tormentato Uomo senza sonno di Brad Anderson. E poi, una paccata di remake anni '70. Ma paradossalmente, è proprio in quest’ambito che si sono viste le cose migliori. Certo, non si può dire che L’alba dei Morti Viventi di Zack Snyder o Non aprite quella porta di Marcus Nispel fossero all’altezza delle pellicole originali cui erano ispirati. Però non erano poi malaccio. E il pubblico sembra aver apprezzato a tal punto da trasformare i “bis” in un vero e proprio esercizio di stile alla Queineau. Mentre scriviamo, per esempio, Sam Raimi, Robert Tapert e Bruce Campbell stanno cercando il regista ideale per la versione riveduta e corretta di La Casa (1981); George Romero sta ultimando Land Of The Dead, ennesima variazione sul tema immarcescibile degli Zombi; e la Platinum Dunes, la casa di produzione fondata da Michael Bay e specializzata in remake horror, ha appena annunciato il rifacimento di The Hitcher (1986) di Robert Harmon. Ma nel frattempo, Bay e soci hanno dato in pasto al pubblico una pellicola che in un certo senso è il remake di un remake “più vero del vero”: Amityville Horror.

Orrore a Ocean Drive

La storia comincia a Long Island, New York, nel lontano 1974, quando un ventitreenne di nome Ronald De Feo entra trafelato in un baretto per denunciare l’assassinio dei genitori. Le autorità schizzano sul luogo del delitto, e quello che scoprono va al di là delle loro peggiori aspettative: il misterioso killer della casa al 112 di Ocean Drive ha trasformato l’austera dimora in un vero mattatoio, spazzando via a fucilate, oltre ai genitori del ragazzo, anche i fratellini e le sorelline. Come da copione, il fatto desta grande scalpore su quotidiani e Tv di tutta l’America. E lo scalpore aumenta quando, qualche giorno dopo il massacro, il giovane getta la maschera e confessa di essere l’assassino. A convincerlo a uccidere, dirà poi, sono state delle “voci” demoniache. Che non lo salveranno dai sei ergastoli generosamente offerti dalla corte. La faccenda sembra finire lì: ma nel 1976, arriva sugli scaffali Amityville Horror - una storia vera. L’instant book firmato dal mediocre Jay Anson aggiunge una pagina totalmente nuova e imprevedibile alla storia, offrendo ai lettori un resoconto fedele dei 28 giorni di terrore trascorsi dopo l’omicidio dalla famiglia qualunque di George e Kathy Lutz nella casa di Ocean Drive. E la loro lotta senza quartiere contro una congrega di fantasmi.

Dal libro ai film

Amityville Horror riassume in un pepato mattoncino di 200 pagine tutti i cliché dello spiritismo, in un crescendo parossistico: si comincia con il solito campionario di voci lugubri, passi sul soffitto, miasmi e scalmane, per concludere la vicenda con l’allegra famigliola che trasloca in preda al terrore dopo l’ennesima notte di tregenda. Nel giro di poche settimane, come tante altre storie tutte americane, il romanzo va in ristampa ben 13 volte, e diventa un vero e proprio fenomeno di costume. I Lutz passano da talk show in talk show, ripercorrendo la propria odissea nei minimi, sordidi dettagli; la magione vittoriana di Ocean Drive diventa suo malgrado un vero e proprio luogo di pellegrinaggio; e la American International Pictures acquista i diritti del libro, e ne affida la sceneggiatura a Sandor Stern. Per passare dal libro al film, ci vorranno tre lunghi anni. E nel frattempo, la vera storia della famiglia Lutz si è dimostrata un falso ben congegnato. Ma a quel punto, la casa maledetta è diventata una incarnazione riveduta e corretta dei manieri e delle ville patrizie del cinema gotico, un vero proprio archetipo junghiano della paura formato famiglia. E spopolerà anche sugli schermi.

Non c’è tris senza bis

Fra il 1979 e il 1996, la silhouette mefistofelica e torreggiante della terribile villa di Long Island torna sugli schermi in ben otto occasioni con tutto il suo fardello di oscure presenze. Poi, più nulla fino al 2005. E al film di Andrew Douglas, pescato da Bay e dai suoi sodali nel mare magnum dei registi pubblicitari passati al cinema. “Credo che quello che si aspettano da me sia un’estetica particolare”, dichiara il regista ai cronisti di about.com. “Credo che sia proprio per questo che affidano i film di genere, e specialmente i film dell’orrore e i film d’azione, a registi pubblicitari come noi: per una questione di estetica. In fondo, il nostro pane quotidiano consiste proprio nella ricerca continua del "nuovo che avanza"”. arruolati nel ruolo dei padroni di casa Ryan Reynolds, l’Hannibal King di Blade: Trinity (2004), e l’attrice australiana Melissa George, il film prende rapidamente forma. Il risultato? Non un film “Cretino”, “Tutto fumo e niente arrosto”, o tutt’al più “Strano e bizzarro, mai spaventoso” quanto l’originale, almeno secondo le recensioni raccolte nel tempo su rottentomatoes.com. Ma uno spettacolone inoffensivo che pesca a piene mani da pellicole recenti come The Ring e The Grudge puntando tutto su cast e montaggio, senza grossi riguardi per gli amanti dell’horror psicologico. Il giudizio finale, comunque, spetta agli amanti della settima arte. Che potranno traslocare nella casa dell’orrore a partire dal 10 giugno 2005.