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IO SONO LEGGENDA: UNO, NESSUNO E CENTOMILA VAMPIRI

Non si può certo dire che Richard Matheson abbia mai avuto un grande feeling con l’industria della celluloide. Nonostante una solida carriera come autore Tv, con sceneggiature azzeccatissime per serie cult come “Alfred Hitchcock presenta” o “Ai confini della realtà”, al cinema non ha mai fatto faville. Al suo attivo, sequel esangui come “Jaws 3 in 3D” (1983), boiate new age come “Al di là dei sogni” (1998) o “Echi mortali” (1999) o cult imboscatissimi come “Duel” (1971) e “Masters of Horror”, di cui ha firmato un episodio diretto da Tobe Hooper, “Dance of the Dead” (2005). Chicche vere e proprie, zero. Peccato: anche partendo dal presupposto che il rapporto fra i mostri sacri della Science Fiction e la Fabbrica dei Sogni è sempre stato litigarello, come dimostrano casi estremi come “Dune” o “Io, Robot”, l’autore di “Io sono Helen Driscoll” e “Appuntamento nel tempo” è stato saccheggiato e maltrattato in ogni possibile modo. L’esempio più tipico, in questo senso, è il suo storico romanzo “Io sono leggenda”, edito a più riprese dai maggiori editori di SF italiani e prossimamente in una intrigante trasposizione a fumetti Magic Press (ri)scritta da Steve Niles. Lo spunto di partenza, un rovesciamento di prospettiva dichiarato del “Dracula” di Stoker, è fulminante: se il romanzo gotico originario inseriva l’elemento perturbante del vampiro nella quotidianità dell’Inghilterra vittoriana, qui l’elemento perturbante è un uomo qualunque, e la quotidianità quella di un mondo dominato da mostri succhiasangue. Geniale l’idea, ottimo lo svolgimento: in poco più di 200 pagine, Matheson frulla tutte le inquietudini e le sindromi di accerchiamento del fantastico Usa Anni 50, in un crescendo lento e intimista che titilla panza e coratella con la malinconia dolce e geometrica di un adagio di Haendel e lo zero Kelvin del vento fra i grattacieli. Roba di classe, insomma. E infatti, alé. A Hollywood, ma anche altrove, ci si è pucciato il pane a più riprese.

Il thriller per tutte le stagioni

Dal momento del suo debutto sugli scaffali, Io sono leggenda è arrivato sugli schermi in due versioni ufficiali e una valanga di versioni apocrife. La prima categoria è quella dell’italianissimo low-budget “L’ultimo uomo sulla terra” di Ubaldo Ragona (1964), ma anche di 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra di Boris Sagal (1971). La seconda, invece, è quella che accorpa i tanti thriller e horror apocalittici arrivati sugli schermi dagli Anni 60 a oggi. Qualche esempio? Be’, c’è solo l’imbarazzo della scelta. “La notte dei morti viventi” di George A. Romero. O “Il demone sotto la pelle di Cronemberg”. O ancora “Distretto 13 – Le brigate della morte” e “Fantasmi da Marte” di John Carpenter, o “28 giorni dopo” di Danny Boyle. Ma il punto della questione è un altro. E cioè che, nonostante un numero di tentativi di imitazione stile “La Settimana Enigmistica”, nessuno è mai riuscito a portare sullo schermo una versione “filologicamente corretta” del romanzo di Matheson. Così, mamma Warner, che detiene i diritti di “I am legend” fin dall’uscita del film con Charlton Heston, ha deciso di riprovarci. La gestazione del blockbuster in uscita venerdì 11 in tutte le sale italiane, in realtà, è stata assai tormentata: all’inizio degli Anni 90, Ridley Scott avrebbe voluto dargli il primo ciak, con Arnold Schwarzenegger come protagonista. Ma poi, per questioni di budget, il progetto è stato sbattuto nel limbo del “Development Hell”. Nel 2002, con l’arrivo a bordo del progetto di Will Smith, si era parlato di un interessamento di Michael Bay. Ma anche in quel caso, niente. Alla fine, la patata bollente è cascata nel piatto dell’ex videoclipparo Francis Lawrence, già regista di Constantine (2005). E il risultato è un one-man-show dell’ex principe di Bel Air. Che nonostante una sceneggiatura non sempre impeccabile e qualche frillo digitale di troppo, vale il prezzo del biglietto.

Un uomo chiamato blockbuster

A onta dell’eccezionale lavoro di post-produzione con cui i maghi degli effetti speciali che hanno contribuito al film sono riusciti a ricreare l’illusione di una New York desertificata, vera co-protagonista della vicenda, il succo e la polpa di “I Am Legend” sta tutto proprio la performance di Smith nei panni del sopravvissuto Robert Neville. Dopo “Ali” e “La ricerca della felicità”, l’attore di Philadelphia aggiunge al proprio medagliere un’altra performance ricca di intensità, e capace di rendere in ogni minima sfumatura il “prima” e il “dopo” del leggendario ricercatore. Sono la sua bella faccia da super-eroe qualunque, il suo amore totale e straziante per la pastora tedesca Sam, le sue strategie di resistenza alle tenebre metaforiche del terribile futuro di Matheson le cose migliori del film, i fili impalpabili e resistentissimi che tengono in sospeso tensione e incredulità. Quando le ripugnanti e diafane creature disegnate dal Patrick Tatopoulos di “Independence Day” e “Pitch Black” irrompono sulla scena, e “Io sono leggenda” accelera verso l’azione pura e semplice, il groppo allo stomaco si distende e l’incantesimo si fa più esile e friabile. Tre quarti di arpeggi in nero e un quarto di puro fracasso non bastano per fare un classico, soprattutto per colpa di un (un)happy ending un po’ affrettato che sostituisce il cupo pessimismo del romanzo di Matheson con un messianismo che sa di maniera. Ma per gran parte dei suoi 140 minuti, Io sono leggenda dispiega sullo schermo, insieme con la fotografia asciutta ed essenziale di Andrew Lesnie (Il Signore degli Anelli) e lo score morbido e volutamente disomogeneo di James Newton Howard (Batman Begins) tutta la tavolozza delle emozioni. E regala la consapevolezza di quanta oscurità possa nascondersi sotto il pallido sole di ogni megalopoli.

© 2008 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore

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