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300
La locandina del film © Warner Bros 2006



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300: ZACK, SI GIRA

Negli ultimi anni, con grande scorno dei puristi del cinema spettacolare, la Hollywood che conta ha accolto nel suo sancta sanctorum un buon numero di ex videoclippari. Il trionfo del motto “All style and no substance”, eufemistica traduzione del nostro “tutto fumo e niente arrosto”? In alcuni casi, la risposta è sì: lo dimostrano delusioni come Brett Ratner (“X-Men: the last stand”) o Jonathan Glazer (“Sexy Beast”), venuti su a ritmo di rap, drum and bass e inquadrature effettose. Ma in altri casi, male male non è andata: mamma MTv, infatti, ha partorito dalle sue viscere talentuosi post-kubrickiani come Mark Romanek, regista dello psicho-thriller “One Hour Photo” , giocherelloni psichedelici come Michel Gondry (“Se mi lasci ti cancello”) o schizzati totali come Spike Jonze (“Essere John Malkovich”). Fra gli ultimi a fare il gran salto, però, ce n’è stato uno che ultimamente sta destando grandi aspettative fra gli addetti ai lavori: trattasi di Zack Snyder, già al soldo di Morrissey e Soul Asylum, arrivato sul grande schermo nel 2004 con L’Alba dei morti viventi, effimera ma gustosa variazione sul tema dello “Zombi” di George A. Romero. Che fosse uno da tener d’occhio, il buon Zack, lo si era capito da quanto aveva battagliato con i piani alti della Universal per difendere il suo film d’esordio dalle ubbie censorie degli executive, tutti pronti a spuntare le sequenze più violente del remake pur di evitare divieti “pesanti”. E oggi, il nostro torna sotto i riflettori in pompa magna con un progetto destinato a ricavarsi un posto di riguardo sull’affollata scena degli action movies ispirati ai comics. Ovvero, 300.

Una avventura lunga 2.500 anni

300, ovviamente, è la trasposizione in celluloide della omonima miniserie di Frank Miller, pubblicata nel 1998 dalla Dark 300Horse Comics (in Italia, dalla Play Press). Nata dall’ossessione giovanile del cartoonist di Olney per un tonitruante peplum del 1962, “L’Eroe di Sparta”, questa leccatissima graphic novel voleva essere un resoconto della eroica disfida svoltasi al passo delle Termopili fra i pochi spartani capitanati dal leggendario re Leonida e le armate di Serse primo, sovrano di Persia. Una delle battaglie più leggendarie dell’antichità, conclusasi con una sconfitta madida di gloria e di mazzate, e con tutti gli ingredienti giusti per solleticare i bassi istinti di Miller: dall’amicizia virile, alla mistica della “bella morte”; dai monologhi intrisi di vis tragica alle donne guerriere. Il fumetto in sé, realizzato in una sorta di “cinemascope” costruito a suon di splash page, aveva pregi e difetti: fra i primi, ha lasciato il segno l’indiscutibile maestria del Miller disegnatore, ormai padrone di uno stile grafico denso di influenze manga ed europee; sfortunatamente, non si può dire lo stesso della sceneggiatura, barocca, grottesca e sopra le righe fino al parossismo. “All style and no substance”, come si diceva. Lo spunto ideale per un pop-corn movie da vedere e dimenticare in fretta. Per fortuna, a mettere le mani su questo polpettone è stato proprio Snyder. Che, affascinato dalle tavole di Miller e dal potenziale della storia, si è messo al lavoro per tradurre il fumetto in un film con la complicità della Warner Bros. Con un unico problema: un budget all’altezza di un “sandalone” di cinecittà.

Cappe e spade

A confronto con blockbuster recenti come Il Gladiatore o Troy, 300 è costato un’inezia: “appena” 60 milioni di dollari. Ma a dare uno sguardo al primo trailer promozionale del film, al suo debutto in questi giorni su Ifilm.com, Snyder ha fatto fruttare questa cifra apparentemente non esaltante fino all’ultimo centesimo. Davanti alla macchina da presa, nei ruoli principali, ha messo facce da peplum come David Wenham, il Faramir de “Il Signore degli Anelli”, o Gerald Butler, già nei panni dell’eroe epico Beowulf nel film omonimo. Ma anche il cast tecnico è denso di specialisti dei film di cappa e spada: si va dal montatore William Hoy (“La Maschera di Ferro”), allo scenografo Paul Hotte (“Highlander III”), al costumista Michael Wilkinson (“Romeo & Juliet”). La lavorazione del film, puntualmente riassunta in un apposito diario di produzione, rivela legami di parentela molto stretti con il primo, deludente film a fumetti tratto da un’opera di Miller, lo scialbo Sin City di Robert Rodriguez: come in quel caso, grazie alla tecnologia digitale e al “bluescreen” le tavole del romanzo grafico originale, come dei veri e propri “tableaux vivants”, hanno preso vita in un magma di sequenze possenti e corrusche. Ma in questo caso, l’occhio del regista rappresenta un valore aggiunto da non sottovalutare. Anche in prospettiva della sua prossima fatica: quel Watchmen che giace nel limbo del “developement hell” dal 1990. E su cui contiamo di tornare al più presto.

© 2006 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore

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