|
300:
ZACK, SI GIRA
Negli ultimi anni, con grande scorno dei puristi del cinema
spettacolare, la Hollywood che conta ha accolto nel suo
sancta sanctorum un buon numero di ex videoclippari. Il
trionfo del motto “All style and no substance”,
eufemistica traduzione del nostro “tutto fumo e niente
arrosto”? In alcuni casi, la risposta è sì:
lo dimostrano delusioni come Brett Ratner (“X-Men:
the last stand”) o Jonathan Glazer (“Sexy Beast”),
venuti su a ritmo di rap, drum and bass e inquadrature
effettose. Ma in altri casi, male male non è andata:
mamma MTv, infatti, ha partorito dalle sue viscere talentuosi
post-kubrickiani come Mark Romanek, regista dello psicho-thriller “One
Hour Photo” , giocherelloni psichedelici come Michel
Gondry (“Se mi lasci ti cancello”) o schizzati
totali come Spike Jonze (“Essere John Malkovich”).
Fra gli ultimi a fare il gran salto, però, ce n’è stato
uno che ultimamente sta destando grandi aspettative fra
gli addetti ai lavori: trattasi di Zack Snyder, già al
soldo di Morrissey e Soul Asylum, arrivato sul grande schermo
nel 2004 con L’Alba dei morti viventi,
effimera ma gustosa variazione sul tema dello “Zombi” di
George A. Romero. Che fosse uno da tener d’occhio,
il buon Zack, lo si era capito da quanto aveva battagliato
con i piani alti della Universal per difendere il suo film
d’esordio dalle ubbie censorie degli executive, tutti
pronti a spuntare le sequenze più violente del remake
pur di evitare divieti “pesanti”. E oggi, il
nostro torna sotto i riflettori in pompa magna con un progetto
destinato a ricavarsi un posto di riguardo sull’affollata
scena degli action movies ispirati ai comics.
Ovvero, 300.
Una
avventura lunga 2.500 anni
300, ovviamente, è la trasposizione in celluloide
della omonima miniserie di Frank Miller, pubblicata nel
1998 dalla Dark Horse Comics (in Italia, dalla Play Press).
Nata dall’ossessione giovanile del cartoonist di
Olney per un tonitruante peplum del 1962, “L’Eroe
di Sparta”, questa leccatissima graphic novel voleva
essere un resoconto della eroica disfida svoltasi al passo
delle Termopili fra i pochi spartani capitanati dal leggendario
re Leonida e le armate di Serse primo, sovrano di Persia.
Una delle battaglie più leggendarie dell’antichità,
conclusasi con una sconfitta madida di gloria e di mazzate,
e con tutti gli ingredienti giusti per solleticare i bassi
istinti di Miller: dall’amicizia virile, alla mistica
della “bella morte”; dai monologhi intrisi
di vis tragica alle donne guerriere. Il fumetto in sé,
realizzato in una sorta di “cinemascope” costruito
a suon di splash page, aveva pregi e difetti: fra i primi,
ha lasciato il segno l’indiscutibile maestria del
Miller disegnatore, ormai padrone di uno stile grafico
denso di influenze manga ed europee; sfortunatamente, non
si può dire lo stesso della sceneggiatura, barocca,
grottesca e sopra le righe fino al parossismo. “All
style and no substance”, come si diceva. Lo spunto
ideale per un pop-corn movie da vedere e dimenticare in
fretta. Per fortuna, a mettere le mani su questo polpettone è stato
proprio Snyder. Che, affascinato dalle tavole di Miller
e dal potenziale della storia, si è messo al lavoro
per tradurre il fumetto in un film con la complicità della
Warner Bros. Con un unico problema: un budget all’altezza
di un “sandalone” di cinecittà.
Cappe
e spade
A confronto con blockbuster recenti come Il
Gladiatore o Troy, 300 è costato
un’inezia: “appena” 60 milioni di dollari.
Ma a dare uno sguardo al primo trailer promozionale del
film, al suo debutto in questi giorni su Ifilm.com, Snyder
ha fatto fruttare questa cifra apparentemente non esaltante
fino all’ultimo centesimo. Davanti alla macchina
da presa, nei ruoli principali, ha messo facce da peplum
come David Wenham, il Faramir de “Il Signore degli
Anelli”, o Gerald Butler, già nei panni dell’eroe
epico Beowulf nel film omonimo. Ma anche il cast tecnico è denso
di specialisti dei film di cappa e spada: si va dal montatore
William Hoy (“La Maschera di Ferro”), allo
scenografo Paul Hotte (“Highlander III”), al
costumista Michael Wilkinson (“Romeo & Juliet”).
La lavorazione del film, puntualmente riassunta in un apposito
diario di produzione, rivela legami di parentela molto
stretti con il primo, deludente film a fumetti tratto da
un’opera di Miller, lo scialbo Sin City di
Robert Rodriguez: come in quel caso, grazie alla tecnologia
digitale e al “bluescreen” le tavole del romanzo
grafico originale, come dei veri e propri “tableaux
vivants”, hanno preso vita in un magma di sequenze
possenti e corrusche. Ma in questo caso, l’occhio
del regista rappresenta un valore aggiunto da non sottovalutare.
Anche in prospettiva della sua prossima fatica: quel Watchmen che giace nel limbo del “developement hell” dal
1990. E su cui contiamo di tornare al più presto.
©
2006 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore
|