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VIETNAM
ROCK...
"E tu continui a dirmi, amico mio, che
non credi che siamo
alla vigilia della distruzione..."
"Eve of Destruction", BARRY MCGUIRE
Nel corso degli anni il rock'n'roll era rimasto, per la maggior
parte, politicamente neutrale. Di tanto in tanto, come nei tardi
anni Sessanta, era scivolato verso un tipo di atteggiamento moderatamente
impegnato, progressista, che traeva origine dall'applicazione eccessivamente
disinibita, e un po' superficiale, di un tipo di pensiero americano
piuttosto semplicistico a temi complessi come la pace, la guerra
e la prosperità nel mondo.
Tutto sommato, l'atteggiamento politico più efficace, e al
tempo stesso sincero, del rock'n'roll era stato proprio la sua predilezione
naturale per una generica liberazione in stile anarchico e per un'adesione
incondizionata all'ideale di una vita estatica. Per un breve periodo,
comunque, a partire dal 1965, l'anno in cui il presidente
Johnson intensificò la portata dell'intervento americano
nel Vietnam, un filone di pop reazionario invase le classifiche
dei singoli. A rappresentare per prima questa nuova tendenza ci
fu la celeberrima "Eve of Destruction" cantata da Barry
McGuire, che conquistò il primo posto in classifica nell'estate
del 1965. Scritta da P.F. Sloan e pesantemente influenzata dallo
stile di Bob Dylan, Eve of Destruction (accompagnata da una
batteria che richiamava volutamente un fuoco distante di artiglieria)
riferiva in dettaglio i guai dell'immediato presente: la crescita
dei movimenti per i diritti civili, la guerra nel Vietnam, gli incontrollabili
conflitti scoppiati in Medio Oriente e le incongruenze di un costoso
programma spaziale.
Il suo crudo potere, ancor più che il suo chiaro messaggio,
risiedeva nel parlare di eventi terribilmente reali, nel fare riferimento
a una tensione perfettamente tangibile. Ma, nonostante la sua apparenza
liberale, questa notevole canzone di protesta diventava, alla fine,
qualcos'altro. Da iniziale, vigoroso attacco alla politica del "braccio
di ferro" che stava tristemente caratterizzando la scena politica
mondiale nel periodo immediatamente successivo alla morte di Kennedy,
il brano si trasformava, alla fine, quasi in una sorta di invocazione
inconscia e impaziente di un'apocalittica e gloriosa fine del mondo.
McGuire, insomma, cantava la resa inevitabile e passiva della speranza
e di qualsiasi azione politica, nell'attesa di un qualcuno che "prema
il pulsante".
Il messaggio, dunque, da limpido diventava contraddittorio e il
tono poco convincente. Non sorprende, perciò, che McGuire,
dopo questo successo, scomparisse letteralmente nel nulla né
che diventasse, pochi anni più tardi, un cristiano integralista.
In qualche modo Eve of Destruction anticipò la ferocia
del punk rock ma rimase, fin troppo evidentemente, figlia del suo
tempo. Singolarmente, il successo di questa canzone provocò
l'uscita di un altro singolo, in risposta al messaggio disfattista
che essa sembrava contenere, che entrò in classifica proprio
quando Eve of Destruction stava per raggiungere la cima.
Dawn of Correction, degli Spokesmen (che conquistò
la trentaseiesima posizione), al pari della canzone di McGuire non
pretendeva affatto che tutto fosse a posto. Ma il messaggio era
di tutt'altra natura: le cose vanno sempre peggio, è vero,
ma gli ascoltatori hanno il dovere di fare quanto è in loro
potere per proteggere l'America dalla grande Minaccia Rossa, pena
la scomparsa di ogni libertà per le generazioni future: "I
pulsanti sono là per garantire le trattative/così
non temere ragazzo, è la sola nostra unica salvezza".
Un altro esempio di questa nuova tendenza è rintracciabile
in The Ballad of the Green Berets, di Barry Sadler.
L'impatto di questa canzone non va infatti sottovalutato. Passò
cinque settimane al comando della classifica nel 1966, dimostrando
quanto i suoi sentimenti fossero, all'epoca, presi in seria considerazione
dal pubblico. La canzone di Sadler, sorretta da un tamburo marziale
e modulata da alcuni tocchi in stile country, cantava le
lodi delle forze speciali dell'esercito americano, universalmente
conosciute come Berretti Verdi.
Solo più tardi si scoprì che queste forze militari
avevano operato illegalmente durante la guerra del Vietnam e che
fin dagli anni Cinquanta avevano condotto operazioni nel Sud Est
asiatico. La canzone di Sadler, comunque, apparve proprio quando
era in corso negli Stati Uniti un serio e delicato dibattito sul
significato e sull'utilità della presenza americana nel Vietnam.
E, probabilmente, giocò un ruolo piuttosto importan-te nel
sovrastare le voci di dissenso, allineandosi con la politica ufficiale
del governo e tirando in ballo le vecchie paure del comunismo che
la guerra fredda aveva suscitato. Sadler non ripeté più
questo successo. Ci riprovò, è vero, quello stesso
anno, con The A-Team, ma raggiunse soltanto il ventottesimo
posto in classifica. E la vita privata di questo personaggio, comunque,
a offrire un interessante catalogo di trame e intrecci. Sadler era
figlio di un idraulico e di una cameriera che avevano trascorso
la propria esistenza vagando da una città all'altra. Era
veramente un sergente dei Berretti Verdi e con essi aveva combattuto
nel Vietnam. Nella seconda metà degli
anni Sessanta era stato congedato a causa di una seria ferita alla
gamba. Dopo il clamore suscitato da The Ballad of the Green Berets
scomparve nell'anonimato, ma solo per poco.
Nel 1978, a Nashville, uccise il cantautore Lee Emerson Bellamy,
durante una rissa che aveva per oggetto una donna: nessuna accusa
venne mai sporta contro di lui.
Nel 1981 finì di nuovo nei guai per aver aggredito un vecchio
socio d'affari. Ma anche questa volta le accuse nei suoi confronti
vennero lasciate cadere. Il caso venne chiuso. Nel 1988 un ladro
entrò nella sua casa in Guatemala (i motivi del trasferimento
di Sadler rimangono tuttora un mistero) e gli sparò alla
testa, provocandogli una lesione permanente al cervello. Sadler
morì all'età di quarantun anni, nel 1989, per un attacco
cardiaco. Sei settimane più tardi gli Stati Uniti entrarono
a Panama.
Altri esempi di pop "paramilitare" di quel periodo includono
Soldier Boy delle Shirelles (numero uno del 1962)
e Gallant Men, del senatore Everett McKinley Dirksen,
che raggiunse il ventinovesimo posto in classifica nel 1967. La
canzone esaltava le virtù del soldato e le gioie del servizio
militare.
L'inquietante An Open Letter to My Teenage Son, di Victor
Lundberg (numero dieci nel 1967), una delle canzoni parlate
di maggior successo di tutti i tempi, incoraggiava i giovani a tagliarsi
i capelli e a stare zitti, pena la collera e l'estremo ripudio dei
propri genitori. Nel 1971 apparve un altro successo del filone,
un'ennesima canzone parlata attribuita a una fantomatica C Company
e intitolata Hymn of Lt. Calley. I ragazzi della Compagnia
C difendevano a spada tratta il tenente Calley, un soldato che aveva
semplicemente fatto il suo dovere. Calley, per inciso, era
l'ufficiale dell'esercito statunitense che era stato processato,
in quello stesso anno, da una corte marziale, per il massacro di
trecentoquarantasette civili vietnamiti nel villaggio di My Lai.
Uno degli eventi più atroci della guerra nel Vietnam di cui
si sia venuti a conoscenza. Il
rock della controcultura sembrò rispondere, qualche anno
dopo. a questa offensiva propagandistica: Ohio, scritta da
Neil Young, entrò nella classifica dei primi venti nel
1970. Ohio era un'aperta condanna contro l'operato dell'amministrazione
Nixon, le cui recenti iniziative militari (l'invasione della Cambogia)
avevano provocato la protesta alla Kent State University e la successiva
uccisione di quattro studenti disarmati a opera della Guardia Nazionale.
"Stomaco, testa e genitali
Soffocati fino allo svenimento
Acqua fredda versata negli orecchi
Sacchetti di plastica tenuti sopra la testa
Sbattuti addosso ai muri
Poi furono sbattuti contro i muri
Quindi percossi con colpi di karate
Pestati sul viso
La torsione dei gomiti
Sollevati per gli orecchi
E fatti saltare i denti.
Quindi furono sbattuti contro il muro
Quindi sbattuti sul pavimento
E poi vennero calpestati."
"Arnnesty Report", Pop GROUP
©
Stefano Marzorati 2002
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