2 giugno 2010
Vietnam Rock...
Nel corso degli anni il rock'n'roll
era rimasto, per la maggior parte, politicamente neutrale. Di tanto in
tanto, come nei tardi anni Sessanta, era scivolato verso un tipo di atteggiamento
moderatamente impegnato, progressista, che traeva origine dall'applicazione
eccessivamente disinibita, e un po' superficiale, di un tipo di pensiero americano
piuttosto semplicistico a temi complessi come la pace, la guerra e la prosperità
nel mondo.
Tutto sommato, l'atteggiamento politico più efficace, e al tempo stesso
sincero, del rock'n'roll era stato proprio la sua predilezione naturale
per una generica liberazione in stile anarchico e per un'adesione incondizionata
all'ideale di una vita estatica. Per un breve periodo, comunque, a partire
dal 1965, l'anno in cui il presidente Johnson intensificò
la portata dell'intervento americano nel Vietnam, un filone di pop reazionario
invase le classifiche dei singoli. A rappresentare per prima questa nuova
tendenza ci fu la celeberrima "Eve of Destruction" cantata da Barry
McGuire, che conquistò il primo posto in classifica nell'estate
del 1965. Scritta da P.F. Sloan e pesantemente influenzata dallo stile di
Bob Dylan, Eve of Destruction (accompagnata da una batteria che richiamava
volutamente un fuoco distante di artiglieria) riferiva in dettaglio i guai
dell'immediato presente: la crescita dei movimenti per i diritti civili, la
guerra nel Vietnam, gli incontrollabili conflitti scoppiati in Medio Oriente
e le incongruenze di un costoso programma spaziale.
Il suo crudo potere, ancor più che il suo chiaro messaggio, risiedeva
nel parlare di eventi terribilmente reali, nel fare riferimento a una tensione
perfettamente tangibile. Ma, nonostante la sua apparenza liberale, questa
notevole canzone di protesta diventava, alla fine, qualcos'altro. Da iniziale,
vigoroso attacco alla politica del "braccio di ferro" che stava
tristemente caratterizzando la scena politica mondiale nel periodo immediatamente
successivo alla morte di Kennedy, il brano si trasformava, alla fine, quasi
in una sorta di invocazione inconscia e impaziente di un'apocalittica e gloriosa
fine del mondo. McGuire, insomma, cantava la resa inevitabile e passiva della
speranza e di qualsiasi azione politica, nell'attesa di un qualcuno che "prema
il pulsante".
Il messaggio, dunque, da limpido diventava contraddittorio e il tono poco
convincente. Non sorprende, perciò, che McGuire, dopo questo successo,
scomparisse letteralmente nel nulla né che diventasse, pochi anni più
tardi, un cristiano integralista. In qualche modo Eve of Destruction
anticipò la ferocia del punk rock ma rimase, fin troppo evidentemente,
figlia del suo tempo. Singolarmente, il successo di questa canzone provocò
l'uscita di un altro singolo, in risposta al messaggio disfattista che essa
sembrava contenere, che entrò in classifica proprio quando Eve of
Destruction stava per raggiungere la cima. Dawn of Correction,
degli Spokesmen (che conquistò la trentaseiesima posizione),
al pari della canzone di McGuire non pretendeva affatto che tutto fosse a
posto. Ma il messaggio era di tutt'altra natura: le cose vanno sempre peggio,
è vero, ma gli ascoltatori hanno il dovere di fare quanto è
in loro potere per proteggere l'America dalla grande Minaccia Rossa, pena
la scomparsa di ogni libertà per le generazioni future: "I pulsanti
sono là per garantire le trattative/così non temere ragazzo,
è la sola nostra unica salvezza".
Un altro esempio di questa nuova tendenza è rintracciabile in The
Ballad of the Green Berets, di Barry Sadler. L'impatto di questa
canzone non va infatti sottovalutato. Passò cinque settimane al comando
della classifica nel 1966, dimostrando quanto i suoi sentimenti fossero, all'epoca,
presi in seria considerazione dal pubblico. La canzone di Sadler, sorretta
da un tamburo marziale e modulata da alcuni tocchi in stile country,
cantava le lodi delle forze speciali dell'esercito americano, universalmente
conosciute come Berretti Verdi.
Solo più tardi si scoprì che queste forze militari avevano operato
illegalmente durante la guerra del Vietnam e che fin dagli anni Cinquanta
avevano condotto operazioni nel Sud Est asiatico. La canzone di Sadler, comunque,
apparve proprio quando era in corso negli Stati Uniti un serio e delicato
dibattito sul significato e sull'utilità della presenza americana nel
Vietnam. E, probabilmente, giocò un ruolo piuttosto importan-te nel
sovrastare le voci di dissenso, allineandosi con la politica ufficiale del
governo e tirando in ballo le vecchie paure del comunismo che la guerra fredda
aveva suscitato. Sadler non ripeté più questo successo. Ci riprovò,
è vero, quello stesso anno, con The A-Team, ma raggiunse soltanto
il ventottesimo posto in classifica. E la vita privata di questo personaggio,
comunque, a offrire un interessante catalogo di trame e intrecci. Sadler era
figlio di un idraulico e di una cameriera che avevano trascorso la propria
esistenza vagando da una città all'altra. Era veramente un sergente
dei Berretti Verdi e con essi aveva combattuto nel Vietnam. Nella seconda
metà degli
anni Sessanta era stato congedato a causa di una seria ferita alla gamba.
Dopo il clamore suscitato da The Ballad of the Green Berets scomparve
nell'anonimato, ma solo per poco.
Nel 1978, a Nashville, uccise il cantautore Lee Emerson Bellamy, durante
una rissa che aveva per oggetto una donna: nessuna accusa venne mai sporta
contro di lui.
Nel 1981 finì di nuovo nei guai per aver aggredito un vecchio socio
d'affari. Ma anche questa volta le accuse nei suoi confronti vennero lasciate
cadere. Il caso venne chiuso. Nel 1988 un ladro entrò nella sua casa
in Guatemala (i motivi del trasferimento di Sadler rimangono tuttora un mistero)
e gli sparò alla testa, provocandogli una lesione permanente al cervello.
Sadler morì all'età di quarantun anni, nel 1989, per un attacco
cardiaco. Sei settimane più tardi gli Stati Uniti entrarono a Panama.
Altri esempi di pop "paramilitare" di quel periodo includono Soldier
Boy delle Shirelles (numero uno del 1962) e Gallant Men,
del senatore Everett McKinley Dirksen, che raggiunse il ventinovesimo
posto in classifica nel 1967. La canzone esaltava le virtù del soldato
e le gioie del servizio militare.
L'inquietante An Open Letter to My Teenage Son, di Victor Lundberg
(numero dieci nel 1967), una delle canzoni parlate di maggior successo
di tutti i tempi, incoraggiava i giovani a tagliarsi i capelli e a stare zitti,
pena la collera e l'estremo ripudio dei propri genitori. Nel 1971 apparve
un altro successo del filone, un'ennesima canzone parlata attribuita a una
fantomatica C Company e intitolata Hymn of Lt. Calley. I ragazzi
della Compagnia C difendevano a spada tratta il tenente Calley, un soldato
che aveva semplicemente fatto il suo dovere. Calley, per inciso, era
l'ufficiale dell'esercito statunitense che era stato processato, in quello
stesso anno, da una corte marziale, per il massacro di trecentoquarantasette
civili vietnamiti nel villaggio di My Lai. Uno degli eventi più
atroci della guerra nel Vietnam di cui si sia venuti a conoscenza. Il rock
della controcultura sembrò rispondere, qualche anno dopo. a questa
offensiva propagandistica: Ohio, scritta da Neil Young, entrò
nella classifica dei primi venti nel 1970. Ohio era un'aperta condanna
contro l'operato dell'amministrazione Nixon, le cui recenti iniziative militari
(l'invasione della Cambogia) avevano provocato la protesta alla Kent
State University e la successiva uccisione di quattro studenti disarmati
a opera della Guardia Nazionale.
"Stomaco, testa e genitali
Soffocati fino allo svenimento
Acqua fredda versata negli orecchi
Sacchetti di plastica tenuti sopra la testa
Sbattuti addosso ai muri
Poi furono sbattuti contro i muri
Quindi percossi con colpi di karate
Pestati sul viso
La torsione dei gomiti
Sollevati per gli orecchi
E fatti saltare i denti.
Quindi furono sbattuti contro il muro
Quindi sbattuti sul pavimento
E poi vennero calpestati."
"Arnnesty Report", Pop Group




