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LUOMO DEL TRENO (L'HOMME DU TRAIN) di Patrice Leconte;
Interpreti: Johnny Hallyday, Jean Rochefort, Charlie Nelson,
Jean-Francois Stévenin, Pascal Parmentier, Isabelle Petit-Jacques,
Alain Guellaff, Nelly Borgeaud, Riton Liebman, Elsa Doclot;
Sceneggiatura: Claude Klotz; Scenografia: Ivan Maussion; Fotografia:
Jean-Marie Drejou ( a.f.c.); Suono: Paul Lainé, Jean Goudier,
Dominique Hennequin, Emmanuel Crozet; Montaggio: Joëlle Hache;
Produzione: Ciné b - Zoulou Films - Rhône-Alpes Cinéma
FCC - Tubedale Films Pandora FilmProduktion - Cinéma
Parisien Media Suits; Paese: Francia Anno: 2002; Durata:
90': Distribuzione: Mikado
Patrice Leconte è autore spesso bistrattato dalla
critica. Non gli si perdona forse laver disattese, se non
smentite, quelle affermazioni entusiastiche che dalle colonne delle
pagine Spettacoli e Cultura gli prospettavano un futuro radioso,
alluscita dei suoi primi film in Italia: Il marito della parrucchiera,
del 1990, soprattutto, ma anche il più lucido Linsolito
caso di Mr. Hire, dellanno precedente. Pesava inoltre quellattributo
di "francese" che collocava i suoi film in un segmento
autoriale della programmazione del nostro paese, prima che i cugini
doltralpe intraprendessero la strada esportabile, redditizia
e riconosciuta del cinema di genere: Il patto dei lupi, I fiumi
di porpora, Taxi 1 & 2, Nido di vespe, Vidocq e Belfagor - Il
fantasma del Louvre, tra gli altri. E daltronde Leconte difficilmente
potrebbe rientrare nel novero degli autori impegnati; al massimo,
mi verrebbe da paragonarlo, mi si perdoni laudacia dellaccostamento,
a un Hal Hartley meno paradossale. E come Hal Hartley (lo giuro!),
anche Leconte gode di un non disprezzabile seguito di appassionati.
Luomo del treno (2002) risulta fin dalle prime inquadrature
un film démodé, nellaccezione migliore del termine:
i titoli di testa che scorrono con montaggio alternato tra la soggettiva
di un treno in corsa e il piano medio di un uomo seduto in uno scompartimento,
la testa tra le mani, ci calano a forza in unatmosfera indolente
e autunnale, leggermente melanconica, con unica colonna sonora lo
sferragliare sulle rotaie. Un registro che appare evidente fin dalla
scelta dei collaboratori, a partire dallo sceneggiatore Claude
Klotz (che si serve anche del nom de plume Patrick
Cauvin), autore impregnato di quel romanticismo oltralpe per
noi un po stucchevole (provate a leggere Fuori Gioco, un suo
racconto illustrato da Bilal!) e che aveva già collaborato
col regista in Il marito della parrucchiera e in Felix
et Lola (2000). La sceneggiatura di Klotz concede forse troppo
allo spleen, dando limpressione, alla fine, di una
storia un po sfilacciata, di un canovaccio eccessivamente
dilatato nel tempo: in un paesino del dipartimento di Ardeche, nella
Francia meridionale, giunge Milan (un Johnny Hallyday mai
così maledetto), vagabondo di poche parole e male in arnese,
con il proposito di ripulire la piccola agenzia locale. Qui si imbatte
in Manesquier (Jean Rochefort, attore-feticcio di Leconte),
ex professore di lettere, affetto da logorrea, che gli offre ospitalità
in una vecchia villa stipata allinverosimile di cianfrusaglie
(e che fa da contraltare allo scarno bagaglio di Milan). Tra i due
si instaura una strana complicità, una forma di comprensione
che porta entrambi ad avvicinarsi, arrivando a desiderare luno
lesistenza dellaltro. Il film è tutto qui, nellincontro
di due solitudini, destinate a contaminarsi ma non ad annullarsi;
nel rapporto tra due uomini assai diversi, antipodi esistenziali
o, per usare una metafora del film, uno che non si è mai
messo le pantofole, laltro che non se le è mai tolte.
E Hallyday (icona della musica leggera francese che nel film non
sa suonare!) e Rochefort, che incarnano anche fisicamente questa
lontananza (brillante la scena in cui entrambi cambiano taglio di
capelli per somigliare allaltro), duettano sulla scena dando
una grande prova dattori, mentre la sceneggiatura di Klotz,
la musica dellabituale Pascal Estève, la fotografia
dellabituale Jean-Marie Dreujou si piegano alle loro
esigenze. Un film maschile, quindi, dopo la fatica del recente e
femminile Lamore che non muore
(2000), retto da dialoghi spesso brillanti e da silenzi mai eccessivamente
invadenti, che si conclude in modo onirico, con un gioco di scambi
suggellato dal titolo (esigenza questa sentita fortemente da Leconte
e non presente nella versione originale della sceneggiatura).
©
Glauco Guardigli 2003 - per gentile concessione dell'autore
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