intervista ai fratelli Coen

 
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L’UOMO CHE NON C’ERA (The Man Who Wasn’t There), di Joel Coen, con Billy Bob Thornton, Frances McDormand, James Gandolfini; sceneggiatura: Joel e Ethan Coen; fotografia: Roger Deakins; produzione: USA; anno: 2001; distribuzione: Medusa; commento: ****

“Io non parlo molto. Io taglio i capelli”. Frase emblematica che sintetizza la personalità di Ed Carver, uomo di mezz’età che le situazioni della vita le ha sempre subite, senza mai neppure provare a contrastarle. Impiegato come aiuto barbiere nella bottega del cognato, sposato da anni senza passione, sospetta che sua moglie ha una relazione con il direttore del grande magazzino presso il quale lavora, ma l’accidia prevale su qualsiasi iniziativa. Niente lo emoziona, niente lo scuote dal suo torpore esistenziale, se non le note de “La Patetica” di Beethoven suonate da una perversa ninfetta.
Ma la possibilità di fare l’affare del secolo e rilanciare la propria vita lo spinge a smuovere lo status quo, rompendo l’equilibrio del perbenismo di provincia e scatenando una serie di crimini e misfatti.
Partendo da un soggetto che ricorda Blood Simple, loro film d’esordio, i fratelli Coen – Joel alla regia e Ethan alla produzione – hanno reso un pregevole omaggio al noir anni Quaranta, sorretto da una splendida fotografia in bianco e nero di Roger Deakins (Fargo). Il grande pregio dei Coen è quello di aver reso omaggio a un filone cinematografico, con anche la voce off, non ricreando un’icona del genere, bensì un riadattamento contemporaneo in linea con lo stile di regia. Il premio alla regia ottenuto al Festival di Cannes 2001 è più che meritato.
Onore al merito a un attore di classe come Billy Bob Thornton (interprete anche di Bandits), nei panni del barbiere Ed: un volto cinematografico e una capacità di tenere la scena anche con i silenzi che ricordano il migliore Humphrey Bogart. Da ricordare anche la sempre brava Frances McDormand, nei panni della moglie fedifraga.

I due fratelli (Joel alla regia, Ethan alla produzione, insieme nella sceneggiatura) ritornano nei loro momenti migliori. Quali sono? Innanzitutto l'idea che in ogni vera storia, il protagonista sia trascinato in una diabolica e irresistibile sciarada di disavventure contro la propria radicale apatia. Questa volta tocca ad un attore di classe, Billy Bob Thornton (interprete anche di Bandits), nei panni di un barbiere in una città di provincia degli anni Cinquanta, che rompe una inerzia e una incomunicabilità invincibili, tentando un ricatto ai danni dell'uomo con il quale la moglie lo tradisce. Sarà un evento destinato a scatenare una serie inarrestabile di conseguenze che vedranno sia lui che la consorte accusati di un omicidio che non hanno commesso.
Come nel Grande Lebowski, il film possiede un personaggio centrale affascinante e originale, perennemente attaccato ad una Lucky Strike senza filtro, la cui profonda indifferenza nei confronti della vita è sottoposta alla pressione inesauribile di una serie tragicomica di avvenimenti. Come nel loro primo film, Blood Simple, il ricorso al crimine, non è l'effetto di avidità smisurata o malvagità congenita, ma la risorsa di individui deboli o passivi quando vogliono per noia più che per passione approfittare di una chance imprevista per dare una svolta ad una vita, la propria, che non condividono.
Tra prestazioni trascinanti, da standing ovation, di caratteristi scelti e tratteggiati impeccabilmente (come l'irresistibile Richard Jenkins nei panni di un avvocato alcolista) e fughe surreali (un disco volante anni Cinquanta che sembra rubato ai film di Ed Wood), tra inquadrature magistrali (come quelle dell'incidente di macchina) e l'umorismo moralista di chi sa raccontare, come in Fargo, il sospetto che il nostro pianeta sia il più stupido di tutti quelli esistenti, si fa largo la voce di un narratore fuori campo che tace tutto ciò che il film mostra senza mai nominarlo: la solitudine di un barbiere afasico, tradito da una moglie che non ha scelto e che non ama (la sempre più brava Frances Mc Dormand, nata e cresciuta nei loro film), truffato per incapacità e dabbenaggine, che solo le sonate di Beethoven riescono a strappare dalla trance del proprio stupore nei confronti dell'insensatezza del mondo.

© Marco Ferrari 2001 - per gentile concessione dell'autore

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