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Frozen Autumn
Hogwash
Ljubarosa



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Frozen Autumn - EMOTIONAL SCREENING DEVICE 61’25” (Eibon Records)

Un tuffo negli anni ’80 elettronici. Italiani ma con spirito internazionale e magia delicata. Diego Merletto in compagnia di Claudio Brosio forma questo duo che assomiglia di più ai Color Theory che ai Pet Shop Boys, ma tutto è gradevole, e Freon heart, fayence mind potrebbe essere un grande singolo.
Cinque anni sono passati dall’acclamato album Fragments of memories, e questo lungo tempo è servito per creare Emotional Screening Device.
Con il suo pop elettronico, il disco sembra essere stato pubblicato negli anni ’80, un decennio che per i Frozen Autumn deve essere stato mitico. Tastiere usate in modo massiccio ma mai ingombranti tracciano le coordinate per una dance psychedelica che cavalca le onde spumeggianti di una new age romantica. Più di un’ora di musica dove si può sognare e viaggiare. Verdancy price è un ‘altra bellissima canzone che ricorda i Clan of Xymox e grande notizia di questi giorni è che i Frozen Autumn sono stati chiamati per collaborare con la mitica formazione di Medusa. Emotional screening device è tormento ed estasi, una song di 6 minuti che non è mai ripetitiva perchè le tastiere e le voci aprono nuovi cerchi che si intersecano. Wintertag trascina l’ascoltatore verso il muro del pianto. Second sight è presente in due versioni ed è uno dei pezzi più toccanti del cd, dove il notevole lavoro alle tastiere emerge in prima linea. Un album da amare soffusamente.

Hogwash - TAILORING 50’41’(Red Sun)
Gli Hogwash per questo secondo lavoro Tailoring hanno cambiato nettamente la grafica di copertina. Non più paesaggi e creature fantasy come nel precedente Fungus fantasia, ma una fotografia minimale di capi d’abbigliamento.. MA il cambiamento non riguarda soltanto la componente grafica: anche la musica si è evoluta. Ospiti sono i Verdena, e le atmosfere sono più anestetetiche; certo lo stoner rock è sempre la matrice, ma vi è un’apertura maggiore verso altri stili. Sono passati alcuni anni da Fungus Fantasia e i ragazzi di Colzate sono davvero maturati e mutati. Twelfth è il capolavoro dell’album, una lunga odissea sonora che elettricamente ti conduce verso lidi arabi, turchi, con freddi contrattempi occidentali. Hanno cercato qualcosa e la formula trovata è stata impressa in questo Tailoring (ma c’è anche un progetto parallelo Colt 38 di cui parleremo prossimamente). La rabbia è sempre costante ma si è insinuata fra le pieghe una meditazione psichedelica, prima assopita e ora venuta alla luce. Ladybird è un dark-blues esplosivo, cadenzato da belle chitarre e tastiere gorgoglianti, ma tutto molto vellutato.Snapshot è una delle più belle canzoni composte dagli Hogwash, che dal vivo deve assolutamente rilasciare un’onda adrenalinica. Notevole l'affiatamento degli strumentisti e della voce.
Just a little bit dei Blue Cheer conserva la sua animalesca energia e le chitarre e il ritmo eccedono in un cataclisma ossessivo. Attendo con impazienza un live di fuoco perché il palco con gli Hogwash dovrebbe assumere una dimensione "lavica". In Tailoring , furore, sole, free psychedelia, e hard-rock vengono sedotti da questi signori della distorsione che hanno intrapreso la via di un tunnel luminoso dove può confluire tutto.
E come in un film le immagini scorrono veloci e rimaniamo abbagliati da questa band che credevo di avere perso ma che invecce ritrovo alle prese con battaglie soniche cariche di euforia e compostezza.
kleinkief - COLORI DOLCIUMI FOTOCOPIE (Dischi Woland) 66'03"
Dare ordine al caos, immettere precisione programmando quasi un concept-album dalle forti tinte hard-rock noise, può far sembrare i Kleinkief di Mestre (qui alla seconda prova dopo Il sesso degli angeli) una band glaciale e certamente c'è molta distanza fra i Kleinkief e i teutonici Kraftwerk o gli italiani Technogod. Ma fra le composizioni comincia a comparire un certo germe di provenienza Chrome.
Lacunaponia pare essere il pezzo meno inumano della raccolta, una sorta di ballata elettrica molto coinvolgente. Ma il paradosso sta proprio qui: i Kleinkief non hanno usato quasi per niente tastiere elettroniche o campionatori, eppure alcuni loro pezzi tagliano la carne a zero gradi catapultandoli nell'olimpo di autentici signori del killer-rock.
Il germe della cattiveria e della drammaticità la fa da padrone in Marghera Strasse (verde e ancora verde), fuga disperata dal grigiore che ricompare inesorabilmente in una Akron italica. E' il pezzo vitale dell'intera raccolta.
19 e un minuto è veramente un gran casino, aprendosi in toni quasi funky e poi recitazione, monologhi, rumore, sconclusione, e le corde di latta delle chitarre che si ricollegano a un coro da musical di Broadway. Un esperimento un pò incerto che i Kleinkief dovrebbero mettere da parte. Tristezza è, invece, una bella canzone dalle tinte psychedeliche che piano piano scaraventa l'ascoltatore in un turbinio di chitarre elettriche crivellanti.
I suoni sono un pò troppo oscuri ma in Ermafroditi la scelta è stata giusta: scintillanti bagliori di luce escono dall'interno di una creautura indefinita, rendono quasi palpabile l'inquietudine. L'inferno e' una marcia nel vero senso della parola, che emula la partenza e l'arrestarsi di un treno, in un incrementarsi di clangori metallici che deturpano l'armonia.
Piccola bambina zoppa, il pezzo più bello della raccolta, è una sinfonia urbana ai confini della realtà, naturale e molto esplosiva: è come ascoltare un disco dei Plasmatics del futuro e le sirene impazzite paiono essere prese pari pari da Undercover di Todd Rundgren, anche se probabilmente si tratta di un'assimilazione inconscia. Su queste basi i Kleinkief devono tessere le loro ragnatele per agganciare definitavamente l'effimera scena musicale italiana. Le premesse ci sono tutte.
Ku - TSUNAMI 41’55” (Ku)
Suoni provenienti dal mare. Lo Tsunami è un’onda irregolare che raggiunge dimensioni spropositate seminando terrore e angosce. In mezzo a questo terrore blu regnano i cetacei e i Ku, gruppo italiano di Monza, propongono suoni e ritmi sottomarini in una miscela che sa di moderno, ultra-moderno e ancestrale. L’elemento naturale fuso con la tecnologia da una band che vede tra le sue fila Jean-Philippe Bordoni alla chitarra, rigenerazioni armoniche, loops; Franco Canneto alle unità psico-percussive, zendrum; Lorenzo Pierobon alla voce, vertones, loops, didgeridoo.
17 brani o meglio collages, per un cd affascinante della durata di 40 minuti. Discesa è eterea e volteggiando s’introduce nell’abisso caro a formazioni come High Tide, ossessiva e magnetica, un paradiso surreale e ascetico. Basaltic depths è la confessione di un’orca. Pulau we vale l’acquisto dell’intero cd, un quadro sonoro ipnotico e rarefatto dove percussioni e archi orientali trascinano in trance l’ascoltatore. Blue dome è intensa, un folk-rock ballabile con le voci delle sirene polinesiane ad acclamare la discesa dell’onda. L’ultimo canto è un verso dilaniato, un addio tragico. Delphina è un loop elettronico con suoni in sinergia che evoca cime himalayane, deserti mistici, danze tribali, viaggi cosmici o profondita’ oceaniche... Tsunami affascina e disorienta l’ascoltatore, ma non è criptico come si potrebbe pensare... Certamente non è new age, ma dimostra che in Italia ci sono grandi sperimentatori. Un ‘immagine che regala innovazioni e folclore, psychedelia e suoni industriali dissonanti. Baja californiana è epica ed è la meditazione delle balene.
L’elettronica usata dai Ku è proposta in modo bellissimo con il furore di onde violente e lagune cristalline. Gli overtones emessi dalla voce (un'antica tecnica mongolo-tibetana), le "rigenerazioni" sonore della chitarra (loops e feedback di effetti) e la variegata linea ritmica delle percussioni (acustiche ed elettroniche) si fondono empaticamente in un flusso sonoro che scorre attraverso i più disparati idiomi musicali, orientali e occidentali, lasciando trasparire i ritmi e le armonie di un probabile passato, di un immaginario presente e di possibili futuri.
Chiediamo solo ai Ku una maggiore chiarezza nell’elencare i pezzi del cd in copertina.
Ljubarosa - THE NO-SENSE SONG 13’01” (Depot)
Il nome della band fa pensare subito a paesaggi dell’est europeo, ma la musica che si incontra non ha caratteristiche etniche di quei posti. Cold wave anni ’80, Simple Minds e un po’ del nostro Garbo sono le direzioni che sembrano affacciarsi all’orizzonte di The No-Sense Song. Ma le similitudini si fermano qui. Infatti i Ljubarosa reincarnano a loro piacimento un cd single ricco di sfumature vellutate e cantato in un inglese abbastanza corretto.
I sintetizzatori e le chitarre si fondono così bene che l’elettronica è solo un altro strumento. Strutture armoniche ben congeniate. The No-Sense Song ha il pregio di farsi notare nell’arcipelago ormai infinito delle bands italiane. Basso, batteria, chitarre e synthesizers più voce sono gli elementi base di questa formazione bolognese. Le chitarre a volte acide a volte maestose si tuffano in freddi iceberg sonori. Soffuse luci in un mare d’energia delirante. Le melodie sono urbane, e la voce riesce anche a graffiare nel suo malinconico lamento. Non c’è etnia, nemmeno reggaee suoni solari, solo dissociazioni metropolitane. Aleggiano i fantasmi della new wave inglese anni ’80 e spettri di poesia maledetta.. Peccato che si siano sprecate poche pagine sui Ljubarosa; ma sono all’inizio e senz’altro andranno avanti, in un paese come l’Italia dove essere intelligenti musicisti forse non ha senso.
Nest - DRIFTING 33’00” (Urtovox)
Ecco un gruppo interessante che è da tempo sulle scene e merita un grande riscontro. I Nest sono una delle nuove bands che mi stanno molto a cuore perché iniziano dove finirono i Mirabilia, infatti anche loro sono toscani e hanno diversi punti in comune. Hanno iniziato col nome Malastrana (malsano quartiere di Praga) e hanno esordito in cd come Nest. Hanno aspettato che un’etichetta come la Urtovox li notasse. Con arrangiamenti scarni e allo stesso tempo titanici, i Nest hanno creato un cd davvero immenso nella sua breve durata. Armonia e fascino, narcolessia e magniloquenza volano via come un soffione nell’aria. Psychedelia beat è la prima parola che mi viene in mente. Squalobalena pare avere le stesse cadenze e il movimento di un enorme cetaceo che, con grazia, sposta la sua immane mole. C’è un lento progredire nei suoni e nelle atmosfere tristi che questo cd emana caratterizzato dall’uso del violoncello suonato da Francesco Dillon. Un manifesto di fusione fra psychddelia e post-rock che incredibilmente è stato partorito in Italia , ma il sapore di brughiera è costante. Chitarre sperdute nella nebbia,tuffi pindarici verso Loch Ness per constatare che il mostro esiste davvero (nei nostri incubi o nella vita?). Il viaggio audio dei Nest non approda nel 2000 ma bensì fra bobine fine anni ’70. In quel tempo le bands cominciavano a sperimentare e a studiare partiture per archi e orchestre, e i Nest lo fanno oggi con l'ausilio dell'elettronica. Il disco esplora così territori ricchi di spleen dando vita a una musica per cuori malati di solitudine. A volte anche il fascino orientale s’insinua fra le pieghe di una white ballad come Kids of Seattle che levita nella mente e nei cieli plumbei insolcabili dell’Io. I Nest sono materia grigia spessissima e deserto d’acciaio, e sono una nuova grande band italiana...
Planet of the Werewolves (1999)
Cast: SANTO MAROTTA, TOM NONDORF, JOE ZASO, DEBBIE ROCHON, SASHA GRAHAM, HOLLIS GRANVILLE, MICK McCLEERY ; Musica di STORM WITHIN & SPRINGWELL; Effetti speciali di FANTASY CREATIONS, TIM THOMSON, JAY ALVINO ; Scritto da KEVIN LINDENMUTH & SANTO MAROTTA; Diretto da KEVIN LINDENMUTH ; Prodotto da SANTO MAROTTA
Ecco un film della Brimstone che potrebbe lasciare un segno se solo fosse distribuito regolarmente. In una cineteca dedicata all’horror, Planet of the Werewolves non dovrebbe mancare. E' un underground movie girato da un Kevin Lindenmuth in forma smagliante. Certo incertezze ce ne sono ancora, ma dovute più che altro ai pochi mezzi di finanziamento che all’inventiva. Alcune soluzioni narrative sono impensabili. Il film è straordinario. Un asteroide giunge in collisione con la Luna, da quel momento migliaia di persone si ritrovano Licantropi. Ma Jack era già stato licantropo e sa come cambiare la sua mutazione a piacimento. Così vuole conquistare la Terra.
Horror e sci-fi si fondono insieme. E così oltre a licantropi, ci sono vampiri e mutanti. I Licantropi rimandano ai vecchi films di Roger Corman, e a volte fanno sorridere. I costumi sono stati creati con tutta l’inventiva possibile. Gorilla con sembianze di lupi e orecchie da elfo. Insomma la fantasia di Kevin è illimitata e giardando il film ci sembra di leggere un vecchio fumettodella EC Comics. Da segnalare la bella interpretazione di Debbie Rochon.
R.u.n.i. - LA ZUCCHA POLMONATE 52’50” (Bar La Muerte/Beware!/Wallace)
Il Cucchiaio Infernale, seconda prova dei R.u.n.i., è stato uno dei migliori albums della passata stagione musicale italiana, e non era giusto che un gioiellino così rimanesse nel vago. I R.u.n.i hanno così realizzato La zuccha polmonate, un cd di rilettura dei brani del Cucchiaio, ma eseguito e remixato da altre dieci bands diverse (tranne in una traccia dove è il gruppo a rileggersi.
E’ puro divertimento, ma di quelli che fanno pensare e stravolgere. E così Pediluvio universale è un acid-rock undergrond riletto dai Mutables una formazione di cui non si sa nulla. Saranno reali o fantasmi? La Zuccha Polmonate nasce da una pazza idea e funge da antipasto al nuovo cd appena uscito in questi giorni, Ipercapnia in capannone K. Anche il mini-boss della Wallace , Mirko Spino si destreggia come non strumentista in Fun Kon Frenk tutta sussulti e vagiti elettronici sulla scia di Miss Murgatroid. Come già detto molte bands sono agli esordi e i R.u.n.i hanno dato la possibilità a questi principi della lande suburbane di possedere un piccolo regno. Il mento è a rischio ed io me ne infischio invece è affidato ai corrosivi A Short Apnea che introducono il pezzo con le note di You make me feel di Sylvester (famosa icona disco-gay) per violentare la traccia con coriacei loops metallici ed elettronici. Gli Ovo aggrediscono con Infernale Remix piena di rumori quasi inutili che deflorano un bel pezzo, forse questo è davvero troppo ostico, però lascia il segno e senz’altro gli Ovo sono sperimentatori da seguire. I Tasaday, invece, rilasciano una versione sottomarina di Pig Party, e qui si odono ravvicinati suoni celestiali e abissali, grazie anche al grandissimo sax (ma è Gian Maria Offredi?) . Però in tutto questo si perde un po’ dell’ironia che aveva caratterizzato Il Cucchiaio Infernale. I ritmi sono troppo ossessivi e oltranzisti. Vellutati marroni con i Rollerball come registi è un guazzabuglio di elettronica, caos e disperazione. Non si riesce più a eliminare il disordine dalla mente e l’alienazione regna sovrana, e un merito va alla masterizzazione di Maurizio Giannotti che è lucida e scintillante . I R.u.ni. si rileggono in Clinigrillo, un pezzo proveniente da una radio marziana che invoca canzoni invece di follie. E dopo la domanda ecco il funky anarcoide a yo-yo che i R.u.n.i. sanno tirare fuori. Incubo ipnotico. Gli Aerodynamics sono i fautori di un remix lunare ed etereo contornato da percussioni pneumatiche e scoppiettanti, e loops elettronici tutti circoscritti in una jungle ossessiva e glaciale.
Manca un po’ di calore al tutto ma se si vuole sapere dove sta andando il rock italiano, La Zuccha polmonate è una lacerante risposta sonora che genera il manifesto dell’underground italiano cybertronico e selvaggio figlio di un Dorian Gray in fase di mutazione organolettica.


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