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altre recensioni di album di Todd Rundgren
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One Long Year
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disco del mese

Low: Trust

ATTENZIONE: Invitiamo i gruppi che hanno demo o CD da proporre all'ascolto di inviarli all'attenzione di Lino Terlati. L'indirizzo Lino Terlati Casella Postale 192 Savona Centro 17100 Savona - Italy, quello di e-mail: literla@tin.it
Jokifocu - RAPIDEFFUSIONI 45’21” (Urtovox) 
Ancora una volta la semplicità e il minimalismo sono le caratteristiche che un’altra band affronta: i Jokifocu. Più aggressivi dei Zabrisky, rocckano e rollano con gusto e divertimento. Provengono dalla Toscana, terra che ha sentito più di altre l’influenza della psychedelia con gruppi come Mirabilia, Valvola, ma anche Malfunk, Tangomarziano, Bokassa e Virginiana Miller. I suoni a volte sono cupi e sembra di essere tornati ai tempi di Heroes di Bowie e The Idiot di Iggy Pop, con quelle chitarre che sembrano lanciarsi in frippertronics. Rapideffusioni è un sogno diventato realtà per questa band, un gioco che diventa impegno per Luca Fanelli, bassista, Luigi Cappelletti, chitarrista e Fausto Amatucci, batterista. Insieme alle chitarre noise i falsetti glam sono come una ciliegina sulla torta. La penna è notevole e le composizioni si susseguono apparentemente senza intoppi, ma la durezza è proprio dietro l’angolo. Girotondi di chitarre lisergiche che sanno di Mott The Hoople imparentati con God Machine. Il cd è pubblicato dalla benemerita Urtovox e anche se inciso con mezzi modesti, il rosa e l’azzurro e il coniglietto allegro raffigurati in copertina, traspirano dai solchi. Non cercate orchestrazioni (anche se come guests ci sono viole e violoncelli) o muri di suono pomposo, qui siamo all’opposto. Un altro capitolo dell’infinito libro del ritorno alla purezza maligna.
KASH - Mutamenti (New LM Records)
Questo mio torrido novembre musicale e' stato caratterizzato da due importanti lavori italiani di qualche anno fa, il primo e' quello di Patty Pravo con Notti, guai e liberta', il secondo e' quello di un gruppo nuovo, i Kash, con l'album "Mutamenti", uno dei migliori esordi al di la' di qualche accidentale incertezza.
Stefano, Paride, Ricky e Luigi hanno prodotto veramente un album molto originale musicalmente e di tutto rispetto con un risultato riuscito, compiuto e vitale. L' album sa di elettricita' allo stato puro e lirismo ricercato. Se nel cantato di Stefano (ottima voce) si riscontrano analogie con i lavori di mezzo dei New Trolls, album come "Searching for a Land" o "Ut", il modo di affrontare il muro elettrico è quello dei nostri giorni.
I testi sono molto belli e sarebbe stato giusto inserirli nel booklet. L'album e' stato registrato nell'inverno 1996/97, ma gli artigli di questo gruppo cominciano a graffiare in questi 2000 e fanno ancora male, scarificazione che produce piacere.
I brani: Cane solo è uno dei brani migliori dell'intero Cd. Un boogie sostenuto e articolato, che scava nelle problematiche esistenziali. Voltarsi indietro: come suggerisce il sottotitolo e' un gran bel pezzo funky, con incredibili voli vocali di Stefano e una struttura strumentale ben costruita e articolata, un pezzo quasi perfetto e calibrato al millimetro, con dei bellissimi fraseggi di chitarra. Volere di chiarore in una pelle nera, black & white uniti in un unico binario. Il basso pulsa, e' la prima volta che sento un pezzo P-funk cosi' grande a opera d'italiani.
Cosmo è, invece, un'intensa ballata elettrica rarefatta che emana luce all'interno delle scintille di vita cosi' sparse nelle fibre ottiche del Cd. Crude sensazioni è il brano d'apertura, piu' tradizionale, un po' in tono minore rispetto al resto dell'album. Il seme del male è, invece, un altro grande brano, un metallico rock-blues distorto e malato, ossessivo, con echi vocali che pare provengano da un'altra galassia! Vagamente in stile Nazareth per l'uso della chitarra alla Zal Cleminson. Mutamenti è apocalittica, e con un flauto da far venire i brividi: la Terra all'indomani del dopobomba, buio, silenzi, e un po' di luce, dalla mutazione l'inizio di una nuova forma di vita. Anima travolgente è un altro brano minore, un po' troppo tipico e di maniera. Alieni come giochi: un lento rock'n'roll elettrico con spennellate psichedeliche, dove la voce, trattata splendidamente, sembra un accorato lamento perduto nello spazio piu' profondo. La seconda parte e' tirata allo spasimo, carica di energia, e alla fine i bambini continuano a giocare con la Luna guardiana sopra loro.
Blu deserto, infine, è un lungo brano stupendo, forse il capolavoro dell'intero album, abbastanza quieto nella sua drammaticita', capace di essere visionario nell'intensita' del testo con lunghi e smaglianti ampi spazi strumentali dominati per lo piu' da una chitarra stridente. Il flauto appare invece cosi tenue come il fumo di una lampada e svanisce a contatto con l'aria che ormai ha mutato il suo aroma.
Kleinkief - D’AMORTELOCANTO 45’23” (Srazz)
Se nei precedenti lavori dei Kleinkief mancava forse un po’ di feeling, la carenza è stata in pieno colmata. D’amortelocanto (titolo che pare un albo di Dylan Dog) stupisce soprattutto in canzoni come Kiz e I giardini, completamente diverse dalla violenza e dalla follia rappresentate altrove in passato.
L’urlo a squarciagola che dilaniava le precedenti opere ora è un soave canto angelico che pare elevarsi dalle ceneri di gruppi come Le Orme (loro contarrenaei). E così, ora, il signor Kleinkief appare guarito, non più maniacale come prima. Certo subito non lo riconosciamo e allo stesso modo si genera un po’ di sconforto.
Le chitarre di Thomas Zane tacciono per dare la parte da leone alle tastiere di Gianluca Casabianca, che incanta queste canzoni pop. L'album è stato registrato al Vapore di Marghera, ormai un piccolo tempio, e dietro i banchi di regia c’è sempre Michele Saviolo da sempre il sesto membro della band. E’ un importante testamento questo cd, perché segna l’inizio dell’eredità lasciata dai vecchi Kleinkief.
Dell’elettricità dei primi due dischi non è rimasta traccia: le canzoni ora sono canzoni nel vero senso della parola, anche se non facilissime. Al basso c’è sempre Elena Vinello e alla batteria Samuele Giuponi. La seconda chitarra di Fabio Barlese è poco citata in D’amortelocanto. E così abbiamo tempo anche per la magia che ci coinvolge in Setyoureyes, giocata a più voci e controcanti. Le fragole è sussurrata ma non perde forza e si avvicina agli italiani Perturbazione. Emporio è la più orchestrata, ed è molto anni ’80, di scuola 4AD. In una parola tutto è entusiasmante, ma che ne sarà dei vecchi Kleinkief? D’amortelocanto sembra stato concepito dai loro fantasmi empatici e suonato dai loro cloni.

Lazy Bones - LAZY BONES 39’31” (Teenage Lobotomy Records)

Probabilmente se i Ramones non fossero mai esistiti i Lazy Bones non sarebbero qui a suonare un album come questo, influenzato tantissimo dalla grande band americana.
Loro nascono nell’inverno del 1991, ma l’identità musicale della band inizialmente non è ancora ben definita: si canta in inglese e vengono cambiati alcuni batteristi.
Ora cantano in italiano e alcuni pezzi sono gradevoli e ispirati. In alcuni tratti la musica si fa più morbida ed è vicina al surf dei Beach Boys. Ma non dobbiamo dimenticare in Italia bands come Senzabenza, Aidoru e Crummy Stuff, che avevano già esplorato territori simili. Luca Pinna, il bassista, sembra essere il compositore più prolifico dei quattro: la maggior parte delle canzoni sono composte da lui. Questo debutto prosegue all’infinito il discorso di altre bands citate sopra. Scivola nel punk più acceso di Non mi sveglio più, per imbracciare controtempi più serrati e precisi in Molla tutto; Babysitter è un beat danzante anni ’60. Certamente tutto è concepito bene, e la spirale di questi gruppi d’ispirazione americana deve aggiungere al suo vortice un altro pargolo: i Lazy Bones, che hanno già infuocato i palcoscenici di mezza Italia. A parte Vino, che è una inusuale canzonetta da Zecchino d’Oro che lascia un po’ a bocca aperta, il resto è tutto materiale infiammabile come direbbero gli intellettuali Stiff Little Fingers (grandissimi), ma nel grigiore di una scena che non mostra eccessi artistici anche i Lazy Bones possono tranquillamente sedersi sul trono del punk melodico.
Liar - SET THE WORLD ON FIRE (Bearsville)
Sicuramente una delle bands più sconosciute dei Seventies. Eppure Set the world on fire era un album egregio; a risentirlo oggi fa un certo effetto proprio perché era un piccolo gioiellino di aor-rock avanti di dieci anni rispetto alle altre bands. La Bearsville di Todd Rundgren se ne accorse, mettendo sotto contratto questa band inglese, la prima europea della Bearsville. Fu anche uno dei primi picture-disc in formato lp a essere pubblicato. il gruippo incise solo due signori lp come Straight from the Hip (per la Decca) e, appunto, la gemma in questione. Poi la fine e i componenti sparsi qui e là come session men per Eloy, Lionheart. Set the World on Fire era un disco concepito su diverse matrici, come la ballata rock, il rock graffiante, quello melodico e la bellezza degli impasti vocali. Tutte le canzoni hanno una bellezza straordinaria e non sanno di muffa. Anche i testi erano bellissimi e non scontati come quelli di altre bands dell’epoca. Parlano di città e del male che in esse si raccoglie, vicini in questo ai Nazareth di No Mean City. Town of Evil People racconta di questo mondo con una grazia e una disperazione quasi commovente. Le strings convivono benissimo con le chitarre elettriche, perché di grinta ne avevano parecchia e già I’m Calling lo dimostra: un inno rock scandito dalle voci e dalle armonie magniloquenti. E’ proprio vero che la genialità a volte passa inosservata: i Liar (da non confondersi con una band teutonica degli anni ’90 di heavy-metal) erano superiori a bands come Angel, Aerosmith, Kansas e altri, ma la loro vita è stata effimera come un raggio laser nella galassia. Le composizioni erano MUSICA con la M maiuscola. E se la radio FM sembrava la loro meta, nelle spire s’insinuavano seminascoste scintille funky, progressive e rock sinfonico, tra sconfinamenti nello space–rock celestiale, e con un uso delle tastiere mai impressionante ed effettistico, che alla fine svelava la vera natura della canzoni, vere e proprie ballate.
Da amare, riscoprire, ripubblicare in modo che non perda il suo bagliore.
Libra - PENSO A COSE STRANE 40’26” (Srazz) 
I Libra di questi anni non sono da confondere con i Libra degli anni ’70, anche perché producono una musica totalmente diversa. Il rock nella sua più elementare incarnazione è quello che ascoltiamo in Penso a cose strane. Alcune canzoni hanno quello straniamento che le differenzia da pop song normali ma il canone, alla fine, è quello. Il gruppo si muove come i vicini di casa C.O.D., che erano la nuova pietra filosofale del rock italiano e ora sono scomparsi. Una band giovane che pubblica un lavoro onesto e maturo nel suo minimalismo. Il suono logicamente è molto più americano che europeo e i fantasmi del grunge più volte fanno capolino nella rabbia di questo cd. Ad ogni costo è uno dei pezzi più ruvidi del cd, ma con un refrain da adolescent-rock; All’improvviso segue la ricetta che avevano usato i Tiromancino nel loro capolavoro Insisto, e cioè strampalare una song con accenti esplosivi e lirismo, e le voci curate nei minimi particolari. Quando nascerà il sole introduce tastiere ed è pop ad ampio respiro. Usano banchi di regia e strumenti degli anni ’60 e il tutto ci appare un coraggioso viaggio nel labirinto psichedelico. Mai abbastanza è semplice e diretta senza tanti orpelli. Tutto a domani è bellissima: melodia e rumore uniti in un unico binario. Un disco che lascia il segno e che ci fa attendere i Libra a un'ulteriore prova.
Will ‘O’ Wisp - UNSEEN 39’10” (Beyond…Prod)
Dopo diverso tempo da Enchiridion, i Will O’ Wisp di Genova tornano alla grande con Unseen, un album interessante e dai toni diversi del suo predecessore. Infatti basterebbe ascoltare Samas per renderci conto del camboamento. Le atmosfere death sono minori e prende via il techno unito al prog-metal, con tanto di celestiali suoni. Un passo avanti per questa straordinaria band così parca di apparizioni e concerti, ma preziosa per le sue produzioni con bellissime copertine. Era prevedibile che ci fosse aria di cambiamento; un album che avesse tessuto le stesse iconografie di Enchiridion non avrebbe retto il passo con la modernità. La copertina sembra spingersi al medioevo dopo l’Egitto, sapore di sabba in paradiso, creature angeliche e demoni uniti; il matrimonio dell’inferno con il paradiso. E questo lo si nota anche musicalmente.
Senza grandi collaborazioni i Will O’ Wisp hanno sforzato la loro creatività ed è venuto fuori qualcosa di godibile e ineffabile. Bellissime chitarre e tastiere e atmosfere magniloquenti, suoni più epici e soft, una scelta stravagante ma centrata. Quel qualcosa di nuovo che è stato trovato e raggiunto. Una fiammella piccola che elimina il buio. Non piacerà ai cultori del death metal che penseranno a un tradimento, ma farà innamorare i cultori del gotico e della ballata di ampio respiro. Un lavoro rifinito che accentua il concetto di bellezza dell’estasi sonora. Voci angeliche (molto bella quella di Micaela Gotelli), chitarre monumentali, sezione ritmica tuonante, clangori metallici e tastiere siderali suonate dalla brava Loredana Canepa. E il confine si fa sempre più sottile. Note aggraziate e barocche. Nusku è più robusta e rock e introduce un tema da spy-story, molto vicina agli americani Tubes. Ancora una volta Unseen è un concept album prodotto da Tommy Talamanca dei Sadist. Non c’è avanguardia ma un’esperienza che sa di nuovo.
Zabrisky - ORANGEGREEN 30’47” (Srazz)
Questo è il secondo cd dei veneti Zabrisky dopo Waterboy. Il titolo del cd è un omaggio al colore della squadra del calcio del Venezia. Potrebbero benissimo essere considerati come i cugini italiani dei Blur o dei New Radicals. Il loro suono è corposo e melodico, sebbene le chitarre acustiche risplendono nell’amalgama strumentale creato da questi splendidi musicisti. Orangegreen è come un juke-box pieno di potenziali singles come Boy in the train o Stormy Weather e di un sound tipicamente inglese dei giorni felici della swingin' London. Certo se continueranno su questa strada il loro livello resterà eccellente e potremo dire che anche in Italia abbiamo un gruppo intelligente che, per una volta, ha imparato la lezione degli Xtc. She Said Again è piena di personalità e candore, una fiamma che scioglie il cuore. Dispiace avere la certezza che questo album difficilmente passerà alla radio e il gruppo rimarrà, come tanti altri, ancora una volta un fenomeno underground. Forse nati troppo tardi o fuori posto nella nostra cultura, i Zabrisky sono pacati portatori di un certo gusto retrò. Tutte le liriche sono in inglese.


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