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il sito ufficiale dei Julie's Haircut

Ray Daytona: il sito ufficiale

One Dimensional Man: il sito ufficiale



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la sezione interviste di bloc notes: Gianluca Lo Presti, One Dimensional Man e Devics e Black Heart Procession

 
ATTENZIONE: Invitiamo i gruppi che hanno demo o CD da proporre all'ascolto di inviarli all'attenzione di Lino Terlati. L'indirizzo Lino Terlati Casella Postale 192 Savona Centro 17100 Savona - Italy, quello di e-mail: literla@tin.it
Grencsò Kollektìva Plusz - SEVEN SONGS TO THE LAST MOHICANS 46’02” (Bahia)

In Ungheria opera una fucina di musica chiamata Bahia, che produce dischi di musica bellissima e ricercata, rarefatta e, allo stesso tempo, molto avanguardistica. Questo cd della Grencsò Kollektìva Plusz dedicato alla memoria del popolo Mohicano, mi ha davvero entusiasmato. Impasti profondissimi e notturni, ambiziosi ma chiari allo stesso tempo. Grencsò Istvan è il leader e factotum di questo ensemble; il suo modo di suonare il sax ha qualcosa di viscerale, riesce a scavare nell’anima e a far trasalire i fantasmi dentro la nostra mente. Un’orchestra atipica, a cui bisognerà guardare con rispetto in futuro. La qualità sia d’incisione che creativa è di altissimo livello e, cosa più strana, è libera da vincoli ed etichette. Ma, anche se è musica difficile, non è per niente cerebrale. I fantasmi della Grencsò Kollekìva Plusz vanno inseguiti sulle orme di Ornette Coleman, Rahsaan Roland Kirk e nell’Art Ensemble of Chicago, cioè nel jazz più d’avanguardia.
Il mosaico è fatto di tanti piccoli tasselli che si aggiungono al muro maestro dei fiati. Piccoli lumini che accendono una grande fiamma e tutta la stanza si pervade di una calma interiore.
Il bello di Internet è stato quello di aver aperto i confini a bands provenienti da altri territori. E una sorta di rinnovamento di riflesso la si avrà su ogni band, nostrana e non. Le canzoni non hanno titolo; interessante la voce femminile nella Fifth Song (che però è numerata come la 7, perché alcuni pezzi si dividono in due o tre parti). Altre volte il background è più solido e robusto e qualche basso e chitarra infuocata annaspano come nella Seventh Song , dove la fanno da padroni tempi serrati e ordinati che sfociano in una dance tribale. Bellissimi poi i cori, arcani e futuristici allo stesso tempo, creati da tre coristi d’eccezione. La prima parte della Second Song è un canto a cappella gregoriano, bello come non ne avevamo ascoltati dai tempi della There are No Words di Todd Rundgren, o dai Dead Can Dance di The Serpent’s Egg, tutta giocata su contrapposizioni di tenori, baritoni e falsetti. Grande band operante in una terra di nessuno, quella della libertà...

Kiss Erzsi Music DELADELA 41’45” (Bahia)

Ancora una volta buona musica dall’Est. Ma se si ascolta la seconda traccia di questo ensemble ungherese, ci si ritrova in pieno Mali, con voci e anche ritmiche di sapore africano. Davvero strano. Prendono elementi cardine della musica afro per riciclarla con alcuni sapori mitteleuropei, in un insolito pout-pourri. Divertimento, rielaborazione, ma anche un sentito omaggio al continente nero.
L’abbattimento delle frontiere ha permesso che alcuni combo possano fare la musica che vogliono e i Kiss Erzsi Music si rivelano un grande gruppo di world music, e le voci delle cantanti sono davvero splendide. Etnia al settimo livello, visto anche il consolidamento e successo nel loro paese.
Eyeyey, aggiunge elettronica e chitarre, e l’accompagnamento alla voce è abilissimo nel creare atmosfere limpide e profonde dal fascino arcano: sembra di ascoltare la migliore Bjork in una versione più apocalittica e drammatica. Originali, si contraddistinguono da tutto il resto di world music perché oltre a tradizione mescolano bene i loro sentimenti e la loro libertà di ricerca. Voci sussurrate al vento ma emerse da terre mosse, con strumenti talmente oscuri da mettere in rilievo la celestialità di un canto libero. Erzsi Kiss, la leader, ha una voce tremendamente duttile, commovente e prorompente. Lei sa volteggiare con l’ugola uscendone sempre straordinariamente vincente, mantenendosi ironica e tragica allo stesso tempo. Fisicamente androgina, percorre binari nuovi con il suo virtuosismo. Aro è rock puro, ma atipico e, allo stesso modo, lineare. Davvero una grande singer. The Lady sings the blues si diceva a proposito di Billie Holiday; Lady sings the orkestra potremmo dire, invece, di Erzsi Kiss. La sua voce è uno strumento e in più di un passaggio mi ha ricordato la nostra grandissima Maria Carta, mai dimenticata grandissima artista sarda. La band, composta da cinque persone, è tecnicamente perfetta, una vera e propria macchina per musica brillante. Una grande sorpresa indefinibile e inaspettata.

Julie's Haircut - FEVER IN THE FUNK HOUSE (Gamma Pop/Superlove) 51'29" Voto 4
Chissà se gli emiliani Julie's Haircut riusciranno a sopravvivvere fra la moltitudine di rock-bands italiane che imperversano in tutta l'italica penisola. Fever in the funk house, come il precedente Sexpower, ha le carte in regola per non essere dimenticato. C'era abbastanza attesa per questo secondo lavoro dei Julie, anticipato mesi orsono dal singolo I'm in love with someone older than me (tra l'altro escluso da questo CD). E il titolo celava un mistero irrisolto. Infatti non c'é stato un infatuamento funky che tra l'altro avrebbe reso il lavoro ancora più frizzante. E' difficile stabilire quale dei due Cd incisi dai Julie's Haircut sia migliore. Da Sexpower riprendono anche Safe as. I Julie's Haircut riesumano il rock'n'roll a nuova linfa come in Too much love dove sono presenti anche alcuni ospiti come Elena e Ferruccio dei Cut, altra band della Gamma Pop.
Rock grintoso e canzonettaro é quello che si ascolta in Black T-shirt, epigone di Joan Jett, un'artista che in Italia non ha mai attecchito e che i Julie's Haircut pare non vogliano far dimenticare.
In Fever in the Funk House, comunque, la band mantiene la stessa forza originale e propulsiva degli esordi: basta riascoltare la nuova versione di Safe as, rock dilaniato con chitarre psychedeliche che alterano la mente in modo fascinoso. Un pezzo che ti attira, carico di un magnetismo inquietante, inciso in modo egregio.
Love is Made for Two, tutta in crescendo, é di nuovo un pezzo attraente, carico di feeling, che parte da due accordi di chitarra per evolversi poi in un wall of sound energico. Ottima la voce.
Punk Rock Loser '99 é, appunto, un pezzo punk molto facile, con il solo compito di far dondolare e niente di più.
Chip & Fish Brain (con al pianoforte Federico Barbieri degli Havana) é guidata dalla adolescenziale voce di Laura Storchi, la bassista del gruppo, un personaggio pieno di carisma che affascina, attrae e genera mistero, e la canzone rappresenta abbastanza bene quest'involucro di stati d'animo: Bowie, Velvet Underground, Raincoats sono tutti racchiusi qui.
Non vi e' tecnologia in questo cd ma amore per il vecchio, carismatico sound dei sixties.
Everyone Needs Someone to Fuck é un corale inno per liceali con pruriti insoddisfatti, nipote delle gags alla Happy Days.
Silence/Silence, invece, é sperimentazione noise, ma abbastanza pretenziosa e debole.
Fever in the Funk House conferma la determinazione dei Julie's Haircut nel raggiungere la loro meta. Rock'n'roll high school for everyone!
In Cerimonia - LUNGO IL CAMMINO 63’10” (In Cerimonia)
Ci voleva una band italiana affascinata dalla cultura dei Nativi Americani, meraviglioso popolo che ha sempre destato un grande fascino, e commozione. Scopritore della band è stato Paul Chain, anche se in Lungo il Cammino è completamente assente. Il cd mette in musica poesie della cultura nativo-americana e la magia di questo popolo riaffiora in pieno, con musiche ricche di bellezza e straordinaria luce. Composizioni originali, e parole che evocano il ricordo di un popolo dilaniato, quasi scomparso, ma potente.
I concerti degli In Cerimonia non sono solo musica e parole, ma veri e propri happening audiovisivi, dove diapositive, luci e tele degli Indiani d’America vengono esposti. Arrangiamenti finissimi, e un lavoro sociale impegnato in difesa di Leonard Peltier prigioniero politico U.S.A. dal 6 febbraio 1976. Nove composizioni fanno parte di Lungo il Cammino. Il wall of sound della band rimane pieno e comunicativo, la voce è quasi sempre recitata e l’agglomerato è composto principalmente di chitarre, basso e batteria, ma vari ospiti si aggirano alla tastiere. L’arte dei Nativi d’America viene catapultata nei suoni di questa band che ce la restituiscono raffinata. Questa band si fa quindi unica portavoce di quel popolo in Italia, ma non dimentichiamo altri grandi come gli Xit, Buffy Sainte-Marie, Sharon Burch, Mary Youngblood e, naturalmente, Robbie Robertson; un fenomeno in continua crescita che farà ricomparire lo spirito di Manitou alto nei cieli. Le canzoni sono tutte meritevoli di essere menzionate, in particolare La danza della luna, dove il linguaggio rock si fa più duro e inquietante: una ghost-dance degli anni 2000 che incanta anche dopo ripetuti ascolti, dove il lampo dei sintetizzatori si staglia contro il furore delle chitarre elettriche e i tamburi invadono l’aria come segnali di fumo. Il cd è autoprodotto. Potete visitare il sito ufficiale degli In Cerimonia.
One Dimensional Man - YOU KILL ME 37’02” (Gamma Pop)
Un traguardo difficile quello del terzo album, ma gli One Dimensional Man, approdati ora alla Gamma Pop, hanno scelto la strada intelligente e non la via stupida della facile commercializzazione. Una svolta, tuttavia, c’è stata: il rock ultraelettrico e noise dei precedenti album è diventato più amabile e caldo. Ma non è sparito il lato più selvaggio, diventando ora intelligente dentro spazi più ristretti e cioè dentro una scatola carica di rock marcio del migliore Detroit Sound. Inferno è davvero infuocata e si riallaccia ai precedenti lavori, un rock anfetaminico ma allo stesso tempo grondante di sudore ed enfasi, senza dimenticare lo sberleffo maledetto di alcuni sacri nomi del rock come i Frost. Saint Roy a sorpresa è pop -rock con tantissima verve, a differenza di alcune band italiane che se fanno pop deve essere quello e basta. Qui c’è bubble-gum music, chitarre potenti, e riff straordinari. It Hurts è velocissima, rock mozzafiato, un susseguirsi di rocambolesche avventure al tritolo. The Old Worm è, invece, un rock tribale abbastanza trito, che non rivela spunti interessanti. Ma per il resto i 37 minuti di You Kill Me sono micidiali e avventurosi. Il lavoro alle chitarre è sempre protagonista e, ora come non mai, è variegato, colorito, e fantasioso, ma sempre assassino. Questo é un cd fatto di chitarre psichiche e canzoni killer. I Talking Heads italiani? Chissà... ancora non si sono aperti alle ritmiche afro-etniche, ma forse il prossimo lavoro degli One Dimensional Man potrebbe andare in quella direzione.
Ray Daytona and Googoobombos - SPACE AGE TRAFFIC JAM 36’06” (Mad Driver Records)
Con un incredibile verve, si presentano anche in Italia formazioni dedite al rock’n’roll e al surf dei primi anni ’60 e ’50 come i Jungle Boogie e i Barbieri, e Ray Daytona e la sua band, che ci propongono un lavoro dignitosissimo inciso per la Mad Driver di Torino. Ray Daytona and Googoobombos nascono a metà del 1997, dopo lo scioglimento dei Piranha, gruppo surf punk dal quale Fernando Maramai (Ray) e Michele Landi (Madison Wheeler) fuoriescono per formare il nuovo gruppo che gira parecchio l’Italia producendo spettacoli infuocati. Non musica drammatica e concetti ampollosi, ma del grande ottimo surf che non ha nulla da invidiare ai colleghi d’oltreoceano, tanto che la splendida copertina è firmata da Winston Smith (non il protagonista di 1984 di Gorge Orwell...), noto artista americano che ha lavorato con Dead Kennedys, Lard, DOA, Jello Biafra e Green Day.
Gli ingredienti di questa musica sono il grande amore per i B-movies di fantascienza degli anni ’60, lontani dal mondo di Hollywood: qui c'é ironia galoppante, disinteresse verso tutti i concept album o la musica d’autore, senza nulla togliere a un prodotto di qualità come è Space Age Traffic Jam. La band ha pubblicato anche diversi singoli. Questo è il secondo lavoro dopo A wild shot of.... e oltre alla line-up tradizionale presenta un uso del Theremin, strumento che; in questi anni ’90, grazie alla riscoperta fatta da Todd Rundgren per No World Order, ha visto nascere nuovi proseliti come i Mirabilia. Un disco importante, questo, che fa riemergere tutta la cultura del garage-punk, un’epoca frizzante e spensierata, che non ha perso il suo fascino. Ray Daytona and Googoobombos analizzano il fenomeno attentamente e ne diventano portavoce in terra d’Italia. Scrambler è rock selvaggio guidato dalla potente sezione ritmica, una colonna sonora ideale per una spy-story che infuoca le strade desolate dei deserti americani. Thunder Ass è più vicina ai B 52’s ed è frizzante e corrosiva, ballabile ed eccitante; Texas Saucer Contact non sente l’effetto nostalgia e il pezzo potrebbe essere un tranquillo pezzo dei Ramones o di Lightining Beat Man (ma più raffinato). Eggs and Bones è riverbero di chitarre acide e potenti, una cavalcata psichedelica proveniente da un altro pianeta: solo la Luna?? Bah, lei si affaccia in Weird on the Moon e diventa landa di cowboys dannati protagonisti di un sci-fi western. Insomma una gran bella conferma , un lavoro curato nei minimi dettagli con passione al 100%.
Jill Sobule - THINGS HERE ARE DIFFERENT 40’13” (Mca)
Una manciata di canzoni tenui, e allo stesso tempo tese come la corda di un arco. Un bersaglio centrato, il debutto di Jill Sobule. Avvenne sotto l’egida di Todd Rundgren e fu un miracolo che non si è più ripetuto. Voce splendida, arrangiamenti sublimi, e una creatività fuori dal comune.Tutte le canzoni sono una sorgente cristallina di splendore sonoro. A cominciare dal capolavoro Living Colour, con un refrain e le sonorità di Rundgren che ti entrano in testa immediatamente, ti colpiscono e ascolti 10, 20 , 30 volte questa canzone immortale. Living Colour è tutto: dolce, elettrica, sperimentale, coraggiosa, ricca di charme. Petali che volano nell’aria impazziti, che si aggregano perfettamente ai suoni lineari ottenuti durante le sessions. Due chitarre che duellano fra loro, prima profonde, poi elettriche e poi pastose: i due players sono Sid Mc Ginnis e Todd Rundgren (presenti anche nel video) e la musa è l’eterea Jill, che sembra provenire da un altro pianeta. Un disco che non vendette molto, ma che illuminò molti critici su come una cantautrice dovesse creare i propri album. Nessuna canzone da riempimento o sottotono, tutti grandissimi pezzi.
Jill va alla ricerca di armonia e se riuscì a scomodare Todd Rundgren fu un grande segno. Happy Town (il seguito) non aveva questo charme sebbene fosse stato partorito dopo cinque anni.
Things Here are Different, il suo nuovo disco, narra le vicende di una ragazza lasciata dall’amante. La sofferenza ha messo a dura prova questa cantautrice, in grado di comporre canzoni mai banali, e al limite della genialità. Le cose mutano e ogni canzone presenta un registro diverso, così come cambia la vita. Ma si raggiunge l’equilibrio. Things Here are Different è il risultato di queste prove. Registrato magicamente agli Utopia Studios di Todd Rundgren, è come un velo che svela la sua natura dopo numerosi ascolti, ma non perché la materia sia cerebrale, qunato perché, fra le pieghe di una canzone, vi sono tante alchimie che ogni volta danno un risultato diverso. Sad Beauty, la triste bellezza così spesso incontrata nei dischi di Todd Rundgren ha trovato in Jill una perfetta discepola. Una canzone da brividi, sebbene sia quasi solo voce, chitarra acustica e percussioni, ma quella voce così angelica ti cattura, ti rende schiavo di una Lorelei innocua.
Peccato che anche in Italia il nome di Jill non sia molto popolare... Ma i fortunati che l’hanno ascoltata esistono...ed è già una bella cosa.


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