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la sezione interviste di bloc notes: Gianluca Lo Presti, One Dimensional Man e Devics e Black Heart Procession

disco del mese

Chuck Weiss/Old Souls & Wolf Tickets

ATTENZIONE: Invitiamo i gruppi che hanno demo o CD da proporre all'ascolto di inviarli all'attenzione di Lino Terlati. L'indirizzo Lino Terlati Casella Postale 192 Savona Centro 17100 Savona - Italy, quello di e-mail: carterla@tin.it
Bugo - PANE, PENE, PAN 43’55” (Loretta Records)

Grottesco, delizioso e coniglio. Già perché questo pazzoide chiamato Bugo sforna cd alla velocità della luce: questo per la Loretta è il primo, ma ne sono seguiti altri due, di cui vi racconterò prossimamente.
Così nell’insieme Pane, pene, pan può anche deludere, ma preso a piccole dosi può piacere molto. Alcuni pezzi, però, sono prematuri come un parto settimino, arrivano alla luce ma incompleti, abbozzati e grezzi. In altre tracce Bugo è dignitoso, marchia a fuoco con la sua personalità i pezzi, ed è una sorta di Fatur più allucinato ed esoterico. Le canzoni di Bugo sono come goccioline malefiche che cadono sul parabrezza, offuscandoci la vista. Forse manca ancora il giusto equilibrio, ma negli altri due albums senz’altro l’avrà raggiunto.. Strumentalmente la chitarra, ora acustica ora elettrica, è l’elemento galleggiante della materia, ma non l’assoluto protagonista: in 805 si ha un bell’esempio di cosa possano diventare sei corde nella struttura compositiva di Bugo. Totale anarchia fuori dal controllo delle regole è la strada intrapresa dall'artista, la stessa che anni fa inaugurò Juri Camisasca con l'album La Finestra Dentro. Un pout-pourrì zappiano e kafkiano. 805 non è da confondere con 851 che è un altro pezzo, condotto questa volta da una chitarra insetto caduta in un bicchiere di gazzosa. Samurai è un brano che tanti avrebbero voluto scrivere: parte dalle elucubrazioni furiose degli A Short Apnea per sfociare in un rock’n’roll alla Ted Nugent. E' normale rock che si incontra con la pazzia, inferno e paradiso sullo stesso piatto. Bugo è un artista da seguire, anche perché semina che è un piacere.

JARBOE - Anhedoniac (J Records)

Essere grandi e non avere riconoscimento, questo in sintesi il primo pensiero che affiora nella mia mente ricordando gli Swans. Jarboe, l'incantatrice di serpenti, dedica questo suo nuovo lavoro osceno, Anhedoniac, proprio al suo gruppo amato e ora sciolto. Eccesso è sempre stata una parola comune nel linguaggio degli Swans, ma Jarboe e' andata oltre, anche nelle foto del booklet interno, che catturano la sua vagina divaricata e intrappolata in una cintura di castità con tanto di cosce scarificate; in tutte le altre foto e' sempre senza veli, con mise sado-maso. Anhedoniac è un'opera blasfema e universale, un cuore di tenebra che pulsa e sanguina, e che mostra incontrastato amore per le situazioni orrende che lei riesce a trasformare in incantate litanie (Circles in Red Dirt). Colpi duri sferzano la mia incoscienza attraverso le note di un disco malato; amo molto Lou Reed e, se alcuni suoi dischi furono definiti sporchi ed inquietanti, sinceramente non ho aggettivi per definire la pazzia che si respira nei solchi di Anhedoniac. Burnt è supplizio messo in musica, disperazione neurodislettica. Anhedoniac potrebbe essere la punizione per i buoni da parte della diavolessa Jarboe. Un disco per chi non ha niente degli Swans da possedere ma attenzione: non fa sognare, ma produce incubi sensuali. Jarboe vuole scopare la nostra anima, penetrarci. In Forever la creatività e il lirismo raggiungono il loro massimo livello, in una preghiera sorretta da un organo a canne e da un basso malleabile. Un disco post-atomico, dove chitarre acustiche e triangoli si aggrovigliano con elettronica minimale. La voce, poi, cambia registro ogni volta, ma sempre con la forza di un'indemoniata che assume varie identiità: ora è Jarboe, ora è Marianne Faithfull, poi Patti Smith, quindi Jill Sobule ,per risvegliarsi con il vagito di Rosemary's baby. Anche il modo d'interpretare è cambiato molto rispetto al passato. Nessun brano è smussato, non c'è alcuna concessione alla commercialità. Anhedoniac rappresenta un passo avanti rispetto al precedente Sacrificial Cake, opera transitoria che non riuscì a raggiungere i picchi elevati di Thirteen Masks, ma nel suo genere (quale?) è un capolavoro. Jarboe è un folletto incompreso che vaga alle nostre spalle, un'inclassificabile artista terrena, regina delle fogne metropolitane, eterna sirena dark.
Il CD e' stampato in 1500 copie, numerate e autografate dall'artista, e non è in vendita nei negozi ma solo su Internet, per chi ha più di 21 anni. Jarboe registrera' il prossimo lavoro in Israele, disperatamente attraverso il muro del pianto, penso.
leggi l'intervista a Jarboe >>

Onq - The Supreme Weight 29’27”(Ouzel Records)
Da molto tempo per le strade della Liguria si sente parlare di questo famigerato Onq e, finalmente, ecco la risposta ai vari interrogativi. Laugh like a clown, in apertura, è una canzone dal salmodiare sacro, che esprime un' atmosfera arcana gotica e insieme psychedelica, alla Flaming Lips. Ma con gli altri brani presenti in The Supreme Weight la situazione cambia e ci presenta un artista interessante che sa miscelare suoni vecchi con pruriti tecnologici nuovi, regalandoci una simpatica freschezza. Un nome (Onq è un solista) che si distacca dalle mode del momento, inseguendo una sua strada, con un cd pieno di originalità e spontaneità, che dovrebbe aprire molte porte a Onq. Ci sono anche brani in pieno revival come Reset, che si avvicina alle cose degli Zumpano o di Doug Powell o dei Mood Six, ovvero quel rock semplice, melodico, ma molto lo-fi, disturbato da qualche chitarrina serpeggiante e nervosa. Ci sono, però, anche pezzi più maturi come Frigor, dove tutto il disagio giovanile viene rappresentato in una ballata narcolettica, con armonica e toni cupi. The Supreme Weight è più ariosa, magniloquente nella sua bassa tecnologia con grandi aperture, un piccolo hit. Tutto il cd ha un’atmosfera confusa, ma la struttura delle canzoni vuole descrivere questa confusione di mentalità tipica dei giovani di sempre. Senza compiacimenti The Supreme Weight è un grande disco rock che ti coinvolge fin dalla copertina , in pieno stile artigianale Factory, anche se, con gli anni '80, Onq ha davvero poco da spartire.
Panico - ULTIMO PANICO (Fork Boys)
Era il 1990 quando venne pubblicato un bellissimo lp chiamato Sete a opera di un gruppo punk politicizzato chiamato Panico, proveniente da Torino. Fu un episodio bellissimo, dove la rabbia urbana si trasfigurava in musica e imprimeva una svolta ai soliti quattro accordi del punk. Poi venne Amnesie, un altro grande tassello, e ora l’ultimo, in tutti i sensi, lavoro dei Panico, intitolato appunto Ultimo Panico.
Per i Panico non esistono sogni ma solo concretezza e realtà: loro trattano temi sociali e quindi anche il pop non può rientrare nelle loro sonorità. Il loro è un rock duro ma riflessivo, soprattutto per i testi, che non ti lasciano immaginare ma fanno pensare. Certo i Clash di London Calling hanno fatto scuola, ma anche qualcosa di sensuale emerge dalla musica e dalle splendide grafiche dei Panico. Torino si presenta così come una metropoli caotica dove è presente tutto, una città oscura dove l’emarginazione è di casa. Muri di chitarre vive, suonate da Claudio che trafiggono, feriscono, pulsano e la voce di Sergio ora adolescenziale, ora matura, ora aggressiva, qualche volta straziata. Nessun suono raffinato eppure non è caos, le tracce sono lucidissime. Tino Paratore ha registrato e prodotto questo grande extended play e sapere che l’avventura è finita fa molto male, perché difficilmente nascerà un altro Panico.
Niente di sconvolgente certo, però il gruppo possedeva un’anima genuina che, attraverso il rock’n’roll, scagliava colpi di kalashnikov sonico per richiamare l’attenzione del pubblico nei loro concerti infiammati. Estasi brutale. Grandi ed è tutto un attimo.
Sciroccu - TRA CIELU E MARI 48’38” (Sciroccu)
Sono partiti dal folk della Sicilia, gli Sciroccu, e progressivamente in ogni loro disco inseriscono anche nuove composizioni perlopiù composte dal loro leader Raimondo Minardi; questo Tra Cielu e Mari è il loro terzo lavoro (sebbene abbiano pubblicato all’inizio un lavoro solo su musicassetta). E' nuovamente la Terra il teatro dove ambientare splendide storie: tra cielo e mare c’è la sabbia, un elemento terreno importante per gli Sciroccu. Gli Sciroccu sono un grande ensemble e questo cd ce lo dimostra in pieno, ripresentandoli in grandissima forma. Le registrazioni sono perfette e la musica da brividi. Il gruppo va al di là della ricostruzione tradizionalista per inserire elementi etnici e arabeggianti. Tutto pulsa, tutto scorre, tutto vive all’interno di Tra Cielu e Mari. Emozioni che durano per tutti i cinqunata minuti del disco, senza sbavature , nè errori, frutto di una grandissima tecnica figlia della passione pura. Bellissima Cchhiussai di l’oru che riscopre un testo antico musicato da Raimondo Minardi, semplici accordi di chitarra e voce profonda di grande effetto; adattissima a questo lavoro anche Ventu, composta dal flautista Carlo Cattano, un brano su cui viene incentrato anche il concept dell’album. Altri importanti pezzi sono Pirmetti chistu abballo??, a metà tra la balera romagnola e il dialetto siciliano; ’Na jurnata di scuru, dove il folk lascia spazio a coordinate jazz cupe, con un gran lavoro di basso di Filippo Di Pietro; Giovedi di fera, brano scherzoso e allegro, da festa in piazza. Questo cd consacra definitivamente gli Sciroccu come una delle maggiori bands che recuperanola tradizione per riproporla in tempi moderni; spero solo che non rimangano relegati a suonare solo in Sicilia ma che abbiano l'occasione di essere invitati in molti festival della penisola italiana. Anche se loro sono distanti dalla logica di mercato italiano, inseguono la loro strada di ricerca e passione come pochi (anche Rosa Balistreri, non scordiamolo, divenne grande cantando storie della sua Sicilia). Tra Cielu e Mari è un lavoro che non può passare assolutamente inosservato, è una gemma che fiorisce nell’aria, incantando l’atmosfera con il suo sapore terreno.
Tecnikamista - CORROSIONI 20’26” (Materiali Musicali)

Rock corrosivo a tutti gli effetti. I Teknicamista (da Faenza) si erano fatti conoscere grazie alla loro partecipazione a Transromagna, il tributo in chiave rock a Casadei. Corrosioni è il loro secondo lavoro ufficiale dopo Supernova, registrato da Gianluca Lo Presti. Il disco testimonia l’attuale vena creativa della band romagnola. I Teknicamista sono un trio composto da Fabio Carovita al basso, Stefano Monduzzi alla chitarra (davvero bravo) e Andrea Rossi alla batteria. Speriamo che possano diventare popolari. Le carte sono in regola. La produzione lascia il suono graffiante quando lo necessita (Il cesto di frutta) e raffinato altrove (Selvaggina). Selvaggina si avvicina a dei Blu Vertigo più elettrici, ma anche con soluzioni strumentali migliori; Il cesto di frutta è una ballata rock scarna, che si accende e svela riffs di chitarra kamikaze. Ricordo ancora bene è una perla di rock granitico indefinibile. In Piccolo chimico, invece, l’alchimia torna sovrana e i Teknicamista sputano fuori un allusivo pout-pourri scanzonato e psichedelico dove metallo, polvere e suoni raggiungono il giusto flashpoint. I Teknicamista potrebbero davvero essere considerati i Devo italiani? Ancora una volta solo il tempo potrà giudicare. Corrosioni è pubblicato dalla Materiali Musicali, l’etichetta che ha pubblicato anche il bel disco di Gianluca Lo Presti e Blaine Reininger.

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