voi siete qui: drive index > musica > bloc notes indice > maggio 2002/1

visita l'indice della rubrica per consultare le recensioni e gli articoli finora pubblicati

la sezione interviste di bloc notes: Gianluca Lo Presti, One Dimensional Man e Devics e Black Heart Procession

disco del mese

Chuck Weiss/Old Souls & Wolf Tickets

ATTENZIONE: Invitiamo i gruppi che hanno demo o CD da proporre all'ascolto di inviarli all'attenzione di Lino Terlati. L'indirizzo Lino Terlati Casella Postale 192 Savona Centro 17100 Savona - Italy, quello di e-mail: carterla@tin.it
Canaan - BRAND NEW BABYLON 69’58” (Eibon Records)

I Canaan di Mauro Berchi tornano, dopo il grande doppio Walk into My Open Womb, con un nuovo cd che vuole ricordare i giorni di Babilonia con atmosfere cupe e maestose. Ho trovato meno sperimentale, rispetto ai precedenti lavori, questo Brand New Babylon e più arioso, con grandi melodie e un perfetto equilibrio. Le chitarre ci sono, le tastiere anche, alcuni tempi sono marcatamente rock: insomma si tratta di un lavoro più solare nell’oscurità dei Canaan. Of Lost Desires è una tenebrosa ninnananna per angeli/diavoli sospesi nel limbo. Acqua e fuoco. Over Absolute Black è rock alla grande, con chitarre metal grondanti di sangue, e molto bella anche la sezione ritmica, con i suoi controtempi. Dove i Canaan mi stupiscono di più è però nella bellissima Sperm Like Honeym, un brano con reminescenze arabe e atmosfere alla Psychedelic Furs e Virgin Prunes davvero inaspettate da una band così oscura. La qualità delle canzoni che sono più accessibili è molto più elevata che in passato. Bisognerebbe che le radio intelligenti diffondessero di più la musica dei Canaan e, soprattutto, questa splendida canzone, dal testo un po’ scandaloso, che parla di orgasmi susseguenti a visioni di morte. For a drowning soul, in apertura, sembra appartenere al repertorio di Steve Hillage o di Pandit Prah Naht, ma è l’opposto di una canzone indù ariosa e felice: solo il sitar crea, infatti, atmosfere etniche. Il resto sembra più il canto di un setta sotterranea. Shelter 1e Lick My Poison vanno accomunate perché sembrano appartenere di più al repertorio classico dei Canaan, quello confinante col primo lavoro (Blue Fire) con suoni e cori monolitici da ecatombe. The Meaning of Solitude ha un bel riff ed è cold –dark rock britannico della fine a anni ’70, Joy Division in primis. Melodie assassine e vagiti siderali. Theta Division è una sofferenza infinita, un baluardo di esecuzione capitale, un sabba pubblico; una pomposa composizione orchestrale vibrante, che dà fiato alle trombe a questo grande cd dei Canaan. Presto dovrebbe esserci un nuovo capitolo, un‘altra goccia del sudario umano che la band milanese traduce in musica e lamenti.

Daniele Brusaschetto - BLUVIOLA 40’44” (Radon)

In Italia la situazione delle etichette disposte a pubblicare materiale poco commerciale è alquanto critica, e così Daniele Brusaschetto pubblica questo nuovo cd, Bluviola, per la statunitense Radon. Un cd dove non ci sono canzonette, ma drammi sonori bellissimi. La durezza con cui i suoi testi vengono dilaniati dalle chitarre e dalle atmosfere cupe è più potente qui che in albums di bands come Megadeth o Mercyful Fate, sebbene la musica di Brusaschetto viaggi su binari ben lontani dall’heavy-metal. Le canzoni del musicista torinese ti avvampano come un incendio inaspettato. Goffo sembra una canzone baciata di rugiada, con la tromba da brividi di Silvia Grosso che ci risveglia dopo una notte insonne, le chitarre elettriche in lontananza perturbano la giornata traballante e un'aggressione rock ci attanaglia contro il muro. L'insieme generato dalla convulsione degli strumenti è esemplare. Bluviola è ipnotica, giocata su pensieri improvvisati senza bisogno di parole, e nella struttura ricorda alcuni momenti delle musiche da film di Claude Lelouch. Avanguardia mischiata alla pop music, un tentativo difficile da coniugare, ma qui riuscito. Trascino è scandita dal tempo che scorre preciso, l’unica macchina che non si ferma mai e trascina ogni cosa, anche la vita. Le armonie sono aggraziate,e imponente è la voce da orco di Daniele. La teoria del flusso sembra appartenere ai Prunes di Lite Fantastic, con le moltitudi a tratti adolescenziale di Daniele e per il basso furioso di Mirco Rizzi: è una ballata nera nel senso più vero del termine, caotica e corrosiva. Brusaschetto sembra essere riuscito a incarnare l’anima più dura dei Can, e in Italia sono davvero pochi gli esperimenti del genere, Alessandro Raina ci ha provato ma in modo differente da Daniele: quest’ultimo non si basa su immagini già esistenti, ma le costruisce e le differenzia dalla realtà, o forse ne coglie il vero significato. Gli scheletri nell’armadio escono tutti fuori con le note di Bluviola.

Freak Parade - TAKE YOUR PLACE IN THE FREAK PARADE 74’56” (Moogy Music)
Un capitolo importante per tutta la musica odierna fu la pubblicazione, alla fine del 1974, del disco Todd Rundgren’s Utopia, dove per la prima volta il musicista di Filadelfia si affiancava a una formazione-orchestra rivoluzionaria, composta da ben tre tastieristi, fra cui Moogy Klingman. Un’opera d’arte a tutti gli effetti, a cui moltissime bands (fra cui i Porcupine Tree, Ozric Tentacles, Phish, Alan Parson, Bad Religion) hanno attinto. Poi, nel corso degli anni, la formazione di Utopia mutò ma quel disco con un identità fortissima rimase nel cuore di molti. Oggi, a distanza di ventotto anni, alcuni membri di quella formazione originaria si sono riuniti per formare i Freak Parade, guidati appunto dal tastierista Moogy Klingman (qui anche nelle vesti di produttore). E, anche se in tono minore rispetto al passato, scopriamo nuovamente perle di rara bellezza. In un cd lunghissimo con nuove canzoni, si riparte proprio dai pezzi vecchi e così ecco Conquering of the West, che in Todd Rundgren’s Utopia era inglobata nella splendida The Ikon. S Di Moogy si erano perse le tracce a parte qualche suo cd solista e il lavoro di produttore per Bette Midler. Oggi con il grandissimo batterista della prima formazione di Utopia Kevin Ellmann ha fatto rinascere una leggenda; certo il chitarrista Don Celenza non è Todd Rundgren, ma si destreggia bene, alla voce una cantante Katia Floreska e al basso Even Steven.
I Freak Parade hanno voluto di nuovo aprire le porte di un tesoro che era andato perduto e così assistiamo anche a una riedizione di Freak Parade, molto fedele all’originale. Moogy capisce però che non è più tempo di lunghe suites e così snocciola anche Fountain of Youth, una ballata dai toni classici, quasi un canto natalizio che si evolve, poi, in un solido rock dalle forti tinte bowiane, molto decadente. Empyre, invece, affonda le matrici nel blues nero, un genere che ha sempre interessato Moogy e che sembra essere tratto da un disco degli Hello People, gruppo con cui lui ha lavorato, un affresco corale e complesso. Certo il cd non è stato inciso con un grosso budget ma il risultato è davvero eccellente e ci riempie di nostalgia per melodie che si credevano perdute e vengono invece ritrovate in questo grande mare della confusione che è il panorama di oggi. Molto bella la chitarra di Don Celenza in Empyre che emula in modo splendido il migliore Todd Rundgren. Coney Island è invece una canzone profonda, composta addirittura nel 1981, che fa il verso al musical di Broadway, una dimostrazione di come, anche con le tecnologie più evolute, si possano raggiungere risultati "old style". Certo queste canzoni non sono avanguardia come lo fu Todd Rundgren’s Utopia, ma i tempi cambiano e anche Todd Rundgren oggi non produce più albums monumenti, ma pur sempre sfere brillanti. In Take Your Place in the Freak Parade convivono i genere più diversi, con un felice effetto dissociato: blues, gospel, musical, glam-rock, soul, sperimentazione, rock cosmico. Il cd rappresenta un ideale ponte fra la generazione dei ’70 e quella di oggi, così diverse eppure così vicine. Qui c’è contemporaneità senza tradimento delle proprie radici, in un percorso che non vuole essere solo memoria o revival ma un giusto continuum. Spero solo che questa arte non sia, ancora una volta, accessibile soltanto a pochi intimi, ma che possa conquistare sempre più persone, se le etichette italiane si decideranno finalmente a pubblicare questo bellissimo cd.
River Deep - IRREALITAT 46’59” (River Deep)
E’ tempo ormai che gli artisti italiani collaborino fra loro, creando una comunità che gestisca, in modo progettuale, tour, collaborazioni musicali e altre forme di promozione del proprio lavoro. Dico questo perché è un peccato che una band come i River Deep (proveniente da Frosinone) rimanga nell’anonimato. Sebbene questo Irrealitat (loro prima prova) proponga parecchie atmosfere e arie tipiche degli Styx, il gruppo ha buone capacità tecnico/creative. Forse i River Deep avrebbero avuto più fortuna alla fine degli anni ’70, ma anche ora hanno buone possibilità di farsi conoscere. Meriterebbero di certo più attenzione da parte della riviste di critica musicale (alcune realtà come Nobody’s Land o Tempi Dispari già se ne occupano). Riviste che, nella maggior parte dei casi, si limitano, invece, a liquidare in poche righe realtà come queste. Ascoltando Irrealitat, oltre agli Styx, tornano in mente tracce di Renaissance ,Strawbs, Kansas, Yes, Moody Blues. La band è un trio, ma ci sono anche alcuni ospiti a rafforzare il sound della band. E anche se la copertina non è molto eloquente, la musica dei River Deep è un fulgido esempio di come si possa fare bella musica ripescando idiomi del passato. E i River Deep devono essere stati onnivori di ogni band del panorama classic-rock degli anni’ 70 perchè Irrealitat sembra essere permeato da un’atmosfera onirica indubbiamente old fashioned e tipicamente classic rock. Le composizioni sembrano essere protette da un velo magico e, nella loro durezza, sanno essere molto stuzzicanti e intriganti. Anche la musica medioevale sembra avere influenzato la band e infatti si recepiscono anche echi di band come Amazing Blondel, Steeleye Span, Gwendal. Il passato comunque ha un’importanza preponderante anche per l’uso dei cori, come avviene nella bella A Nature’s Whisper. A differenza di certe band storiche, però, le tastiere sono usate con parsimonia per merito dell’ospite Rinaldo Perruzza. I River Deep si sono autoprodotti questo lavoro egregiamente e sono presenti su diversi siti internet (il loro è www.riverdeep.it). Si spera solo che qualche grande etichetta li possa scritturare.
Skott Freedman - ANYTHING WORTH MENTIONING 45’21” (Violent Yodel)
Una fotografia tipicamente americana in bianco e nero è quella che Skott Freedman, giovane cantautore di 22 anni di Boston, scatta con l’ausilio di un pianoforte acustico e della voce. Jill Sobule, Sophie B.Hawkins, Eric Andersen, Bree Sharp sono i primi nomi che vengono in mente ascoltando questo suo secondo album, e con alcuni di questi nomi Skott ha anche fatto qualche serata. Nel disco si respira molta poesia e Skott ci parla di onde, di angeli, di amici, di storie d’amore, di fiabe, di neve candida. Le canzoni sono solari ma racchiudono dentro di sè piccoli drammi. Angels in the snow racconta una storia d’amore vissuta a guardare il cielo, dei ricordi successivi a quell’ incontro e del vuoto che si prova quando finisce un amore. In altre canzoni, come Fairytales, s’insinua una band mai pomposa che dà aria frizzante alla song trasformando il tempo in un piacevole ragtime. Skott ha attraversato tutta l’America e il suo nome si sta facendo strada, l’album è tenue e le canzoni sono legate da un sottile filo, delicate ma così potenti emozionalmente grazie, soprattutto ,alla voce duttile del cantante. Anything parla non solo di amore e sentimenti ma anche di emarginazione e di animi tormentati. E' un lavoro basato sulla quotidianità di una città frenetica come Boston. Non un lavoro esplosivo, assolutamente umano senza nessuna architettura sonora, alla riscoperta del semplice ma profondo.Un altro esempio di come si può restare al di fuori delle mode inseguendo stili antichi ma sempre attuali. Per chi necessita di più info, si può visitare il suo sito ufficiale www.skottfreedman.com.
This Empty Flow - NOWAFTER 68’58” (Eibon Records)
Il rosso e il nero, la passione e la tristezza: due sentimenti lontani eppure in qualche modo sinergici, come dimostra la band finlandese dei This Empty Flow dimostra in questo Nowafter. Non c’è solo la freddezza delle terre nordiche, ma un calore soft che traspare in brani come Angels’ Playground, un prurito che pulsa sotto la pelle, che respira, che vuole uscire fuori. Profonda malinconia e decadentismo attraversano le tredici tracce di questo disco, quarto lavoro di un gruppo discontinuo che tuttavia produce autentici capolavori che non possono restare sepolti nella terra di Lapponia (infatti è la italianissima Eibon che ha stampato questo cd). Le tastiere hanno un suono magico, trasparenti come il ghiaccio e potenti come l’ambra. Le voci sono bellissime, ora vicine ai Cocteau Twins, ora ai Mott The Hoople. Drops è più scanzonata, ma eseguita alla perfezione. E viene di nuovo elaborata in una And also the drops, con echi bowiani e di glam-rock in generale, davvero stupenda e nuova nella sua forma. Altro grande pezzo è Hunger , una cavalcata fuori da ogni tempo con tonanti percussioni e tintinnii di piatti che sembrano carezze. Marmite è invece un canto glaciale, tutto sorretto su una splendida voce femminile molto originale, a metà tra psychdelia e dark ballad.
Probabilmente nessuno si accorgerà dei This Empty Flow ed è un peccato perché sono grandi, e meriterebbero più attenzione. Non fanno scoop, non si pubblicizzano, non interessano ai grandi giornali, e questo è un pregio: vivere da marziani, restando fuori dal business. Musica e parole, solo questo conta per la band finlandese.
Japan - ASSEMBLAGE 39'39" (Hansa)
Grazie alla recente apertura nella mia citta' di un negozio di materiale
usato, ho recuperato questo Assemblage dei Japan, un'antologia del primo
periodo di questo straordinario gruppo, spentosi troppo presto.
Cerco qualsiasi cosa dei Japan da due anni e mezzo ormai e sono molto contento che molto presto verranno ristampati dischi come Tin Drum e Gentlemen take polaroid, anche se per me rimane insuperabile Oil on Canvas, reportage dei rituali live del gruppo. Misteriose le musiche, e le liriche che ci propongono i Japan, e misterioso il fatto che non sono stati ancora completamente rivalutati. Dobbiamo forse attendere la morte prematura di qualcuno dei loro componenti perche' vengano finalmente innalzati a livello di "stars" (vedi Marc Bolan)? Trovo inutili tutti quei tributi a gente scomparsa. Credo sia molto meglio fare tributi ad artisti ancora in vita e attivi. E mi auguro sempre che, in queste occasioni, i maestri possano incontrare i loro discepoli: stessi mondi ma generazioni diverse, un modo d'interpretare lo stesso feeling con la sensibilità di tempi diversi. Questo, secondo me, dovrebbe essere lo spirito dei tributi, e non solo mere speculazioni commericiali come ormai avviene, a parte le compilations di Hal Willner. Ho voluto dedicare queste poche righe ai Japan perche' mi sembrano, ancora adesso, un gruppo poco valutato e probabilmente, senza esagerare, sono stati la cosa migliore di tutti gli anni '80. Anche canzoni come Adolescent Sex o in Life in Tokio (prodotta da Moroder), all'apparenza semplici, nascondevano invece suoni artefatti, chitarre atipiche nel marasma rock, ritornelli sconclusionati, un funk lunare che appariva nascosto da avveniristiche tastiere. Non lasciamo che i Japan vadano a riempire gli archivi di una discoteca arcana sperduta nel deserto: diamogli il loro giusto posto, se lo meritano.
Gatto Ciliegia - GATTO CILIEGIA CONTRO IL GRANDE FREDDO 2 38’40” (Beware!)
Forse soltanto gli Enten Hitti sono, in Italia, gli altri alfieri di questa musica contemporanea che si contamina con l’avanguardia. Nel resto del mondo pare che i Faust abbiano dettato legge e alla loro esperienza i Gatto Ciliegia sembrano rifarsi in qualche modo, così come ad alcune band di post-rock come i Calexico e i Tortoise. I Gatto Ciliegia provengono dalla fredda Torino e questo pare essere un logico seguito al primo cd, di cui riprendono il titolo. Questo secondo caitolo mi ha impressionato di più rispetto a quello d’esordio, soprattutto per il gran bel lavoro al basso di Gianluca Della Torca. Tutto l’ensemble è, comunque, ben amalgamato e il risultato si sente. Vi sono delle aperture orchestrali, e Gatto Ciliegia contro il grande freddo # 2 risulta nel complesso potente e ben assortito. Tutto è fuori posto è oscura e arcana, basata su due accordi continuamente ripetuti in modo esponenziale, mai così uguali e diversi e Tornetti tropical ha toni latini racchiusi in un’ostrica immersa in un mare azzurro del mar Baltico. Delicati e tipicamente Seventies sono poi i contorni disegnati dai sintetizzatori analogici, che mi hanno ricordato proprio il magico tastierista Bo Hansson. Favole che migrano verso le nostre città, animate da coraggio e da un estro un po’ fuori del comune. C’è una sorta di tranquillità statica in tutto il cd, un atteggiamento da osservatore impassibile al mutare delle stagioni , degli eventi, a tutto ciò che ci circonda. I Gatto Ciliegia non sentono il bisogno di intervenire: c'è spazio solo per qualche battito di ciglia(i fruscii, i rumorini, i sussurrii) e per una musica che si autocompone, trasformandosi con i pochi elementi a disposizione in nuove strutture. Questo sembra essere il messaggio del gatto più sornione che c’è in Italia.
webmasters: stefano marzorati e grazia paternuosto | drive stefano marzorati 1999-2003 | a True Romance Production