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la sezione interviste di bloc notes: Gianluca Lo Presti, /font> One Dimensional Man e Devics

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ATTENZIONE: Invitiamo i gruppi che hanno demo o CD da proporre all'ascolto di inviarli all'attenzione di Lino Terlati. L'indirizzo Lino Terlati Casella Postale 192 Savona Centro 17100 Savona - Italy, quello di e-mail: carterla@tin.it
clan greco - RAPTUS 66'44" (VideoRadio)

Non eccessivamente originale questo Raptus del gruppo di Massimo Greco , per lungo tempo trombettista di Zucchero, ma, comunque, un disco saggio, dove ogni soluzione è al proprio posto e focalizzatosu un jazz ballabile davvero gradevole. Crow dance è un acid-jazz che s'infarcisce di drum'n'bass e in Pep Up People i Clan Greco rivelano la loro grandezza nelle atmosfere dilatate guidate dalla magica tromba di Massimo. E quando il pezzo sembra perdere quota, ecco che risale improvvisamente, grazie alle voci ipnotiche. Air pocket è, invece, un brano molto vicino alla linea che Bebel Gilberto ha intrapreso nel suo esordio Tanto Tempo: una canzone che inizia come uno standard sudamericano caratterizzato dalle magiche tastiere di Andrea Nuzzo (a metà fra Chick Corea e il jazz di Brian Blade), e che poi imbocca altre strade.
Who knows è cupa, piena di batterie elettroniche e di tempi monocordi, ma la tromba disegna splendidi arabeschi sonori ed elimina il velo nero presente, creando un'atmosfera etnico-spaziale. E' anche un viaggio temporale all'interno della musica, con i sintetizzatori di Emersoniana memoria e il basso di Luigi Mosso davvero portentoso, che richiama i fasti di Jaco Pastorius. Perplexed usa la stessa struttura, ma sembra appartenere al repertorio di un'altra band: atmosfere plananti sorrette da magici tintinnii e controtempi che portano la canzone verso una fusione di differenti stili (dalla samba al jazz elettrico, alla canzone di atmosfera), grazie al sapiente lavoro di equilibrio fra tutti i musicisti. Let's do together è, invec,e contraddistinta dalla voce lasciva di Laura Rebuttini, molto vicina ad Annie Haslam, la mai dimenticata cantante dei Renaissance, anche se il territorio esplorato è diverso: quello della tipica easy listening song annacquata di jazz, con un grande riff subito memorizzabile.

GROK THIS! - Defacing the music of Todd Rundgren (Medicine Park Records)

Una quindicina di artisti debuttanti (a parte i Lucid Dreamers, John Ferenzik e Doug Powell) fanno parte di questo insolito tributo dedicato al grande Todd Rundgren. Un'operazione insolita, in quanto i musicisti non dovevano realizzare covers ma bensì brani originali che avessero specifici temi "rundgreniani", sia come concetti che melodie e questo vuol dire andare alla ricerca della bellezza. Il tutto è stato organizzato da Toby Thomas, leader della Medicine Park e da sempre fan dell'Elfo di Philadelphia. Si tratta di un evento a dimensione mondiale che s'impone con una tale forza e fantasia da rendere deboli e poco creativi tributi similari dedicati ad altri musicisti. Todd Rundgren ormai e' una rockstar affermata e un produttore sempre richiesto, prova ne sia le sue recenti collaborazioni con Bad Religion, 12 Rods e Michael Gallagher. Un uomo che ha attraversato tutta la storia del rock con una moltitudine di progetti, un protagonista assoluto della musica di questo secolo. Certo i musicisti presenti in quest'opera hanno una minore importanza visto che cercano di emulare Todd Rundgren, ma lo hanno fatto con gusto e classe. Le canzoni hanno tutte fascino e attirano l'attenzione. Sembrano essere state composte in paradiso da arcangeli cybernetici. I Lucid Dreamers (che hanno appena pubblicato un cd) sono presenti con ben due brani, e Paper Dreams è veramente un gioiello, con tanto di melodie celestiali computerizzate, una sorta di folk-pop song ricca di splendide armonie vocali che sembra uscire da Healing, il meditativo album di Rundgren del 1981.
Doug Powell (autore di due albums, di cui uno pubblicato dalla Mercury Records, e che ha fatto da opening act alla tourneè dello scorso anno di Rundgre) ,ci propone Any way but love, una canzone che,a dire la verità sa molto più di Al Stewart che di Rundgren (ma forse a lui interessavano gli splendidi cori rundgreniani, che sono un marchio di fabbrica dell'artista). Billy Marsh con Wonderful Thing si avvicina alle crazy-songs rundgreniane che facevano parte di The ever popular tortured artist effect, ed è un pezzo strumentale con notevoli arpeggi di chitarra solare.
Initiation non e' una cover del famoso pezzo, ma bensi' di Rundgren: Don Lindberg ha preso solo il concetto lirico e non quello musicale, un puzzle sonoro anti-commerciale, tribale ed affascinante, molto schizoide, con chitarre e percussioni che vanno per la loro strada estraniandosi dal tempo della canzone.
I Neos giocano con un carillon di vetro in Chasing my own tail, tutta vibes e splendide armonie vocali sussurrate.
Todd Rundgren è un musicista sferico, in quanto capace di virare in tutte le direzioni musicali con una sfrenata fantasia, e questo ha permesso ai musicisti impegnati di scegliere in un vastissimo range sonoro.
Luthor M & His Del-Bartonians volgono, invece, i loro sguardi a pezzi come The Last Ride e Wailing Wall, cercando di imitare la tipica voce di Todd che sembra uscire da un barattolo di latta.
Somebody's Hero sarebbe grande, se non fosse che è quasi una rilettura di Change Myself, canzone d'apertura del magico 2nd wind, un album di una bellezza stellare che ha dimostrato come anche negli anni '90 la penna di Rundgren sia stata una delle piu' ricercate. Il pezzo qui presente di Dee Allen non è certo originale, ma sarebbe stato davvero difficile comporre una canzone simile a Change Myself senza copiarla.
Questa opera è uno dei più sentiti omaggi a un musicista che non finisce mai di stupire, sia quando ci propone capolavori cibernetici, che quando decide di dedicarsi alla bossa-nova o di produrre band punk. Lui è davvero come il vento, sfuggevole, va dove vuole senza essere imprigionato dal music-business, perche' Dio gli ha regalato il dono del coraggio e della liberta', oltreche' quello della sublime composizione.

gor - BELLUM GNOSTICORUM 49'28" (Iris)
Francesco Banchini , alias Gor, noto per essere stato alla corte degli Ataraxia, tenta la carta solista con questo Bellum Gnosticorum, un'opera dall'aria medioevale, che però si distacca in qualche modo dalle avventure sonore degli Ataraxia. Ha preso a piene mani spunti provenienti dall'area folk e li ha introdotti in melodie e litanie dal sapore antico. Pistis Sophia ha un suono gentile pervaso da flauti, clarinetto, chitarre, ma in tutto il cd Gor ha usato anche strumenti non convenzionali come il dulcimer, il rabab, il bendhir ,la tammora a sonagli, alla ricerca di suoni tradizionali che abbracciano l'oriente e l'occidente. Pistis Sophia ha un ritmo che cresce, con le chitarre che fanno da apripista a un canto nomade. Gor mette tutta la sua creatività e usa ogni strumento idoneo a questa rappresentazione. Passione è quella che si respira attraverso le tracce di un disco nato soprattutto per soddisfare se stesso. Ruha d'Qudsha è introdotta da un breve e tenebroso canto a cappella, poi le percussioni spettrali fanno da teatro alle voci che si rincorrono con l'aggiunta di campanelli. Ophis, introdotta dalle tastiere, è una danza araba dall'aria magica, uno dei pezzi più suggestivi dell'intero cd. Gnosi ha dolci arpeggi di chitarra, mentre delle voci in sottofondo scandagliano le potenti percussioni suonate da Cristiano Della Monica, e rappresenta un altro momento folk popolare da danzare nel deserto. Urgrund in apertura propone, invece, suoni noise che s'infrangono contro le onde, ma solo per pochi secondi, perché poi la litania riprende. I momenti migliori del cd sono però quelli ritmati, mentre nei canti dolci e soavi Francesco rimane un po' ripetitivo. La danza di Salomé è grande, una ballata spirituale su questo mito intramontabile, dove le percussioni disegnano un cerchio ritmico in cui s'intersecano tablas con un tempo differente. Mi ricorda un album dei Raksha Mancham dedicato alla cultura del cammello (Ghazels). Ancora più bella è Trasmutazione II, una ballata sofisticata che rivela il grande carattere compositivo di Gor, tutta incentrata sugli archi: é un momento pazzo, ma di grande equilibrio, fra gli strumenti (chitarre acustiche, tastiere, campane e anfore). Bellum Gnosticorum non è la settima meraviglia, ma mentre altri si arrovellano a cercare nuove idee e non ci riescono, Gor, chiuso nel suo limbo, ti lascia senza fiato.
r.u.n.i. - IL CUCCHIAIO INFERNALE 46'32"(Bar La Muerte/Be)

Nulla a che vedere con il precedente Nessun Paradosso. I R.U.N.I., una band dell'hinterland milanese, torna con questo lavoro che cerca di dare nuova vita al sound degli anni '70 e, per una volta, sembra davvero di fare un tuffo nel passato, quando più etichette si associavano per far produrre un disco.
I sintetizzatori sono usati alla stessa maniera di Ken Hensley degli Uriah Heep ed é un esempio di come i R.U.N.I. tentino di salvare le parti migliori di un certo rock effettistico da una morte certa. Attraverso questo fantastico lavoro la band di Gianmaria Offredi e Fabio Belli producoe un fantasmagorico mix di progressive, drum'n'bass, rock duro. Si pongono come dei moderni Frank Zappa che incrociano le atmosfere più elettroniche di Todd Rundgren. Molti brani sono strumentali e davvero ci chiediamo come possa un gruppo cambiare così radicalmente. Nessun Paradosso non era un bellissimo cd, anzi, soprattutto nei testi era abbastanza deludente. Nel nuovo lavoro, invece, forme geometricamente libere vengono scomposte in un caleidoscopio di suoni e colori dando vita a un disco stracarico di energia, che risulta uno dei migliori in assoluto pubblicati quest'anno. Certo se i ragazzi milanesi avessero ascoltato attentamente A Wizard , a True star di Todd Rundgren, del 1973, avrebbero capito che alcune posizioni erano già state raggiunte ma, allo stesso modo dei Think Tree, i R.U.N.I. tentano la strada del luna park felliniano, del calderone che crogiola ogni pastiche sonora. Il risultato è un disco che ripropone il rock degli anni'70 in modo esponenziale e tridimensionale.

santandrea - ANNI 40'36" (Santandrea)
Ricordo di Santandrea la sua folgorante apparizione a San Remo di qualche anno fa, dove presentò uno dei migliori brani mai ascoltati nella passerella del festival, La Fenice, un tentativo di coniare la musica lirica con la musica leggera, reminescenza questa dei mai dimenticati Opus Avantra. Poi qualche album e più nulla fino a questo Anni, autoprodotto e inciso in proprio. Fa uno strano effetto riascoltare uno dei più originali musicisti alle prese con funky e ritmi rap a volte demenziali. In questo cd Santandrea ripercorre alcuni generi sempreverdi come il rhytm'n'blues, ma della drammaticità di qualche anno fa non c'è più traccia. I testi invece sono permeati da una fanciullesca oscurità. Ci chiediamo il perché Santandrea non abbia voluto riproporre il suo elevato carisma artistico (certo Gloria, in apertura, è ballabile e rappata), però la differenza con il passato è davvero notevole. La musica è comunque ben eseguita e s'incastra a pennello fra le parole, come avviene in Mille braccia, un funk'n'blues liquidissimo con un grande sassofono e le tastiere magiche. Clandestino è, invece, un rock'n'roll pressurizzato ed elettrico, quasi ipnotico. Ma anche se il disco può sembrare a tratti un ibrido, denota comunque la maturità di Santandrea e la volontà di scavalcare il passato e presentarsi con un nuovo look, a volte demodé. Il pregio di questo cd è che l'equilibrio fra l'ironia oscura e la melodia riesce perfettamente. Anni fa la storia era completamente diversa, ma probabilmente, in questi anni 2000, si è perso il fascino artistico dei decenni passati e Santandrea se n'è accorto. E allora è al passo con i tempi? O a volte si è troppo nostalgici?
thee hairy fairies - ELECTRIC FAIRYTALES 55'59" (New LM)
I Thee Hairy Fairies non sono proprio dei novellini: la loro storia inizia nel 1993 e questo Electric Fairytales era uscito originariamente nel 1998, prodotto ed arrangiato dal noto Paul Chain che ha avuto il pregio di non influenzare per nulla la band, lasciandola navigare libera sui mari del garage, del beat, e del rock'n'roll. Ricordano molto i grandi Liars ormai scomparsi. Ora viene ristampato su Cd con l'aggiunta di nuovi pezzi. La line-up è formata da Gabriele Gabrielli. voce e chitarra ritmica, Massimiliano Colosimo, chitarra solista, Nicolas Casini al basso e Luca Donini alla batteria e voce. I Thee Hairy Fairies sono davvero devoti a questo genere in voga nei tardi anni sessanta e lo esplorano a piene mani. Riprendono in una spumeggiante versione hard la Leaving Here di Holland/Dozier/Holland, segno che anche la musica soul fa parte del retaggio artistico di questa band, in questo ripescaggio molto vicina al bellissimo disco di revival che aveva inciso Paul Schaffer. Per anni hanno fatto da supporto ai Fleshtones e si sente. Ma nel disco c'è anche un calibrato rock con perenni svisate verso il blues, come avviene in Ginsengum, eseguita lucidamente, con grinta e raffinatezza. La produzione di Paul Chain è pulitissima e semplice, senza fronzoli. Le chitarre sono l'arma a doppio taglio della band e, a volte disturbanti, rubano morsi all'impero metal per cadere in giacigli vellutati dipinti di glam. Emblematica in questo caso la riproposta della decadente Sunday Morning dei Velvet Undeground. Gabriele Gabrielli non ha una grande estensione vocale, ma la sua interpretazione in Sunday Morning è particolare e non fa rimpiangere Lou Reed, rispettandone il taglio adoloscenziale malato. Le "Fate Pelose" hanno davvero un'anima rock e per loro la disco music è solo un miraggio. Mary Jane Leaves sono i Cream infarciti di surf music. Deep Inside è un bellissimo beat di rottura, dove la parte ritmica marcia cavalcando tempi e controtempi difficili. Surfin'Sprite 65, come dice il titolo, è surf music ma con un sapore alieno. Don't Leave Me Alone è un rock melanconico. Benvenuti Thee Hairy Fairies! Questa è la dimostrazione di come si possa fare del sano rock garage originale, senza essere grotteschi come accade ad altri esponenti di questo genere in Italia.
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