Thirty-four years of Easy Rider
Easy Rider Movie

 
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EASY RIDER (USA, 1969). Regia di Dennis Hopper. Interpreti: Peter Fonda (Wyatt -Captain America)), Dennis Hopper (Billy), Jack Nicholson (George Hanson), Antonio Mendoza (Jesus), Phil Spector (Connection), Sandy Wyeth (Joanne); scritto da Peter Fonda, Dennis Hopper e Terry Southern.

EASY RIDER

Cerchiamo di mettere subito le cose in chiaro: Easy Rider, cinematograficamente parlando, non e' una pellicola particolarmente memorabile: i pregi vanno ricercati altrove: nello stile, ad esempio, oltreche' nel manifesto trasgressivo e vagamente decadente di cui il film diretto da Dennis Hopper si fa carico dall'inizio alla fine. Easy Rider, analizzato da una mente lucida e razionale, si rivela essere il calvario di due motociclisti in cerca della liberta', una liberta' accompagnata (e' il 1969, in fin dei conti) da fittissime utopie che poi si dimostreranno irrealizzabili a causa di una societa' eccessivamente perbenista e tradita da vergognose forme di pregiudizio. Il ritmo e' incostante, a tratti balbuziente e scollacciato: si avra', come immagine finale, un prodotto cinematografico incerto, titubante, senza ombra di dubbio ossessionato piu' dal concetto di "trip psichedelico" che dalla consistenza e linearita' nelle trame proposte dai due avventurosi registi. Appare quindi sin troppo chiaro che lo scopo principale di Dennis Hopper (il vero ideatore e propugnatore di questo coraggiosissimo atto d'amore verso la liberta' intesa nel senso piu' estremo del termine) non e' nell'essenza bensi' nella forma della sua pellicola: poco importa se il filo conduttore non viene quasi mai compiutamente focalizzato: il fulcro ed ideale epicentro di Easy Rider e' la spiazzante iconografia del drammatico esistenzialismo hippie di Wyatt e Billy, vincolati fraternamente ed all’unisono diretti verso la Terra Promessa, un luogo di pace dove la speranza non muore mai ed all’interno del quale i nostri due ambasciatori della pace potranno coltivare in piena autonomia i loro “sconvolgenti” ideali. Si tratta di una lunga, sofferta battaglia contro il bieco, assurdo puritanesimo imperante in un’America gia’ sperimentante i primi vagiti di uno smarrimento di valori in parte dovuto anche alla difficilissima, precaria situazione politica diretta conseguenza delle costantemente crescenti morti di migliaia di giovani in Vietnam. Easy Rider viene “vomitato” sullo spettatore con la stessa veemenza di un’assordante protesta in marcia lungo strade macchiate di sangue e lacrimogeni, ma non solo: Easy Rider ha imposto per la prima e unica volta il “bikers/motorcycle movie”, ovvero “The Hardley Davidson Movie” par excellence. Peter Fonda e Dennis Hopper sono due motociclisti in rotta di collisione con la gente comune incontrata lungo il loro tortuoso, drammatico percorso: l’indifferenza, quando non la rabbia cieca di un popolo ignorante e stolto, e’ solita scagliarsi sui due inossidabili bikers come se si trattasse di untori portatori di peste, morte e malattia.
La conclusione e’ quanto di piu’ amaro si possa vedere al Cinema: un sogno a lungo accarezzato, a tratti tenacemente inseguito, ora trucidamente spezzato, ucciso, annichilito: cosi’ come vengono trucidati ed annichiliti Billy e Wyatt: una morte “on the road” che chiude definitivamente il cerchio di una vita alla rincorsa di ideali frustrati, terribilmente stuprati dalle ideologie troppo comuni di un popolo troppo comune.

Le due moto vanno in fiamme, ma e’ una tutta generazione che, istantaneamente, brucia, alle porte di un decennio incerto e politicamente, socialmente ancora piu’ instabile del precedente: muoiono gli anni ’60, morte legittimata dall’assassinio del nero Meredith Hunter durante l’infausto concerto dei Rolling Stones all’Altamont Speedway, il 6 Dicembre 1969 (durante l’esecuzione di Under My Thumb e non di Sympathy for the Devil, come molti, oramai tutti, credono…).
Se Woodstock aveva rappresentato il punto piu’ alto (ma al contempo definitivo ed irripetibile) della filosofia hippie, Easy Rider, prima, ed Altamont poi, ne avrebbero decretato la parabola discendente e conseguente simbolico decesso.
Infine, la tanto decantata colonna sonora: una colonna sonora riuscita a meta’: a parte l’irruento, memorabilissimo trittico iniziale (The Pusher e Born to be Wild degli Steppenwolf e The Weight della Band ma stupendamente coverizzata dai misconosciuti SMITH) e THE BALLAD OF EASY RIDER (ROGER McGUINN) e IF SIX WAS NINE (JIMI HENDRIX EXPERIENCE), il resto, se non accompagnato dalle immagini del film, appare pesantemente fiacco e per nulla raccomandabile: bozzetti senz’anima per composizioni mediocri lontane anni-luce dalle sopra-menzionate tracce, soprattutto in considerazione del fatto che, se potevano solo vagamente funzionare nel contesto (“caldo” e rivoluzionario, provocatorio) dell’opera di Dennis Hopper, oggi tali scelte musicali apparirebbero ultra-datate e, francamente, difficilmente digeribili.
Attestato cio’, ora potro’ fare un sano salto indietro nel tempo, al fine di ricongiungermi al contenuto, sofferto romanticismo di Rick Blaine / Humphrey Bogart ed alla sua impossibile storia d’amore con la magnetica, inarrivabile Ilsa Lund Slaszlo / Ingrid Bergman, in un noto nightclub marocchino…. E… per chiunque non l’abbia ancora capito, l’anno era il 1942 e la pellicola (implicitamente citata) una certa… “CASABLANCA”…
In fondo… romantico io son…

© 2004 Alan Tasselli - per gentile concessione dell'autore

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