
leggi l' articolo Takeshi Kitano, il samurai del cinema giapponese" un ritratto del regista e della sua opera, tratto dal magazine 6 Bears (in francese) visita il sito ufficiale del Sundance Film Festival | Un vecchio film di Takeshi Kitano, ora nelle sale italiane, visto e recensito da Marco Ferrari e Giancarlo Cesi:
SONATINE (id), regia
di Takeshi Kitano, con Takeshi Kitano, Aya Kokumai, Tetsu
Watanabe, Masanobu Katsumura; sceneggiatura: Takeshi Kitano;
produzione: Giappone, 1993; distribuzione: Lucky Red;
commento: ***
La violenza come unica forma di comunicazione. Canale primario
e unico attraverso il quale veicolare azioni, stati d'animo, atteggiamenti
e sentimenti. In un mondo in cui il nulla regna sovrano, la totale
assenza di qualsiasi valore offre all'atto violento la possibilità
di un riscontro esistenziale, attraverso la distruzione, che riempia
il vuoto assoluto in cui si dibattono i personaggi. Ma anche la
violenza è un palliativo di breve termine e l'uomo si ritrova
presto solo e sconfitto dalla vita. E' questo il tema portante di
Sonatine, primo lungometraggio di Takeshi Kitano (Hana
Bi, L'estate di Kikujiro), distribuito solo ora in seguito all'affermarsi
su scala internazionale del regista nipponico. La storia, come negli
altri film di Kitano, è praticamente un pretesto. Alcuni
uomini della yakuza ricevono l'incarico di recarsi a Okinawa per
porre fine a una guerra tra bande e si trovano invischiati in un
intreccio di complotti indecifrabile. L'attesa su una spiaggia baciata
dal sole nell'attesa che le acque si calmino sembrerebbe la soluzione
migliore, tuttavia... Kitano sviluppa tematiche - la violenza fine
a se stessa, la solitudine, l'incomunicabilità - poi esplose
nelle sue opere successive, attraverso architetture registiche -
lunghi silenzi, piani sequenza, muti primi piani espressivi - cari
a un certo cinema giapponese.
Osannato dalla critica di tutto il mondo come il nuovo maestro del
cinema nipponico, in Kitano si ritrovano riferimenti e citazioni
che rimandano a Kumai, Kurosawa, Ichikawa, con la variante dell'
introduzione dell'elemento "pulp". Sorge tuttavia spontanea
una domanda: c'era veramente bisogno di questo cinema?
© Marco Ferrari - per gentile concessione dell'autore La violenza come dimensione esistenziale preponderante; quotidiano linguaggio che diventa, soprattutto, inviolabile prigione comunicativa e per questo si trasforma in un'autentica metaviolenza; essa, in un'ambivalenza paradossale, vive e si alimenta nel parallelismo di una regressione infantile; l'intersezione che ne deriva costruisce il segreto dentro cui annaspa, verticale, una coscienza incosciente che sembra potersi risolvere nella cessazione fisica di una paura che forse ne è l'anima più densa. L'ilare sorriso e il divertimento infantile sono, così, gli altereghi distanti eppure simbiotici della marmorea indifferenza dell'omicidio, ed in essi si fonde la tremante, e in qualche modo primitiva, paura celata dentro la quale navigano i caduchi e musicali personaggi di "Sonatine". © Giancarlo Cesi - per gentile concessione dell'autore drive index | cinema | archivio recensioni
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