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Soft Machine: discografia
1968 Volume One (One Way)
1969 Volume Two (One Way)
1970 Third (Columbia)
1971 Fourth (One Way)
1972 Fifth (One Way)
1973 Six (One Way)
1974 Seven (One Way)
1975 Bundles (See for Miles)
1976 Softs (See for Miles)
1976 Rubber Riff (De Wolfe)
1978 Alive & Well: Recorded in Paris (See for Miles)
1981 The Land of Cockayne (One Way)
1988 Live at the Proms 1970 (Reckless)
1993 BBC Radio 1 Live (ROIR)
1994 BBC Radio 1 Live, Vol. 2 (Windsong)
1995 Live in France (One Way)
1995 Live at the Paradiso 1969 (Voiceprint)
1996 Spaced Cuneiform
1998 Virtually (Cuneiform)
1998 Live 1970 (Blueprint)
2000 Noisette [live] (Cuneiform)
2002 Backwards (Cuneiform)
2002 Facelift (Voiceprint)
Hulloder,
the Soft Machine Pages, sito dedicato alla band con discografia
e testi
discografia
dettagliata
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to Soft Machine
Soft
Machine e Pink Floyd
Calyx:
un sito dedicato alla scuola di Canterbury
|
E'
il 1970 e il rock si permette di essere anche anti-commerciale,
proponendosi audacemente come miscela musicale no-limit,
all'interno della quale opereranno musicisti di estrazione prevalentemente
jazz ma dalla concezione (e dalle ambizioni) artistiche assai spregiudicate
e incuranti dei rigidi standards dell'epoca.
Tutto ha inizio intorno ai primi anni '60: uno stuolo di innovativi
musicisti si ritrovano regolarmente in clubs e pubs
della loro citta', Canterbury, onde formare i primi complessi che,
tempo qualche anno di febbrile, incessante attivita', diverranno
noti come gli illustri esponenti del Canterbury Sound,
la "Scuola di Canterbury".
A farne parte sono eccentrici quanto inusuali personaggi: Kevin
Ayers, Robert Wyatt, Elton Dean,
Mike Ratledge, che nel 1968 costituiranno
il primo embrione del progetto Soft Machine. A
loro, precedentemente, si era unito uno stravagante, enigmatico
personaggio di nome David Aellen, futuro fondatore
di uno dei complessi piu' "improbabili" (qui "improbabile"
ha un'accezione del tutto positiva) e "strambi" che la
Storia del Rock ricordi, i Gong: si trattava di
un combo dominato dalla personalita' folle e stralunatissima del
loro leader, fedelmente coadiuvato, compensato dalla chitarra
space-rock estremamente inventiva (ricca di colori ed eccentriche
sfumature) di Steve Hillage; essi composero e portarono
alla luce la trilogia piu' erratica, cerebrale e forse anti-istituzionale
di sempre, solchi di alchimie inascoltabili, per mezzo delle quali
venivano "vomitati" sull'esterefatto ascoltatore di turno
(magari solo di passaggio)autentici sketches semi-demenziali
sui quali si stagliavano, facendo da contrappunto, brevi frasi melodiche
decostrutturate, apparentemente "figlie" di un processo
illogico dominato da menti alquanto "deviate", "malate
di psichedelia" ed agghiacciante, debordante e incontrollabile
cerebralita'.
Musica dai caratteri spesso volutamente incomprensibili, totalmente
anti-commerciale e destinata a un pubblico di severa èlite
intellettualoide-schizo-anarchica. D'altronde nessuno avrebbe dubitato
allora della latente, ingombrante anarchia di un personaggio assoluto
come David Aellen, perfino rifiutato in madrepatria
a causa dei suoi gesti di destabilizzante pazzia (e rifugiatosi
in Francia, che divenne presto la sua "seconda casa"),
uniti ad un carisma del tutto anti-dogmatico che certo il Sistema
britannico allora poco gradiva (e poco era disposto a comprendere).
I Soft Machine incidono il loro primo LP intitolato
semplicemente Volume One nel 1968.
Subito vengono tracciate le coordinate musicali imposte prevalentemente
da Ayers, Wyatt e Ratledge, i principali compositori: una eccitante,
del tutto "anti-pop-rockistica" commistione di melodie
e "contro-melodie" (talvolta autentici rigurgiti e allucinate
trovate, incastrate alla perfezione lungo i solchi del disco), per
mezzo delle quali l'estrazione jazz dei musicisti e' "palpabile"
ma mai fastidiosamente pomposa o particolarmente auto-indulgente;
occorre valutare attentamente l'anno di pubblicazione di questa
prima opera canterburiana: era il 1968, un anno di febbrili contestazioni,
un periodo convulso e denso di pathos emotivo, drammatico nel suo
evolversi e capace di calamitare attorno a sè l'attenzione
di un mondo sconvolto, "struprato" dalle migliaia di vittime
lasciate dalla guerra del Vietnam.
In un simile contesto appare del tutto anarchica, quanto follemente
anacronistica la scelta di esibire un simile articolato (e per nulla
pop o rock) ensemble di allucinata ma
contagiosa anarchia; in breve, Volume One dei Soft
Machine rappresenta un'inedita, riuscita antitesi alla
drammatica, mal accettata realta' in cui i giovani di allora erano
costretti a imbattersi.
E il concetto di "felice anarchia" da me sovraesposto
non potrebbe risultare piu' adatto, in quanto progenitrice e comune
denominatore di una scuola, e di un'armonia concepita attraverso
un lungo, intenso (e spesso travagliato) laboratorio di idee, idee
che subivano un piu' o meno costante flusso creativo da parte di
geniali musicisti impavidi e solitari, del tutto disinteressati
verso il principio di successo e relativa vendita di dischi cosi'
canonico e sfruttato all'interno dell'establishment rockistico.
Wyatt e compagni non registravano dischi per intascare soldi, casomai
producevano con l'intento di sperimentare pedissequamente, non importa
se cio' avrebbe potuto comportare alla loro musica l'etichetta di
"incomprensibile anacronismo".
Il progetto Soft Machine era l'equivalente di un
immenso porto dove un artista succedeva all'altro, senza soluzione
di continuita'; l'unico, attestabile comune denominatore, ovvero
un collante che facesse da trait-d'-union fra i singoli
musicanti, era il principio di folle genialita' anarchica-intellettuale
che verra' (in alcuni casi) disordinatamente sperperata lungo il
corso dei loro numerosi album.
Soft Machine - Third, edito nel 1970, viene considerato
unanimemente il vertice assoluto della "macchina soffice",
con un Wyatt assolutamente debordante in Moon In June,
un superbo tocco di melodia stralunata e dall'indole satirica, sulla
quale svetta la dimessa, sottile ma al contempo rauca e colma di
serio drammaticismo affascinante vocalita' di questo grande alchimista
del XX° secolo.
Ratledge compensa l'ego psichedelico e sferzante di Wyatt con una
mistura di jazz-fusion dai tratti fortemente ipnotici (facendo
uso di tastiere reiteranti all'infinito sequenze musicali, alcune
delle quali ottenute tramite tape-loop-effects), conferendo
squarci di grande cerebralita' alle quali si sovrappone/contrappone
Hopper con la sua Facelift, composizione farraginosa,
ricca di cambi di direzione e numerosi, dissimilari segmenti tecnico-armonici.
Dato non da sottovalutare e' anche la capacita' (nonche' l'intelligenza)
dei tre musicisti nel non voler eccedere in auto-indulgenza (come
purtroppo accadra' alla larga parte del movimento progressive
intorno alla meta' degli anni '70), trappola fin troppo comune quando
si ci si avventa nel concepimento di un progetto minato da troppa
ambizione e reso cieco da una ricerca confusa e spesso, pateticamente
e inutilmente, fine a se stessa. Quello stesso eccesso di ricerca
e (ancor piu' grave) di auto-indulgenza che, in seguito, avrebbero
impietosamente decretato la morte di tutto l'establishment
rockistico.
©
Alan Tasselli 2002 - per gentile concessione dell'autore
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