INTERVISTE
PASSAGGIO IN INDIA. INTERVISTA A WILLY SCHWARZ...
...Un musicista forse sconosciuto ai più, ma che in questi anni ha contribuito molto agli sviluppi della scena jazzistica americana. Un interprete eclettico capace di suonare bluegrass, country, kletzmer ma anche raga indiani...
Se il rock and roll è stato il simbolo degli anni sessanta, il punk degli anni Settanta e l'elettronica degli anni Ottanta, la grossa testa di ponte fra i Novanta e il 2000 è stata la musica etnica. Musica etnica che è stata rilanciata nel mondo da magnati- produttori-musicisti come Peter Gabriel e i Chieftains e che ha messo in luce nel tempo stelle come Goran Bregovich, Cheb Khaled, Noa, Anjelique Kidjo, Youssou N'Dour, Madredeus, Compay Secundo, Salif Keita, etc. Proprio al centro di questo movimento di rinascita della musica elementare e popolare si è mosso in questi anni un artista italo-americano come Willy Schwarz. Un musicista forse sconosciuto ai più ma che in questi anni ha contribuito molto agli sviluppi della scena jazzistica americana. Un interprete eclettico capace di suonare bluegrass, country, kletzmer ma anche raga indiani e che in questi anni ha affiancato artisti come Leon Russell, Greg Cohen, Dave Brubeck, Tom Waits (che l'ha coinvolto in prima persona per il suo capolavoro Big Time), intrepidi rockers comeIggy Pop & Stooges e gli MC 5 o artisti etnici come Ashish Khaan e Subramaniam. La recente pubblicazione dell'eccellente disco di debutto Live for the moment (Clearspot), che esplora in maniera inconsueta l'universo della musica indiana mediandola con alcuni standards tipici della cultura americana, ci offre l'occasione per raccontarvi in questa breve intervista un po' della vita artistica di questo bizzarro suonatore.

Ciao Willie, puoi raccontarci in breve la tua carriera? Praticamente ho fatto tutto quello che si può fare come musicista in America. Ho iniziato a suonare a 13 anni con mia mamma che mi rappresentava come manager e ho continuato ad esibirmi in un folk trio con altri due ragazzi fino al 1963, facendo serate ovunque. Partecipavamo a convegni e folk festival, tenevamo concerti nei locali ma anche nei licei. Sono sempre stato molto eclettico per natura, d'altra parte mio padre era di origine milanese mentre mia mamma veniva da Berlino. Ho subito vari influssi musicali: american folk blues, hillbilly, jazz, musica etnica. Quando mi sono ribellato ai miei genitori sono andato per un certo periodo in India con la mia prima moglie, avevo appena vent'anni. Siamo partiti in nave da Brooklin a Bombay (lo stretto di Suez era ancora chiuso) e quindi il viaggio era particolarmente lungo e complicato. E' stato un viaggio affascinante che ci ha portato a contatto con un altro mondo. Ho cominciato a studiare la lingua indiana sulla nave, mi sedevo assieme agli ufficiali di bordo e chiaccheravo a lungo con loro. In quel momento "BOOOM" mi è cambiata la vita, mi si sono aperti gli occhi. Arrivato in India ho cominciato a studiare con alcuni maestri indiani: Suprabhat Pal, Manugi Mahraj, e altri. Sono artisti molto famosi laggiù, ma sconosciuti da noi in America, così come in Europa. Erano insegnanti di musica da almeno dieci generazioni e si dedicavano con passione alla musica classica indiana. Una musica molto colta, che si è molto sviluppata con il passare dei secoli, le cui melodie sono sovente cantate e, anzi, alla cui base sta proprio il canto. Gli strumenti non sono che una imitazione della voce e di questo gli indiani sono ben consapevoli. Nella musica occidentale si è ideata la dicitura cantabile, come se la musica di per se stessa prescindesse dal canto, in realtà in India la musica è sempre e unicamente a imitazione della voce. Alcune delle canzoni del mio ultimo disco, Live for the Moment, sono nate proprio in quel periodo di permanenza in India (Lila lila risale al 1973). Ho fatto tre lunghi viaggi nel cuore di quel paese asiatico negli anni Settanta e l'India mi è rimasta nel cuore finchè non ho scoperto la musica ebraica... non so adesso quale sarà la mia prossima epifania personale... E' incredibile: stavo in India a imparare la musica etnica locale e poi magari qualche mese dopo mi catapultavo in America a suonare bluegrass con il banjo.

Quali sono i musicisti che ti hanno maggiormente influenzato in questi anni? Leadbelly, un nero della Louisiana che aveva nel cuore il blues; Ravi Shankar, il grande maestro della musica indiana e un virtuoso della musica ebraica come Pinchik.

Perch„ hai realizzato un disco così particolare come Live for the moment, interamente filtrato attraverso la musica indiana? Mi piaceva l'idea di interpretare dei raga indiani che potessero avere contemporaneamente ritmi kletzmer o country o cajun. Il mio primo punto di ispirazione è stato il raga indiano sul quale ho poi inserito parole americane. Si può dire che ho fatto un piccolo esperimento, non sono sono così pretenzioso da sostenere che stavo cercando di tradurre la musica in un linguaggio universale.

Cosa credi che possa dare in più l'India ai musicisti occidentali, europei o americani? Già nel passato i Beatles, i Led Zeppelin, o anche Alanis Morrissette hanno filtrato le loro ispirazioni proprio attraverso i sentimenti di quel paese... In realtà alcuni musicisti si sono serviti della musica indiana ma senza approfondirla. Ad esempio Brian Jones suona il sitar in Paint It black ma si tratta più di un sapore che di un recupero della tradizione. Ho molto apprezzato invece il progetto di Wonderwall Music, portato avanti negli anni da George Harrison. Uscì un film con quel
...L'India è un paese ricchissimo dal punto di vista culturale e spirituale e questa sua ricchezza non può che contagiare chiunque ne entri in contatto...
titolo che mi colpì molto, più per la musica che per le immagini. Decisi quindi di andare a trovare il musicista indiano che l'aveva realizzata: Ashish Khaan. Ho iniziato a studiare con lui e penso che l'anno prossimo realizzeremo proprio qualcosa insieme. L'India è un paese ricchissimo dal punto di vista culturale e spirituale e questa sua ricchezza non può che contagiare chiunque ne entri in contatto. In Occidente abbiamo purtroppo perso molti elementi naturali e basici della nostra esistenza. In un canzone, Minstrel Man, parlo della scomparsa della tradizioni. L'ho scritta in Nepal dove ho scoperto che l'anno prossimo arriverà la televisione. Poco a poco spariranno i loro musicisti tradizionali e il mantenimento dei dialetti potrebbe diventare un¹utopia...

Cosa ne pensi del lavoro svolto sulla etno-music in questi anni da Peter Gabriel? Ho molto rispetto per quello che ha fatto. Appena ho visto L'ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese sono rimasto folgorato dal film ma, soprattutto, dalla musica, tanto che mi sono sentito in dovere di rivederlo subito. Sulla nave, andando in India, ho letto il libro di Kasanzavis al quale si era ispirato Scorsese per la sua pellicola e devo dire che è una storia che non può che toccarti nel profondo. Conosco alcuni dei musicisti con i quali ha composto la colonna sonora Peter Gabriel e sono stato in particolare in tourneé con Subramaniam. E' simpaticissimo.

Per il cantato del tuo disco ti sei ispirato a qualche cantante in particolare? Qua e là mi hai ricordato il modo scanzonato di interpretare i pezzi di Tom Waits... In particolare questa influenza che tu hai rilevato emerge in un paio di canzoni. In una di esse sono un po' il Jeremiah della situazione, un profeta o, sarebbe meglio dire, un uomo della strada che canta tutte le cattiverie del mondo in maniera arrabbiata e chiede a Dio il perché di tante miserie... Forse assomiglio un po' nel cantato a Waits perch„ sembra che canti come un orso o come uno che ha un forte raffreddore... Pensa che anche per gli americani è difficile il linguaggio di Tom, è molto idiomatico (è legato a certi suoni ed immagini più che agli specifici concetti). C'è gente che impazzisce quando lo sente parlare, si scervella, non riesce a capire il senso delle sue parole, pensa che si serva di un linguaggio finto.

Come è stato lavorare con Tom Waits in un'opera fondamentale come Big Time? Durante la lavorazione del disco e della tourneé Tom ha trattato con squisita gentilezza e pazienza tutti noi musicisti coinvolti. Ma sono consapevole che sia un artista che può cambiare mood all'improvviso, è molto volubile. Quando facevamo le prove con lui era molto concreto, diretto e ci stimolava e pungolava continuamente. Ripeteva spesso "voglio che suoniate come se foste dei cani morti sotto un ponte". Credo che nessuna immagine potesse essere più chiara di quella per stimolarci nella ricerca di un certo sound.

Quali altre celebri collaborazioni del tuo passato ricordi? Ho suonato in tourneé e in disco con Mimmo Locasciulli assieme a Greg Cohen. Mimmo voleva assolutamente cercare di riappropriarsi di certe atmosfere tipiche di Tom Waits e quindi ha deciso di suonare con i musicisti che lo avevano accompagnato in un certo periodo della sua carriera. Inoltre, ho registrato pezzi con Leon Russell, con un cantante e attore ebraico come Theodore Bikel (forse te lo ricordi ne La regina d'Africa dove interpretava la parte del nazista), con Michael Brecker, con Iggy and Stooges, con gli MC5.

Perché in un tuo pezzo come Saturday hai inserito alcuni versi in italiano? Inoltre sempre in quella canzone mi æ sembrato di riconoscere la sezione orchestrale della colonna sonora di un film... La mia famiglia è di origine milanese e spesso ho soggiornato in Italia a casa di parenti e amici. La frase che ripeto più volte è 'Dolce far niente', una frase che usava spesso
...Spesso qualcuno non ci crede che io abbia partecipato a quel progetto di Tom Waits. Io rispondo sempre che ero quello con il fez e allora la gente si ricorda di avermi visto...
mia mamma. Per quanto riguarda l'arrangiamento degli archi è vero: sembra la colonna sonora di un film, il commento sonoro di uno show di Broadway che sottolinea il momento di incontro di una coppia. Ha la stessa cantilena sonora di un'abanera, un ritmo molto usato da Bizet nella sua Carmen e che oggi è quasi scomparso. Ho scritto questo pezzo a Bonassola, in Liguria, e quindi è probabile che io sia rimasto influenzato dall'ambiente che mi circondava.

Come mai hai impiegato così tanto per produrre un primo album solista? Il tempo non era giusto, non ero pronto. Come un buon vino ci vuole il tempo giusto perchè si possa berlo. Nel frattempo ho fatto tanti lavori che mi hanno arricchito.

Guardando una tua foto sul disco mi sei sembrato un insolito personaggio, un po' Groucho Marx e un po' Al Jankovich... Sono contento di questo tuo paragone. La foto a cui fai riferimento (nella quale io mi tappo le orecchie circondato dagli altri musicisti) è stata scattata sul tetto dello studio di registrazioe su suggerimento di Warren Senders. Mentre l'altra immagine in cui porto il fez mentre stringo la fisarmonica e ho una scimmia sulla spalla è stata realizzata durante la tourneé di Big Time. Spesso qualcuno non ci crede che io abbia partecipato a quel progetto di Tom Waits. Io rispondo sempre che ero quello con il fez e allora la gente si ricorda di avermi visto.

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