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Riproduciamo per gentile concessione di Aliberti editore il primo capitolo del volume Il paese senza cielo, di Giorgio Scerbanenco

CAPITOLO I: UNA SCUOLA NEL 2000


Elio discese in fretta le scale che lo portavano nel sotterraneo della metropolitana. Con lui discese una folla varia e silenziosa di uomini, di ragazze, di donne. Sulla panchina d’attesa, l’orologio sonoro scandiva l’ora regolarmente e con voce gradevole. Le 7 e 46. Le 7 e 47…
La metropolitana arrivò preannunciata da un tinnire di campanelli. Nel vagone si aprì una vastissima porta, la folla che attendeva si riversò dentro ordinatamente, mentre da un’altra porta scendevano molti passeggeri.
Con un leggero sibilo la metropolitana ripartì. Elio aggrappato a una maniglia ascoltava col cuore in tumulto lo scandire preciso e ritmico dell’orologio sonoro: "7 e 50".
Doveva essere a scuola alle 8 meno 5, doveva sostenere un esame penoso di storia, e alle 8 meno 9 era ancora nella metropolitana…E aveva appena ascoltato distrattamente il disco della lezione di botanica!
Si guardò in giro per svagare un po’ la mente. C’erano i soliti uomini in tuta azzurra, gli elegantoni con la tuta di seta. I vecchi portavano ancora i capelli sul capo, come si usava tanti, tanti anni prima, e i giovani invece, erano tutti rasi.
"Stazione 15" scandì l’avvisatore automatico. Il ragazzo trasalì: la sua stazione. Discese dal vagone, salì i pochi gradini che conducevano al livello stradale e dopo mezzo minuto di corsa, si trovava davanti al palazzo della scuola serale. Proprio mentre stava per entrare, un signore che indossava una tuta chiara, elegantissima, e che aveva i capelli interamente rasi, lo urtò malamente.
- Scusa ragazzo - gli disse con fare gentile, curvando il suo viso dagli occhi chiari, cordiali, su quelli del ragazzo ancora rosso per la corsa fatta.
- Nulla, signore - rispose Elio cortesemente e gli sorrise.
L’altro lo guardò ancora un momento poi si allontanò.
Elio, appena libero, entrò come un razzo nell’ascensore. Le 7 e 56! Un minuto di ritardo!
Purtroppo ormai era fatta. Quando arrivò nel corridoio, dove, in un lato si apriva la porta che conduceva nell’aula, vide la lampadina rossa, accendersi e spegnersi ad intervalli: segnale che non si sarebbe potuto entrare fino alla fine della prima lezione.
Si accasciò sul sedile di gomma, con un sospiro di tristezza. Quel minuto di ritardo significava un voto di biasimo. Lui che non aveva mai avuto un voto di biasimo! Che peccato.
D’un tratto dal fondo del corridoio, si udì una voce allegra, giovanile, canticchiare un inno studentesco, e poco dopo apparve una tuta lunga, inverosimilmente lunga, e dentro la tuta, un ragazzo ancora più lungo dai grandi occhi sempre spalancati.
- Naldo! - gridò Elio, quasi rincuorato, vedendo il suo compagno di scuola.
Naldo era quello che arrivava sempre in ritardo, quello che senza bisogno di ascoltare mai un disco didattico, sapeva tutte le lezioni, faceva tutti i compiti, passava tutti gli esami.
- Piccolo mio! - disse Naldo burlesco, accomodandosi il garofano bianco che per bizzarria, portava immancabilmente sulla tutta di seta nera. - Hai fatto tardi anche tu?
- Come vedi…- disse Elio serio.
- Sei capace di piangere per questo, no? - disse Naldo odorando il suo garofano.
- Piangere no. Ma mi dispiace - affermò Elio. - Non ho mai fatto tardi... - E guardava mestamente la lampadina rossa che si accendeva e si spegneva ironicamente.
- E non sai una parola del tuo esame di botanica, vero? - Continuò Naldo passeggiando avanti e indietro, come un serio uomo d’affari, per il lungo e deserto corridoio.
- Neppure una parola - ripeté Elio fissandolo.
- Oh, piccolo mio - disse Naldo e sorrise, - forse posso accomodare tutto io. Il tuo professore fu molto amico di papà…
Si diresse a un quadrante infisso a una parete e schiacciò un bottone.
- Pronto? Aula IV. Professor Saffi.
Sul quadrante, come un piccolo schermo di cinematografo, si disegnò la figura del professor Saffi: l’unico professore in Europa che avesse ancora il coraggio di portare i baffi.
- Buona sera, professore - disse Naldo, davanti al quadrante, mentre Elio lo ascoltava incuriosito.
- Buona sera - rispose seccamente la voce del professore. - Non ho tempo da perdere con te.
- Non si tratta di me - ribatté pronto Naldo, - ma d’un bravo ragazzo che ha sempre studiato, che è sempre stato puntuale e che solo stasera, per un contrattempo, non ha potuto entrare in orario nell’aula.
- Come si chiama questo ragazzo? - domandò la voce.
- Elio. Elio Aprile.
Non s’intese nessuna risposta. Il professore rifletteva. Poi la voce scura di prima disse: - Va bene. Lo farò entrare.
- Grazie. Ma ancora una cosa…- insinuò Naldo.
- Che cosa ancora?
- Per l’unica volta in vita sua, questo ragazzo non ha studiato la sua lezione di botanica, però…
- Però, che cosa?
Però è molto forte in storia. Voi lo dovreste interrogare in storia, se no, sarà bocciato…
Si vide nel quadrante il professor Saffi che sorrideva sotto quei baffi curiosi: - va bene anche questo, - disse, poi il quadrante ritornò buio e Naldo si rivolse ad Elio.
- Hai veduto? - e odorava il suo garofano. – Tutto si accomoda.
Elio lo guardava riconoscente e stupito, non sapendo neppure ringraziarlo.
- Ma come, te ne vai? - gli disse, quando lo vide lungo e ciondolante allontanandosi nel corridoio. - Non vieni a scuola?
- Pfuh! - disse Naldo sbuffando come un annoiato signore. - Questa sera ho già studiato troppo - e scomparve con un sorriso in fondo al corridoio.
L’ESAME EROICO
L’aula, dove Elio poté entrare dopo qualche minuto d’attesa, era un salone circolare senza un banco, senza una lavagna, senza una sedia. Nulla. Sulla parete si leggeva la scritta luminosa: "i ragazzi non hanno bisogno di star seduti".
E infatti i ragazzi, passeggiavano lentamente insieme al professor Saffi che camminava pur esso nel salone, fermandosi a volte per dare qualche spiegazione, o per fare qualche domanda.
Elio si mischiò in mezzo agli altri compagni, ma nessuno di questi fece caso a lui. Quando il professor Saffi spiegava la lezione, era pericolosissimo non prestargli attenzione. Senza dire una parola, egli prendeva il ragazzo disattento per il bavero e lo conduceva fuori dall’aula: - Tornerai quando avrai voglia di studiare - gli diceva.
D’un tratto, mentre tutti i ragazzi lo ascoltavano, il professore si fermò e tacque. Guardava in silenzio i suoi allievi, uno a uno.
Il suo sguardo si fermò su Elio.
- Elio Aprile - disse. – Hai ascoltato quello che dicevo?
- Sì, professore.
- Ebbene, sai quali sono le più grandi invenzioni del nostro tempo?
- Sì - disse Elio che era fortissimo in quella materia. – Le autoradio.
- Che cosa sono le autoradio?
- Sono delle automobili che funzionano per mezzo delle onde radio.
- Quando sono state inventate?
- Nel 1963.
- Da chi?
- Dall’italiano Veltri che aveva continuato gli studi dello scopritore delle radio onde.
- Chi fu questi?
- Guglielmo Marconi.
Tra il professore e l’allievo era nata come una specie di battaglia: il professore faceva delle domande rapide, improvvise e l’allievo rispondeva con la stessa rapidità. Se Elio avesse esitato nel rispondere, avrebbe perduto.
- Qual è la più grande opera d’ingegneria nautica? - incalzò il professore.
- Le isole galleggianti sul Pacifico e sull’Atlantico - rispose Elio dopo un attimo di esitazione.
- Quando sono state costruite?
- Nel 1971.
- Chi ha lanciato il progetto?
- Gli americani Milcox e Yesser.
- Quante ve ne sono in tutto?
- Sette sull’Atlantico e sei sul Pacifico.
Il professore si tirò i baffi nervosamente. Non riusciva a far impappinare quel ragazzo. Decise di prenderlo alle spalle con una domanda insidiosa:
- Che cos’è il recupero del Sahara?
Elio Aprile esitò un momento, confuso. Poi ebbe il coraggio di dire: - Professore, siete in errore. Non si dice "recupero", ma "bonifica". La bonifica del Sahara è una grande opera, per cui quello sconfinato deserto è stato reso fecondo e produttivo.
- Che cosa produce oggi il Sahara?
Il ragazzo rispose con una parola: - Grano.
- Come mai è stata possibile una bonifica grandiosa come questa?
- Perché lo spagnolo Jmerro riuscì a produrre nel 1972 una speciale qualità di grano che cresceva anche nella sabbia, e la sabbia, resa a poco a poco feconda dal grano, divenne terra.
- Che cosa avvenne poi?
- Gli italiani sfruttarono rapidamente questa scoperta, mandando subito nel Sahara un esercito di lavoratori che in nove anni ha bonificato due terzi del deserto.
- V’erano state prima di questa altre bonifiche?
- Sì, Nei tempi eroici vennero bonificate le Paludi Pontine e fu creata Pontinia.
Non ancora convinto, il professor Saffi, domandò a bruciapelo: - Chi è Jordan Duflos? – Ma egli aveva sbagliato credendo di prendere in fallo Elio Aprile. Non aveva ancora terminato di fare la domanda che il ragazzo aveva risposto:
- L’inventore e il costruttore della Squadriglia Automatica.
- Che cos’è la Squadriglia Automatica?
- È un corpo di polizia composto di uomini automatici.
- E come funziona?
- È semplicissimo. Questi uomini automatici spandono intorno a loro una corrente elettrica, che no uccide, ma tramortisce. La polizia rilascia a tutti i cittadini onesti, uno speciale apparecchio che permette di non sentire gli effetti di questa corrente. Agli altri no. Che cosa accade? Di notte e di giorno la Squadriglia Automatica perlustra tutte le vie della città, entra nelle case e nei negozi. I cittadini onesti provvisti dell’apparecchio non sentono l’effetto della corrente elettrica, invece i ladri, gli irregolari, anche a venti metri di distanza, sentono la corrente e cadono a terra tramortiti. Allora gli uomini automatici li raccolgono e li portano in prigione.
- Bene – disse il professor Saffi.
- Ancora una domanda: Chi sono Normandi e Del Fiore?
- Due italiani. Normandi è un chimico che nel 1997 scoprì il gas "Primulino".
- Che cos’è la "Primulina"?
- È un potentissimo purificatore dell’atmosfera. Uccide tutti i microbi dannosi dell’aria e la rende pura come quella di montagna.
- E Del Fiore chi è?
- È il comandante di Guidonia, l’unica Aviocittà del mondo. Egli, insieme a Normandi, il chimico, progettò nel 1999, un sistema per la purificazione razionale dell’aria delle grandi città: il sistema Normandi - Del Fiore.
- Come funziona il sistema Normandi - Del Fiore?
- Una volta la settimana, dall’Aerodromo di Guidonia, il più grande aerodromo del mondo, si leva uno stormo di duemila aeroplani che si dirigono verso le maggiori città. Giunti sulla città gli aeroplani lasciano cadere bombole di Primulina che esplodono a mezz’aria, spandendo il gas che purifica l’aria.
- Perché i cittadini durante questa operazione devono chiudersi in casa, e portare la maschera?
- Perché la Primulina è un gas irritante che può recare qualche disturbo.
Elio Aprile nel rispondere a questa ultima domanda s'era passata una mano sulla fronte sudata. Era stanco, terribilmente stanco, ma aveva vinto. Vedeva che i suoi compagni lo guardavano con ammirazione, capiva che lo avevano ascoltato con piacere. Era tanto contento! E lo fu di più ancora, quando il professor Saffi gli andò vicino e gli battè una mano sulla spalla, affettuosamente, dicendogli: - Bravo ragazzo. Sarai il mio Vice.
Essere "vice" del professore, voleva dire indossare la tuta rossa e interrogare ogni tanto i propri compagni come un maestro. Fu allora che gli allievi del professor Saffi, circondarono Elio gaiamente, gridando: - Viva il nuovo Vice! Viva Elio Aprile!
LA CITTÀ DEPURATA
Quella sera Elio aveva deciso di fare una scappata. Fu per questo che dopo aver indossata la tuta rossa di Vice, si nascose in una saletta della scuola ed attese che venissero le undici.
Quando furono le undici, uscì nella via. Tutto era deserto e silenzioso. Non un passante. Infatti i cittadini si erano ritirati nelle loro case, perché quella sera, una squadriglia di aeroplani avrebbe depurato l’aria con le bombole di Primulina.
Elio non aveva mai potuto assistere a questa operazione, ma quella sera la curiosità era stata più forte di ogni considerazione e si era deciso a rimanere fuori di casa. Camminava con passo lento per le curiose strade della sua città: ai lati delle vie s’elevavano case altissime, senza finestre, con un solo portone ognuna. Nell’interno di ogni casa v’era un grande giardino, ed era all’interno che si affacciavano le finestre sulla vista di alberi alti e di aiuole fiorite. All’esterno la casa era tutto un muro liscio, uguale.
Ogni tanto passava accanto al ragazzo una veloce autoradio silenziosissima. Ogni tanto, ma raramente, un'ombra si disegnava sul pavimento stradale luminoso, che fino da quindici anni prima aveva sostituito ogni altro sistema d’illuminazione cittadina. Quell’ombra era uno degli ultimi passanti che ritornava in fretta a casa.
Le undici e venticinque. Elio, solo in una lunghissima via, scrutava il cielo buio senza una stella. Fra poco la grande operazione sarebbe cominciata… ma egli era anche in ansia per quello che avrebbe pensato sua madre della sua assenza.
"Via – si disse per rassicurarsi. – A mezzanotte sarò a casa... ", e si avvicinava alle vie di casa sua, per fare più presto a ritornare, quando avesse visto abbastanza dello spettacolo che lo incuriosiva.
Le undici e mezzo. Era l’ora fissata.
D’improvviso i pavimenti luminosi cominciarono a spegnersi e ad accendersi ad intermittenza; era il segnale per i cittadini che ancora si trovassero per la via, di mettersi la maschera.
Non occorre dire che Elio con grande divertimento, estrasse dall’interno della sua tuta rossa, la maschera che aveva già preparato e che applicò al viso.
Poi si sentì il caratteristico rombo degli aeroplani, che volavano sulla città. Poi si udì, lontano, lo scoppio della prima bombola di primulina.
Era qualche cosa di molto drammatico: la luce che spegnendosi e accendendosi, lampeggiava sinistramente, il rombo cupo dei velivoli che volavano a bassa quota sulla città, lo scoppio delle bombole di primulina, ora lontano, ora vicino, ora sommesso, ora lacerante, l’odore acre pungente, che nonostante la maschera penetrava un poco nelle nari, tutto ciò, forse avrebbe impaurito un ragazzo qualunque, ma non Elio che con le mani nelle tasche della tuta, il viso coperto dalla maschera, se ne ritornava lentamente a casa, camminando attraverso la nebbia della primulina che a poco a poco si abbassava sulla città.
E gli scoppi si susseguivano senza posa, continuamente, assordando. E l’aria vibrava per il rombo potente degli aeroplani.
Elio si trovava ormai nelle vicinanze di casa sua. Ne aveva visto abbastanza.
Ma quando passò vicino ad un portone, qualcuno lo fermò prendendolo per un braccio. Attraverso gli occhiali della maschera, attraverso la nebbia di primulina, Elio riconobbe l’uomo che lo fermava. Non dal viso, nascosto dalla maschera, ma dall’elegantissima tuta chiara. Era il signore che lo aveva urtato prima, quando stava per andare a scuola.
Prima che Elio avesse potuto dirgli una parola, il signore in tuta chiara, gli applicò all’orecchio un piccolo cornetto che permetteva di parlarvi anche attraverso la maschera e gli diceva con voce chiusa, angosciata:
- Ragazzo, ascoltami. Cerca di comprendermi subito… - le sue parole affannose erano continuamente interrotte dalle raffiche di scoppi. – Ascolta bene! La vita di un uomo onesto, il destino di una grande impresa, sono per un caso, nelle tue mani. Io devo partire subito per Venezia. Subito! Capisci? Senza perdere un minuto! Ma non posso muovermi di qui perché il quartiere è circondato dalla squadriglia automatica, ed io non ho il Selè…
- Ma allora voi siete…
- No, non sono un ladro! Non sono irregolare! – gli rispose l’uomo. – Sono perseguitato dai miei nemici, da persone che tu non conosci, per motivi che tu non sai… ma sono un uomo onesto.
L’accento era sincero. Elio capì troppo chiaramente che egli non mentiva.
Senza riflettere a quello che faceva, così, per un semplice slancio, per un semplice impulso del suo giovane cuore, il ragazzo slacciò la tuta; si levò dal petto il Selè, un minuscolo scatolino, piatto, ovale, e lo porse all’uomo.
- Ecco – disse semplicemente.
L’uomo prese il Selè con un gesto rapido e se lo applicò sul petto.
- Mi chiamo Martesi – gli gridò l’uomo rapidamente. – Strada 201. Ricordati: due, zero, uno. Addio.
Gli strinse con affetto e gratitudine un braccio e sparì in un momento senza dire altro.
Il ragazzo rimase solo. Doveva tornare a casa senza Selè! La cosa lo impensieriva. Lo impauriva. Perché la Squadriglia Automatica era vicina, circondava il quartiere. Scacciando la paura, egli s’avviò risolutamente verso casa fissando bene il pavimento luminoso che ora s’accendeva e ora si spegneva.
Il gas bianco e denso di primulina che era calato nella strada, gli impedì di vedere che verso di lui s’avanzava uno degli uomini meccanici della squadriglia. Gli scoppi laceranti delle bombole non gli permisero di sentire il suo passo pesante e ferrato.
D’un tratto un tremito tremendo lo squassò. Ebbe appena il tempo di gridare: "Mamma…!" che cadde a terra. Privo del Selè neutralizzatore, il raggio elettrico emanato dall’uomo meccanico, lo aveva colpito.
Un momento dopo dalle bianche nubi di gas emerse un automa enorme, con un grosso punto luminoso applicato al viso d’acciaio.
L’automa si chinò sul ragazzo, lo sollevò tra le due braccia, e lentamente sparì tra le sfilacciature di gas.

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