2 giugno 2010
Rock'n'roll Horror: celluloide
e vinile rosso sangue
Se il sound e l'universo lirico-musicale
di gruppi come i Black Sabbath o i Black Widow era pesantemente
influenzato dalle immagini della produzione Hammer degli anni Sessanta e Settanta,
diversa fu la strada percorsa dal connubio rock-cinema dell'orrore negli anni
successivi.
Un cammino che andò di pari passo con l'evolversi e il perfezionarsi
di stili come lo splatter. Le nuove direzioni indicate da La notte dei
morti viventi (1968) di George Romero, la pellicola capostipite
di tutto l'orrore di celluloide contemporaneo, non vennero subito raccolte
dal rock. Bisognò attendere qualche anno, e più precisamente
il 1973, per assistere a una contaminazione più diretta delle immagini
del grande schermo sui gruppi e sulla loro musica.
L'occasione fu offerta da altre due pellicole fondamentali per l'evoluzione
del genere, ovvero Non aprite quella porta, di Tobe Hooper e
L'ultima casa a sinistra di Wes Craven, due opere che lasciarono
una traccia profonda nell'immaginario e nella cultura americana contemporanea.
La loro dimensione ultraviolenta, la carica esplosiva dei loro assunti, l'adozione
della tattica dello shock e la consacrazione dello splatter come cifra
stilistica ed espressiva si riverseranno anche all'interno di moltissime realtà
musicali, oltrepassando spesso non solo la soglia della citazione pura e semplice
(che va dal titolo della canzone all'utilizzo di sample filmici, dialoghi
e rumori, intere sequenze sonore riprodotte sia all'interno del brano sia
usate in funzione di introduzione), ma inglobando le loro suggestioni all'interno
dei testi e delle composizioni stesse.
Saranno soprattutto il thrash e l'hardcore a nutrirsi di queste
immagini.
Un altro referente cinematografico che va tenuto in considerazione è
quello legato alla cultura dei B Movies: dai film teenageriali degli anni
Cinquanta e Sessanta (I Was a Teenage Werewolf
per esempio) alle pellicole «protosplatter» del padrino del
genere, Herschell Gordon Lewis. Un patrimonio culturale che ha lasciato
tracce profonde, assieme all'amore per certo cinema fantastico del passato
(gli anni Trenta e Quaranta), tanto da far sì che alcuni miti dello
schermo come Lon Chaney e Bela Lugosi popolino, come fantasmi adorati, tanto
immaginario rock. Basti pensare a un gruppo come i Fuzztones
di Rudi Protrudi, fermi con il cuore ai mitici Sixties e alla chiave
beat, che continuano a cantare una dimensione mitica del rock'n'roll, non
solo reinterpretando classici del <rock'n'roll horror» più
bizzarro, firmati da capostipiti come John Zacherle o Lord Sutch,
ma anche assorbendo questi stilemi per costruire la loro musica.
La lezione che i Fuzztones ripropongono è quella già
applicata negli anni Sessanta da Bobby «Boris» Pickett
e i suoi Crypt-Kickers, gruppi che avevano modellato il loro intero
repertorio su temi catacombali. Tradizione ripresa, oltre che dalla band di
Protrudi, anche da formazioni come i Mummies, immersi felicemente in
un anacronismo musicale di loro scelta.
Con loro, più che lo splatter degli Hooper o dei Craven, contano
piuttosto le immagini televisive della famiglia Addams o dei «Munsters»,
e tutta la cultura cresciuta intorno alle letture dei famigerati EC Comics
o del più recente Creepy. E una dimensione gioiosa assorbita
anche da gruppi di psychobilly come i Meteors, improntata allo
scherzo e alla nostalgia per quei mitici anni. L'atmosfera, insomma, più
che seghe elettriche e ganci da macellaio, regala all'ascoltatore le zucche
degli innocui party di Halloween, le maratone notturne con i film di
tarda notte e le «matinée» di fantascienza.
Passioni macabre si ritrovano anche in alcune delle realtà migliori
della scena post punk californiana, come i Gun
Club di Jeffrey Lee Pierce, con un'immagine voodoo e la cover
del primo album presa a prestito dal classico White
Zombie. Pierce stesso, dopo lo scioglimento del gruppo ha proseguito
la sua carriera coltivando il suo vecchio amore per il blues più funebre
e, naturalmente, non si possono dimenticare i Cramps,
malati di B movie e di immagini appartenenti a una certa sottocultura.
I tempi e le immagini si fanno più cupi e grevi grazie a certo heavy
metal dei tardi anni Settanta e degli anni Ottanta. Le influenze maggiori
vengono dall'immaginario di autori come Cronenberg, Carpenter, Raimi e dall'«ultragore»
made in Italy di Argento, Fulci e della schiera dei minori. Il carattere indipendente
di certa produzione filmica si è poi legato indissolu-bilmente al carattere
della musica prodotta, a un'immagine del rock da sempre difesa come indipendente
ed estranea alle intrusioni dello show business più sfacciato.
Ecco, quindi, spiegato anche l'amore sviscerato dei musicisti rock per questi
referenti. Pellicole come La casa i e 2 di Sam Raimi hanno ispirato
la pratica dell'eccesso cara a tanti gruppi thrash, mentre pellicole come
Eraserhead o l'infame Nekromantik hanno indicato più
volte la strada al rock rumorista e industriale e al death metal più
morboso. E in questo ambito Clive Barker e la sua opera, di scrittore
prima e di regista poi, ha costituito un esempio da imitare, un modello notevole:
il connubio magistralmente costruito tra carne e metallo che anima la creazione
più famosa dell'autore inglese, i Cenobiti, popola più di una
visione del rock neogotico industriale. In anni più recenti, il thrash
e le sue derivazioni, «death» e «grind», sembrano
prediligere l'archetipo di nuova creazione, quello dello psicopatico e dell'assassino
di massa seriale. I modelli sono rappresentati da pellicole come Manhunter,
oppure l'acclamato Il silenzio degli innocenti (entrambi tratti da
romanzi di Thomas Harris).
Modelli imposti dalla cronaca quotidiana e quindi facili da assimilare e contattare.
Da questo approccio deriva una concezione dell'artwork di copertina che sembra
ispirata dal mondo squallido e degenerato dei famigerati snuff movies
o dal filone di certi brutali film-documentario inaugurato nel 1963 da Mondo
cane di Gualtiero Jacopetti e poi proseguito con i vari Mondo infame
e Le facce della morte. Un esempio che viene perpetrato nelle copertine
degli album di gruppi come gli Unsane, i Naked City (Weegee
docet), i Nurse With Wound tramite un repertorio di immagini
estratte dagli archivi criminali della polizia o dal rullino di un cronista
di cronaca nera (incidenti, morti violente eccetera). I cliché in qualche
modo old style e fumettistici di gruppi come Iron Maiden o Venom
sono stati così ampiamente superati, in nome dell'insegnamento che
«la realtà supera la fantasia». D'altronde l'amore per
lo choc trova nel passato referenti illustri e insospettabili: chi ricorda
più la cover censurata di Yesterday and Today dei Beatles,
dove i quattro baronetti si presentavano nientemeno che in camice bianco da
macellai, con bambole smembrate sulle ginocchia e pezzi di carne sanguinolenta.
Oppure, poco più avanti negli anni, la bellissima cover del celebre
studio Hipgnosis (lo stesso attivo con i Pink Floyd) realizzata peril
terzo album della Edgar Broughton Band, dove un uomo appeso per le
caviglie è allineato a quarti di bue all'interno di un macello? Le
atrocità del presente, le cronache del disastro offerte da giornali
e notiziari tv (guerre, carestie, calamità naturali, rivoluzioni e
massacri) hanno offerto materiale reale dal quale filoni come punk
e hardcore non potevano non trarre spunto, per accoppiare alla violenza
della musica una violenza visuale altrettanto forte.
Non solo i luoghi topici della letteratura e del cinema sono stati esplorati
ma anche questa nuova dimensione del reale: foto scattate negli obitori, immagini
tratte da video di studio e aggiornamento per patologi e chirurghi, autopsie
in diretta (come nel caso di SPK).
Il tutto mescolato a una passione per la produzione italiana a basso costo,
soprattutto i film cannibalici di Joe D'Amato o di Umberto Lenzi.
E gli zombie continuano a occupare una posizione preminente, come grandi
metafore della situazione odierna, archetipi postapocalittici, sia nelle cover
dei dischi sia nei testi. Altri gruppi, come per esempio i Dark Angel
operano invece curiose contaminazioni con elementi derivati dal noir urbano
e dal poliziesco ultraviolento e splatter di autori come James Ellroy,
per offrire una visione dell'orrore metropolitano particolarmente efficace
e aggiornata.
Rock'n'roll horror 2: libri di sangue...
«L'orrore è il rock'n'roll della fiction. L'uno e l'altro
dividono lo stesso tipo di qualità estetiche. Hanno un sacco di energia,
un ritmo definito e la tendenza ad andare fuori dai margini.» CRAIG
SPECTOR
Lo splatter punk è una definizione che, secondo la leggenda,
è stata utilizzata per la prima volta da David J. Schow. Come
scrive Paul Sammon in appendice all'indispensabile antologia-manifesto
Splatterpunks (St. Martin's Press, New York 1990): «Cosa
diavolo è lo splatterpunk? Bene, prima di tutto rimuovete i limiti
che la società e il cosiddetto buon gusto impongono sulla narrativa
fiction. Tutti i limiti. Aggiungete una buona dose di choc, altrettanta di
film sgangherati, televisione notturna e i riff urlanti delle migliori heavy
metal band del mondo. Infine, rimescolate con una forte consapevolezza
della cultura pop». Questi gli ingredienti.
Il risultato è una letteratura estremamente aggressiva, esplicita e
immediata. E la ricetta si adatterebbe benissimo allo stato della musica odierna,
o perlomeno di tante sue propaggini estreme più recenti. Dapprima certo
heavy metal canonico e poi sottogeneri come il post punk e il
thrash, il death e il grindcore hanno attinto dalle medesime
fonti, in primo luogo dalla violenza reale, utilizzando come filtro l'immaginario
mutuato dalla cultura dei film horror, dei B movie, dei fumetti underground
e della televisione, un medium non trascurabile e contenitore di suggestioni
tremendamente potenti. Opere come i Books of Blood di Clive Barker
o il romanzo The Light at the End di Skipp and Spector stanno al moderno
stato dell'orrore letterario, così come Scream Bloody Gore dei
Death o Altars of Madness dei Morbid Angel stanno allo
sviluppo attuale dell'heavy metal. I parallelismi tra cultura letteraria
e cultura musicale, d'altronde, sono più di uno, derivando entrambe
da un milieu culturale e sociale che è in realtà lo stesso.
Le caratteristiche dell'espressione rock, ovvero una trama sonora accompagnata
dalla presenza di un testo sono inevita-bilmente un'operazione letteraria.
Il rock è un linguaggio multimediale, così come lo è
la nuova letteratura orrorifica. Le prime reazioni che lo splatterpunk provoca
sono generalmente improntate alla revulsione e al malessere, ma in realtà
dietro la superficie di queste reazioni si cela ancora una volta un unico
sentimento primario, la paura. Un'emozione che lo splatterpunk stimola
e sovraeccita, proprio come i ritmi esasperati del thrash. E in entrambi
i casi lo scopo è quello di risultare realmente disturbanti e, di conseguenza,
sovversivi nei confronti del pubblico, sia esso formato da lettori o da spettatori
di un concerto. Rovesciare la comune visione delle cose, le regole stabilite,
rivoltare come un guanto le convenzioni e mostrare quello che sta sotto di
esse, nascosto. Minare alle fondamenta le opinioni della gente sul sesso,
sullo status quo sociale, sul concetto della propria morte.
Questi sono gli obiettivi dei due linguaggi.
E come il rock, anche la letteratura splatterpunk fa uso della strategia dell'eccesso
come forma più alta di provocazione, in una sorta di rituale esorcistico
che per condannare è costretto a usare gli stessi strumenti oggetto
della condanna. Come il rock estremo, quindi, anche lo splatterpunk
è animato da una filosofia profondamente nichilista, piena di rabbia
e furore, di frustrazione inespressa, assumendo negli esempi migliori una
valenza politica.
Lo splatterpunk è un sottogenere, così come lo sono il
death, il grindcore o l'hardcore. In questa ottica il termine coniato ingloba
implicazioni di natura più genericamente musicale e filmica: lo «splatter»
è una cifra stilistica inventata o comunque resa istituzionale dal
cinema; «punk» fa riferimento allo stesso spirito che animava
il movimento del '76-77 in Inghilterra e negli Stati Uniti negli anni seguenti.
Come il death e il grind, lo splatterpunk tende a rovesciare le convenzioni
stabilite all'interno dell'orrore come genere cinematografico, soprattutto
certo conservatorismo che ha animato la filosofia produttiva dietro il perpetuarsi
di saghe di personaggi come Jason o Freddy Krueger. È una rivoluzione
all'interno stesso del genere, così come ha fatto e sta facendo il
corrispettivo fantascientifico del genere, ovvero il «cyberpunk»
di William Gibson e degli altri ispiratori del movimento.
Il termine «rock'n'roll horror» venne coniato per la prima volta
per definire il lavoro di autori splatterpunk come John Skipp e Craig
Spector. I due hanno contribuito notevolmente a introdurre nella narrativa
horror moderna elementi mutuati dall'universo rock. In The Scream il duo raggiunge
la vetta ponendo al centro della vicenda un gruppo di heavy metal satanico,
The Scream, che nella fiction del racconto ha realmente stretto
un patto con i demoni e «sacrifica» le proprie vittime. I fan
diventano così agnelli sacrificali in un'estensione del concetto di
rock messianico che attraversa gran parte della storia della cultura e della
musica rock (da Morrison in poi). Alla
band satanica viene opposto un gruppo di heavy metal positivo e, in
mezzo, un predicatore televisivo e i suoi seguaci. Non si basa su una divisione
manicheista di buoni e cattivi.
Con l'ultimo The Bridge, un romanzo di puro orrore ecologico, Skipp
and Spector si spingono più in là. Oltre a nominare i dischi
e i musicisti che li hanno ispirati durante il processo di scrittura, invitano
i lettori a scrivere per ricevere a casa la colonna sonora immaginaria ideale
che potrebbe far da commento alle immagini descritte nel racconto.
Rock e messaggi subliminali, annientamento della personalità e tutte
quelle voci attinte dalla cronaca reale, affiorano anche in The Kill Riff
un romanzo scritto da colui che viene definito il papà del movimento,
ovvero David J. Schow. E' la storia di un padre di famiglia borghese
e conservatore, che decide di sterminare i componenti del gruppo metal, perché
responsabili ai suoi occhi della morte della figlia, calpestata brutalmente
durante un concerto della band. Ma altre suggestioni rock emergono nella sua
opera: il bel racconto presente nell'antologia Shock Rock, curata da
Jeff Gelb, e intitolato Odeed, vede come protagonisti i Gasm,
dei thrasher che scoprono di possedere un enorme potere, quello di sciogliere
letteralmente la platea con la pesantezza della loro musica, e Red Light
che prende a prestito il titolo di una canzone di Siouxsie & the Banshees.
Il rock si offre come spunto anche in romanzi come Crucifax, di Ray
Garton e Ghoul, di Michael Slade, che prende ispirazione
dalla figura e dall'opera di Alice Cooper
(qui in veste di autore dell'introduzione). Fuori dei confini dello splatter
punk si muovono invece Anne Rice e la sua creatura, il vampiro
Lestat, che a contatto con la contemporaneità ricerca
nel ruolo di rock star un canale privilegiato per comunicare con gli umani
e rendere così istituzionale la propria profonda e insanabile diversità.
E ancora Nancy Collins, e la sua saga della vampira punk Sonja Blue,
protagonista di Sunglasses After Dark e di altri due romanzi basati
su un'estetica punk, e allo stesso tempo neoromantica, che avvolge le storie
e i personaggi. L'antologia ShockRock, edita nel 1991 e curata da Jeff
Gelb, fa infine un po' il punto della situazione e offre una galleria
di racconti tutti ispirati dall'immaginario rock, con risultati davvero incoraggianti
e sorprendenti. Miti come Hendrix, Bob Dylan, Janis Joplin, il punk, il metal,
il rock'n'roll primordiale attraversano i vari racconti, firmati da
autori come F. Paul Wilson, Graham Masterton, Ray Garton,
Rex Miller, Stephen King, John Shirley
e Richard Christian Matheson. Nell'introduzione il curatore cita una
lista di gruppi senza la cui ispirazione il libro non sarebbe nato: Beach
Boys, Led Zeppelin, Genesis, Tangerine Dream, AC/DC e alcune delle più
importanti stazioni radio rock statunitensi.
Racconti dove il rock riempie l'atmosfera, costituisce il background,
lo sfondo delle storie, e non si limita a fare da colonna sonora. Un'intrigante
visione per il futuro, quindi, e un'eccellente premessa per ulteriori contaminazioni
tra i due generi espressivi.
«È divertente perché penso che tutti noi, in modi
diversi, stiamo facendo quello che fecero i Sex Pistols e i Dead Kennedys
ai loro tempi.» JOHN SKIPP
Il «re» del rock'n'roll...
Il primo autore a utilizzare il rock come colonna sonora ideale delle proprie
opere è stato indubbiamente il maestro di Bangor, Stephen King.
Ormai la grande passione dello scrittore per il rock è cosa manifesta.
Una passione che lo ha spinto addirittura a rilevare una stazione radio locale
di Bangor, la WZON, in via di fallimento e a diventarne il nuovo proprietario,
organizzando un palinsesto completamente dedicato alla musica rock. E ancora
la scelta degli AC/DC per la colonna sonora del suo debutto alla regia,
Brivido e la decisione di affidare ai Ramones,
uno dei gruppi da lui più amati, la canzone di coda per il film tratto
dal suo Pet Sematary.
In King il rock diventa un altro strumento di lucida metafora,soprattutto
il rock'n'roll e con esso i favolosi anni Cinquanta e
Sessanta, gli anni dell'adolescenza, dei sogni ancora intatti. In L'ombra
dello scorpione l'autore stesso parla per bocca di uno dei suoi personaggi
quando dice: «Sicuro, gli anni Sessanta, quelli sì che erano
tempi: i figli dei fiori, facciamo pulizia con Eugene Mc Carthy. Ridatemi
gli anni Sessanta e gli Ottanta ficcateveli dove dico io». È
un principio questo al quale si ispirano, per esempio, parte di It oppure
Il corpo, dove l'estate mitica che precede il passaggio all'età adulta,
alla crudeltà del reale è segnata dalle canzoni più famose
degli anni Cinquanta, trasmesse da una piccola stazione radio locale. E lo
spettro dei Fabulous Fifties domina, in fondo, fin dalla prima pagina il racconto
di Christine, la cui radio è bloccata per l'eternità
su una frequenza che appartiene al passato, dove l'unica musica trasmessa
è quella di Chuck Berry e degli Everly Brothers. Randall
Flagg, l'Uomo Nero di L'ombra dello scorpione, sembra essere uscito
dalla canzone degli Stones Sympathy for the Devil.
C'è, infine, un grande amore per Bruce Springstcen, alimentato
da una reciproca stima.
La cultura rock dello scrittore non ha limiti coprendo. attraverso una fitta
rete di citazioni (frammenti di testi utilizzati spesso in apertura di capitolo
quasi a fornire un commento sonoro ideale, un prologo a quanto il lettore
assisterà nella lettura), vent'anni di musica, dal rock'n'roll degli
anni Sessanta all'hard rock degli anni Ottanta.
