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ROCK'N'ROLL NOIR: INTRODUZIONE...
"Il rock'n'roll è qui per rimanere",
cantava Danny Rapp con il suo gruppo, i Juniors, nel
1959, "non morirà mai."
In mezzo a scandali per bustarelle e altri guai piuttosto seri che
affliggevano gli Stati Uniti in quell'anno - incluse le morti improvvise
di Buddy Holly e Ritchie Valens in un disastro aereo
- Danny Rapp offriva al suo pubblico qualcosa che assomigliava molto
a una chiamata alle armi, a un inno per un'intera generazione. In
realta si trattava, piu probabilmente, di una "dichiarazione"
di pura fede adolescenziale, un prodotto della cultura dei college,
fatto di innocenza e ardore giovanile, che di una profezia. Ventiquattro
anni più tardi, precisamente nel 1983, l'innocenza se n'era
andata, insieme all'ardore di un tempo e al successo. Il rock'n'roll
era diventato un vecchio scheletrico, seduto, agonizzante, al volante
di una Cadíllac che assomigliava a un bianco sepolcro. Così
Danny Rapp si chiuse nella stanza di un motel in Arizona esi puntò
una pistola alla testa, lasciando una macchia rossa sul muro.
Forse
non ha molto senso soffermarsi sulla tragica ironia che avvolge la
morte di Rapp. Tutto, infatti, sembra così ovvio: il rock'n'roll
aveva reclamato un'altra anima, rivelando una verità talmente
singolare da diventare, nel corso degli anni, un cliché più
che evidente: assieme al sesso e alle droghe, la morte ha caratterizzato
l'essenza del rock'n'roll fin dai suoi albori. È l'elemento
supremo che lega Elvis Presley ai Rolling Stones, e gli Stones ai
Sex Pistols e agli Slayer; La morte
nel rock fa parte, dunque, di una tradizione di lunga durata.
Il bluesman Robert Johnson e il cantante country Hank
Williams, forse le due figure che avrebbero esercitato la maggiore
influenza sul rock'n'roll e sulla sua cultura, non raggiunsero mai
l'età dei trent'anni e morirono entrambi prima che Bill
Haley inventasse il "rock attorno all'orologio".
Anche Elvis Presley, che diede tocchi rifinitori alla mitologia e
si pose. come il Figlio a completare, assieme a Williams e Johnson,
una specie di Trinità musicale, morì piuttosto giovane.
Per questo sorgono spontanei alcuni inquietanti interrogativi: il
rock'n'roll con le sue trappole - l'alcol e le droghe, l'ossessione
dei fan, la vita on the road, la filosofia del "vivi veloce,
muori giovane e lascia un bel cadavere" - contiene nella sua
natura qualcosa di estremamente letale e pericoloso? Oppure la verità
è che molte delle persone attratte dal rock'n'roll possedevano
già una linea della vita molto breve e quindi, qualunque fosse
stata la loro scelta di carriera, erano comunque destinate a una morte
prematura? Forse dovremmo rispondere affermativamente a entrambe le
domande. Dopo quasi mezzo secolo il rock'n'roll assomiglia
a una festa di morte e di morti, un cimitero pieno di lapidi illuminate
dal neon e dai riflettori. È vero: sono morti anche politici,
star del cinema, modelli, piloti, stuntman ma le loro scomparse non
hanno mai offerto quell'agghiacciante atto di sfida non solo alle
limitazioni fisiche ma anche a quelle metafisiche che ha caratterizzato
le morti per rock'n'roll.
Di
fronte a questa constatazione non rimane che tentare di costruire
una sorta di "fenomenologia" della morte rock. Coordinate
per una geografia della morte nel rock...Parlando di Robert
Johnson si è spesso speculato, e talvolta con toni
di assoluta serietà, che il leggendario bluesman avesse stretto
un vero e proprio patto con Satana. Johnson barattò la sua
anima immortale, e questo, in modo davvero molto bizzarro, spiegherebbe
la sua improvvisa e prepotente apparizione come gigante del blues
e la soprannaturale potenza della sua musica. Ma Johnson morì
molto giovane, lasciando soltanto poche dozzine di canzoni. Forse
avrebbe dovuto aspettare la scadenza dei termini, come Jerry Lee
Lewis, oppure trovarsi un buon avvocato, come fece Mick Jagger,
un perfetto conoscitore dei codici in grado di trovare una scappatoia
per eludere il contratto.
Comunque siano andate le cose dedicare la propria vita al rock'n'roll
ha sempre implicato una sorta di consapevolezza "religiosa",
e ha condotto a vite piene di rituale e di mistero. Ecco perché
molli ringraziano Dio sulle copertine dei loro dischi, e tanti altri
sono accusati, invece, di adorare il Maligno. Tuttavia, una cosa è
chiara: il rock'n'roll, fin dai suoi albori, è stato
colpito da annunci di morte e visioni dell'oltretomba. A parte Robert
Johnson, basta considerare una canzone come I'll Never Get
Out of This World Alive di Hank Williams,
e, se questo non è sufficiente, continuare con Mystery Train
di Elvis Presley, I Put a Spell on You di
Screamin' Jay Hawkins, o Great Balls of Fire di Jerry
Lee Lewis.
Questa
bizzarra e ossessiva fascinazione per la morte e il soprannaturale
corre per molto tempo. sotto la superficie, fino ad arrivare al 1968,
quando esplode prepotentemente e con sinistra chiarezza. Da quell'anno
in poi, tutto ciò che un tempo era stato solo accennato diventò
improvvisamente un punto centrale, essenziale e un aspetto distintivo
di molti gruppi e di intere carriere: i Rolling
Stones, i Doors, Iggy Pop, i Velvet Underground e molti
altri.
Nel 1971 gli sconosciuti Buoys entrarono nelle classifiche
statunitensi con Timothy, una canzone che parlava di cannibalismo,
e i Bloodrock si fecero conoscere con DOA, che altro
non era se non la cronaca di uno spaventoso incidente. Qualche anno
più tardi i Sex Pistols seppero trasformare il concetto
di automutilazione (preso a prestito dal maestro Iggy Pop)
in un'arma efficiente e in una dichiarazione di guerra. Nel 1981
le ossessioni di morte di figure come quella di Ian Curtis dei
Joy Division vennero considerate romantiche.
Dieci anni dopo, nel 1991, gli GWAR
iniziarono a mettere in scena il "gore", con spettacoli
di rock teatrale ispirato dallo splatter e dalla violenza.
Tra
morte reale e morte allegorica, vissuta o rappresentata, un'altra
morte, tuttavia, si pone alla nostra attenzione: la molte del rock'n'roll
stesso, periodicamente gridata dai media, sottoposta a riflessioni
colte o pseudocolte da parte della critica e degli stessi musicisti.
Il decesso sembra sia già avvenuto diverse volte: la prima
nel 1959, all'epoca dell'incidente aereo di Buddy Holly;
la seconda intorno al 1970, dopo il fango di Woodstock, con
la tragedia di Altamont e le successive
morti di Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim
Morrison; la terza, e a detta di alcuni, l'ultima, nel 1977,
quando i Sex Pistols e l'intero punk rock non solo dichiararono
morto il rock'n'roll ma ne distrussero anche il cadavere. Sotto certi
punti di vista le prime due "morti" sembrarono eventi abbondantemente
orchestrati dai mass media; la morte del rock'n'roll è sempre
stata una buona notizia, una bella storia drammatica che, guarda caso,
serve gli interessi dell'industria discografica. Quando ii rock'n'roll
morì per la prima volta, a molti sembrò l'oppòrtunità
per rendere più, accettabile quella che, fino ad allora, sembrava
essere diventata una pericolosa, attività giovanile.
Una prospettiva che, unita all'entrata in azione delle varie agenzie
governative, minacciava le vendite e terrorizzava le compagnie discografiche.
Nel momento della sua seconda dipartita, invece, l'occasione fu quella
di spostare l'attenzione dalle canzoni da. radio AM ai pezzi tratti
dagli album sulla nuova generazione delle stazioni FM, il che apriva
un mercato indubbiamente più redditizio di quello precedente.
L'ultima morte del rock'n'roll, invece, avvenne in modo del tutto
silenzioso. Non c'era nulla da guadagnare da parte dell'industria,
così i manager la ignorarono. Ai loro occhi il punk
rock fu quasi un non-evento, un falso allarme, un puntino senza significato.
Nell'anno in cui i Sex Pistols acquistarono fama internazionale, il
1977, Debby Boone e i Fleetwood Mac erano in testa alle classifiche
dei singoli e degli album. Alla fine di quell'anno venne distribuito
nelle sale Saturday Night Fever.
Rock'n'roll
Noir © 2003 Stefano Marzorati |
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