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© Stefano Marzorati 2010

 

Era mio padre (Road to perdition)

regia di Sam Mendes con Tom Hanks, Paul Newman, Stanley Tucci, Jude Law, Tyler Hoechlin; sceneggiatura: David Self, tratta dalla omonima graphic novel di Max Allan Collins; produzione: USA; durata: 120’
recensione di Marco Ferrari

Ingiustamente trascurato da una giuria miope – come spesso capita ai festival – all’ultima edizione della Mostra di Venezia, arriva finalmente sugli schermi uno dei migliori film del genere gangster degli ultimi anni, diretto da Sam Mendes, che conferma il suo talento cinematografico già messo in mostra con American Beauty.
La trama in breve. Nel gelido inverno americano del 1931, Tom Hanks - un duro, per anni al servizio del boss mafioso Paul Newman – in fuga dalla malavita organizzata per proteggere il figlio dodicenne Tyler Hoechlin, cerca contemporaneamente una soluzione per portare a termine la sua vendetta.
Film chiaramente meta-cinematografico – come ormai tutto il genere gangester o western – e quindi ricco di riferimenti e citazioni, “Era mio padre” è un dramma duro e asciutto, che contrappone il cupo paesaggio metropolitano alla campagna americana, ancora permeata da valori, solidarietà e calore umano, per arrivare a un finale in stile elisabettiano.
Tom Hanks, qui nella sua migliore interpretazione, ricorda un Humphrey Bogart d’annata, al quale si contrappone un cast d’eccezione, tra i quali ricordiamo Paul Newman (il vecchio boss crudele e ipocrita), Jude Law (il killer con il vezzo della fotografia) e Stanley Tucci che incarna l’unico personaggio realmente esistito, Frank Nitti, che fu braccio destro di Al Capone.
Una nota infine merita il titolo; mentre l’originale Road to Perdition aveva un senso ambivalente in quanto richiamava sia la strada verso la perdizione – sulla quale sono incamminati i protagonisti – sia la meta del viaggio di padre e figlio, Perdition, appunto dove una zia aveva una casetta in riva al mare, la traduzione italiana perde molto di significato. Il fatto è ancora più curioso se si considera che ormai i distributori lasciano in versione originale una pletora di titoli senza alcuna logica per tradurre – in maniera impropria – quelli più significativi. Ma tant’è.