Ritorno a casa
regia di Manoel de Oliveira, con Catherine Deneuve
, Michel Piccoli, John Malkovich, Antoine Chapey,
Michael Kaplan; distribuzione: Mikado; anno: 2001; Produzione:
Francia
recensione di
Marco Ferrari
Il confine tra il minimalismo e linconsistenza è
sottile, ma significativo. Il novantatreenne maestro portoghese ci ha abituati
a film delicatissimi, come un batter di ciglia o il fluttuare di una piuma,
ma allo stesso tempo densi e consistenti.
Ciò premesso, Ritorno a casa, presentato
con successo di critica e pubblico al Festival di Cannes 2001 è a dir
poco insignificante. Ma cosa voleva dirci De Oliveira?
Voleva parlarci del rapporto di un anziano con la morte e della perdita/distacco
dai propri cari? Poteva avere un senso, vista anche letà del
regista. Ma non è quello il tema del film. Perché una interminabile
sequenza sulle scarpe di Michel Piccoli? Siamo nel minimalismo o nella presa
in giro dello spettatore? E i posti fissi al caffé? De Oliveira voleva
dirci che si è contenti solo nel ritrovare le proprie abitudini?
Ammesso che si resti in sala per tre quarti della pellicola, nellultima
parte cè un miglioramento, quando Piccoli viene coinvolto,
di malavoglia, per sostituire un personaggio ventenne in una riduzione cinematografica
dell' Ulisse di Joyce, grazie anche a un gradevole cameo di John Malkovich.
Certo si evince che la unica, vera difesa contro il mondo, i suoi mali e le
sue aggressioni è la ricerca di un proprio spazio, la compagnia di
se stessi, la voglia di strasene per conto proprio, senza affanni. Un desiderio
apparentemente minore, ma in realtà sovversivo e insopprimibile. Il
bisogno di riposo dallumanità.
Pensiero assolutamente condivisibile e, per metterlo in pratica, la prima
cosa da farsi è senzaltro stare lontani da film fasulli come
questo.
