H.P. Lovecraft
7 Ottobre 2003
In questa rubrica non poteva certo mancare un'articolo retrospettivo sugli
Hp Lovecraft, una band che forse più di altre ha cercato
di celebrare con le proprie canzoni il grande scrittore e poeta di Providence
ma che, allo stesso tempo, ha dato un contributo determinante per la diffusione
di una sensibilità (scusate il termine) dark nell'ambito della
musica rock. Le radici degli HP Lovecraft vanno ricercate a Chicago durante
l'estate 1967: il protagonista principale è George Edwards,
un folksinger di non ben dichiarata fama e dalle velleità "dylaniane"
determinato a formare una propria band, una decisione questa derivata probabilmente
sia dal mancato successo della sua brevissima ed effimera attività
solista che dalle sessions come corista svolte per un rampante gruppo rock-blues
del periodo, gli Shadows of Knight (all'attivo con un disco pubblicato nel
1966 sotto l'etichetta Dunwich). Il primo passo degli HPL riguarda
il singolo Anyway that you Want Me/It's All Over for You, anche se
in realtà questo grazioso 45 giri di beat/pop riguardava solamente
Edwards e il tastierista Dave Michaels; solamente poco dopo, in quella
torrida e memorabile estate del '67 si aggiungevano il chitarrista Tony
Cavallari, il batterista Michael Tegza ed il bassista Jerry
McGeorge, quest'ultimo ex chitarrista degli Shadows of Knight. Il primo
disco, omonimo, degli HPL venne inciso e pubblicato attorno la fine del
'67 ed include una serie di covers estratte dal repertorio di diversi
cantautori, più quattro brani originali della band: gli stili musicali
suonati spaziano dalla ballata folk al jazz mantenendo però
il filo conduttore della psichedelia e di un'attitudine compositiva tipicamente
west coast. Fra le cover spiccano il classico di Dino Valenti,
Let's Get Together, destinata a diventare una specie di inno del movimento
hippie, ed una visionaria e astratta versione di I've Been Wrong
Before di Randy Newman. Fra i validissimi quattro brani originali del
gruppo, The White Ship (derivata da un racconto di Lovecraft) è
il brano più notevole e rappresentativo dell'intero lp: si tratta
di una lunga ballata dall'andamento simile a un bolero, sospesa in un'atmosfera
da sogno barocco, in cui si evidenziano al meglio le volontà di ricerca
del gruppo. HP Lovecraft (la cui chiusura è significativamente
affidata a un canto gregoriano) tuttosommato si può ancora considerare
un disco acerbo per le ambizioni di Edwards, eppure le buone vendite del
disco consentono di intraprendere una serie di date live importanti
insieme a nomi importanti come Pink Floyd, Procol Harum e Jefferson Airplane.
Successivamente alla dipartita di McGeorge a favore del bassista-cantante
Jeff Boyan viene pubblicato nel '68 il secondo e ultimo disco in
studio degli HPL, HP Lovecraft II. Rispetto al disco d'esordio è
avvertibile l'evoluzione del gruppo in particolar modo nella ricerca sonora
e stilistica all'interno dei brani, inoltre stavolta il disco è composto
principalmente da brani concepiti dal gruppo stesso a eccezione di un'incisiva
versione di High Flying Bird, già nel repertorio dei Jefferson
Airplane. Ora il clima generale delle canzoni è più fosco
ed introspettivo e le avvisaglie di sperimentazione percepibili nel primo
disco vengono messe pienamente in luce: At the Mountains of Madness
è perfettamente attinente all'allucinato racconto dello scrittore
di Providence, una pietra miliare della psichedelia americana e allo stesso
tempo un'estremo incubo fantascientifico difficilmente confrontabile con
quanto prodotto da altre bands contemporanee. Spin, Spin, Spin,
It's About Time e Keeper of the Keys invece mettono in risalto
la vena operistica e orchestrale del gruppo, una tendenza già espressa
con The White Ship anche se l'incanto favolistico è praticamente
disperso, i paesaggi sonori ora sono decisamente più tetri e severi.
Altre due escursioni nell'elettronica sono Electrollentando, una
lunga ballata lisergica free-form e i vocalizzi alieni della breve
Nothing's Boy, mentre con la capricciosa ballata Mobius Trip
le parti vocali del brano vengono dissolte come fossero risucchiate verso
le stelle dello spazio. La leggenda vuole che gli HPL fossero costantemente
in acido durante le registrazioni del loro secondo lp: vero o falso che
sia (la stessa copertina però potrebbe rivelare molte cose...) il
risultato è decisamente al di là del pop-rock d'epoca,
soprattutto per quanto riguarda il lavoro svolto dal tastierista Dave
Michaels, un lavoro il suo concentrato più sull'elaborazione
dei suoni dello strumento che sugli aspetti solistici. Nonostante le discrete
vendite però dissapori interni e una certa stanchezza minano definitivamente
l'esistenza del gruppo, anche se, in maniera del tutto scellerata, il batterista
Michael Tegza ha tentato successivamente di riappropriarsi del nome
pubblicando alcuni titoli di valore assolutamente relativo. L'ultima ristampa
in cd più recente (e presubilmente facile da rintracciare) dei due
lp degli HPL è quella operata dalla Collectors'Choice Music,
due lp in un'unico cd, invece è da segnalare un concerto degli HPL
pubblicato su cd nel 1994, Live May 11, 1968, di qualità più
che accettabile.
© Giovanni Carta 2003 - per gentile concessione dell'autore
