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"Un breve e lacerante viaggio tra i morti del rock. Uomini simili a fiammate, bramosi di consumarsi per essere certi di esistere, musicisti inquieti che, per amore dell'altezza, hanno sperimentato la vertigine, salendo un Olimpo per nulla sereno, un monte avvolto da fumi velenosi, su cui si puo' essere divini solo a patto di esibire la propria mortalita. Hanno cercato la gloria nella ferita, nel sangue che non si raggruma. E hanno finito per chiedere ricovero al'inferno. Duro, durissimo il testo, che indaga in un mondo da incubo come se l'incubo - con la sua violenza, la sua realta', fosse una via privilegiata per la conoscenza. Parole come pugnali che squartano, parole come ventri squartati. parole in lotta contro la banalita' del vivere e del morire, contro la banalita' del dire, eppure concrete, dirette, materiali. E un'interpretazione dolorosamente ironica, persino disincantata. Gesti essenziali, voce sospesa tra il gusto e il disgusto dell'atroce verita'. Un'interpretazione capace di richiamare dal regno delle ombre, con crudele leggerezza, figure modernamente tragiche, insoddisfatte, romanticamente bruciate troppo presto per avere preteso da se stesse la leggenda."

Alessandro Quattrone (da "Il Corriere di Como", dicembre 1997)

"Una formula sospesa tra il monologo e la rock opera, per richiamare in scena i morti del rock. Una Spoon River musicale."

(da "Torino Sette" - La Stampa, dicembre 1998)

"E' un viaggio funerario, un giro per cimiteri ospitanti lapidi e anime di personaggi che il rock l'hanno vissuto sino all'inferno e ritorno."

(Tiziana Platzer, da La Stampa, maggio 1998)


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