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Renaissance
"The Death Of Art" (Shiver Rec. 1994)
di Giovanni Carta
Immagino che i Renaissance di cui vi sto scrivendo siano quantomeno
sconosciuti e ignorati dalla maggior parte del pubblico metal, probabile,
del resto aver inciso per un etichetta alquanto sfigata come la Shiver
sicuramente non deve aver giovato in termini di visibilità o supporto.
Ma andiamo
con ordine: i Renaissance erano il progetto di due musicisti belgi, Chriss
Ons e Santiago Janssens, totalmente persi per il death-doom
(siamo attorno la fine degli '80-inizio anni '90) di gruppi come Celtic
Frost, Paradise Lost, Coroner... eppure rispetto ai molti metal-kids
desiderosi di seguire in maniera del tutto emulativa le gesta dei propri
beniamini, i due belgi avevano ben altro per la testa, qualcosa di molto
più ambizioso. Nell'agosto del 1992 i Renaissance riusciranno
a registrare il demotape Archway, di fatto una delle primissime
suite metal costruite su un impianto vocale e sonoro tipicamente death
e dalla durata di ben 30 minuti. La suite si snoda in cinque capitoli
attraverso uno scenario post-apocalittico d'alienazione e oppressione
tecnologica: per tutta la sua durata la musica mantiene un minaccioso
profilo ritmico incalzante che, senza escludere improvvise accelerazioni,
in genere tende a rallentare il suo svolgimento in maniera claustrofobica,
gli inserti di tastiera suggeriscono come non mai desolazione e angoscia
mentre le maniacali parti vocali di Santiago sembrano provenire direttamente
da qualche oscura latrina. In realtà Archway verrà
pubblicata solamente due anni dopo, proprio in quello che si può
definire l'esordio discografico vero e proprio dei Renaissance, The
Death Of Art.
Il panorama musicale, almeno in ambito hard'n'heavy, era già stato
scosso dal successo commerciale di gruppi, definiti "prog-metal",
come Dream Theater e simili... e a un certo punto sembrava si fosse ridestata
l'attenzione verso quello che in genere si definisce prog-rock. The
Death Of Art si può quindi definire come la risposta dei Renaissance
verso certe tendenze "ibride" allora molto in voga. A parte
"Archway" opportunamente rimasterizzata per essere inclusa nel
disco, The Death Of Art è la nuova composizione, ancora
più lunga della precedente suite, questa volta si raggiungono i
quaranta minuti, ed idealmente diversa nella forma come nei contenuti.
Se "Archway" mantiene una struttura monolitica T.D.A. allarga
ulteriormente il raggio delle soluzioni musicali e delle contaminazioni
tanto da apparire quasi schizofrenica nella sua struttura sperimentale:
le influenze che scorrono durante il brano sono molteplici, imprevedibili
anche se a dire il vero il metal brutale degli esordi è ormai quasi
un ricordo a favore di un maggior virtuosismo nelle parti strumentali
(penalizzate però dall'utilizzo di una drum-machine); rimane il
fatto che in quaranta minuti la maggior parte dei sottogeneri metal vengono
presi e rimescolati fra loro senza alcun pudore, con l'unico possibile
problema di risultare un attimo dispersivi e privi di senso per gli ascoltatori
meno preparati. Tanto estro creativo, pur con i suoi squilibri e difetti,
evidentemente non è bastato a mantenere vivo un gruppo fuori dagli
schemi come i Renaissance, o forse più realisticamente vien da
pensare che una simile proposta musicale non era proprio l'ideale per
poter sopravvivere nel caotico mercato discografico metal...mah! Per saperne
di più consiglio di visitare il sito ufficiale del gruppo.
© Giovanni Carta 2002 - per gentile concessione dell'autore
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The
Rock and Horror Encyclopedia © 1999-2003 Stefano Marzorati
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