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IL DISCO: “We fuckin’ love this Country!”… Michael Stipe si lascia
scappare questa dichiarazione prima di intonare l’ultimo brano in scaletta,
quel “It’s the End of the World as we Know it (and I feel Fine)”, ormai
da tempo scatenata e festosa chiusura di ogni concerto dei R.E.M.
Una dichiarazione, quella di un particolare affetto per l’Italia,
che Michael, Peter Buck e Mike Mills ribadiscono ogni volta che mettono
piede da queste parti. Affetto ricambiato, ovviamente, se si pensa al
calore con il quale vengono sempre accolti dai fans italiani. Basti pensare
all’ultimo loro concerto, quello bolognese del luglio ’99 durante
l’Up Tour, trasformato in una festa di musica, con gli spalti di
un intero stadio a fare la “Ola” e 30,000 persone che saltano
incitate da un estasiato Michael. Un tour rigenerante, quello dell’estate
’99, reduci dall’abbandono del batterista Bill Berry avvenuto
quasi due anni prima, all’inizio della lavorazione di un album molto
sofferto, “Up”, appunto, che aveva portato tensioni tali da
paventare uno scioglimento del gruppo.
I tre lo ammettono adesso: quello durante il quale è stato concepito
“Up” è stato un periodo orribile, le comunicazioni erano
interrotte, fare finta di niente per non scannarsi a vicenda era servito
soltanto a logorare i rapporti interni. Il tutto si è aggiustato
all’inizio del tour promozionale: “Ci siamo seduti attorno a
un tavolo e abbiamo parlato, parlato, parlato…”, ricorda Michael.
Forse era logico che un album di svolta come “Up” dovesse essere
sofferto, fatto sta che le “tre gambe rimaste”al cane R.E.M.
(immagine di Michael) proprio da lì sono potute ripartire come
una nuova band. Sono loro stessi ad ammettere ora come l’assenza
di un batterista fisso sia stata, per certi versi, addirittura liberatoria,
visto che ha permesso loro di sperimentare sul modo di comporre musica
e di portare avanti il discorso iniziato ormai 21 anni fa ad Athens, in
Georgia, seguendo parametri completamente inediti (o non seguendone affatto).
Il
tour seguito all’uscita di “Up” ha visto anche l’affiancarsi
di musicisti ormai diventati praticamente complementari ai tre di Athens:
il batterista Joey Waronker (già con Beck) e i polistrumentisti
Scott McCaughey (Minus 5, Young Fresh Fellows) e Ken Stringfellow
(Posies). La coesione fra i sei è forte e appare naturale che
il passo successivo sia portare questa “band” in studio per
il nuovo disco. E’ Peter Buck a dichiararlo: “Ci sentiamo come
una band e in studio abbiamo voluto il più possibile suonare tutti
insieme, per fare uscire proprio quello che aveva funzionato dal vivo
sul palco”. E Mike Mills aggiunge: “Nessuno mai sostituirà
Bill Berry, ma Joey è ormai il nostro batterista” (e basta
vedere dal vivo le invenzioni ritmiche di Waronker sui nuovi pezzi per
rendersene immediatamente conto).
Ecco dunque "Reveal”, più di un anno di lavoro
tra Canada (Vancouver), Irlanda (Dublino), un salto nello studio di casa
ad Athens e i mixaggi a Miami, negli studi che avevano già visto
prendere forma definitiva due album tanto diversi quanto importanti per
la band (“Automatic for the people” nel ’92 e “Monster”
nel ’94).
“Reveal” è nato “con tranquillità”…
“Questa volta abbiamo deciso – sono le parole di Peter –
di non darci dei tempi fissi. L’album sarebbe stato pronto una volta
finito”. Un clima rilassato che ha permesso di sperimentare sui suoni
insieme al produttore Pat McCarthy (già alla consolle in “Up”)
e all’ingegnere del suono Jamie Candiloro (che aveva collaborato
alla colonna sonora di “Man on the Moon”); e soprattutto che
ha permesso a Stipe di aggirare il “blocco dello scrittore”
che lo aveva condizionato ai tempi di “Up”.
I Nostri definiscono “Reveal” un disco “estivo” e
l’atmosfera che vi aleggia è proprio quella: un afoso pomeriggio
d’estate con la sua atmosfera “ferma”,
il calore sul corpo, la stanchezza di una giornata al sole, la voglia
di lasciarsi trasportare. Lo si evince da alcuni brani che già
dal titolo rimandano a una “endless summer” alla Beach Boys
(e si sa che Brian Wilson, soprattutto quello di “Pet Sounds”
è nel cuore di Peter e Mike): bastano i titoli di brani come “Summer
Turns to High” o “Beachball”. Ma le atmosfere si respirano
anche nelle melodie di “Beat a drum”.
Nel
disco quello che risalta maggiormente sono le sperimentazioni sonore che
permettono a ballate, in cui il marchio distintivo R.E.M. è perfettamente
identificabile, di spingersi più avanti, di volare in territori
inesplorati. Alle costruzioni studiatissime quanto avvolgenti di chitarre
e tastiere si uniscono e si sovrappongono quindi suoni provenienti da
chissà dove, ammalianti e struggenti.
E su tutto spicca la voce di Michael Stipe, mai così impegnato
a ricercare melodie tanto immediate quanto evocative.
Sì, perché in fondo il lavoro certosino e maniacale ha uno
scopo ben preciso: sviluppare lo stile R.E.M. che è la “semplicità”,
ciò che di più lontano vi può essere dall’artificio
di un lavoro a tavolino: c’è anima in queste canzoni, e c’è
respiro, immediatezza e profondità.
Ecco quindi l’apertura Fripp/Eno style con “The Lifting”;
un suono completamente elettronico per “I’ve Been High”
sul quale Stipe costruisce una estatica trama melodica; le immagini evocate
dalla chitarra di “All the Way to Reno (You’re Gonna Be a Star”),
una triste canzone di disillusioni; e poi ancora il suono notturno di
“Saturn return”, un viaggio siderale nelle profondità
dell’anima; e i bellissimi fraseggi della chitarra “alla Buck”
in “She Jjust Wants to Be”, “Disappear” e “Chorus
and the Ring”. E non manca la canzone “alla R.E.M.”, orecchiabile
e sincera, che fa felici pubblico e casa discografica, l’ovvio primo
singolo “Imitation of life”; nonché la ballata che va
dritta al cuore: “I’ll Take the Rain”…
Difficile parlare di un disco così senza averlo fatto suonare diverse
volte sul lettore CD. Posso però già riportarne una sensazione
dai vari ascolti al computer (ormai quale disco non è rintracciabile
per intero su internet almeno un mese prima della sua uscita?), ma soprattutto
dall’ascolto di alcuni brani dal vivo.
L’occasione è stata il concerto promozionale per MTV Sonic,
riservata a un ristretto pubblico di fans, lo scorso 2 maggio a
Milano (il concerto andrà in onda alla fine del mese).
IL CONCERTO:
I brani, nella versione live, sono ovviamente più veloci e “mossi” rispetto
all’album, e hanno una dimensione tutta loro. “The lifting” e “She just
wants to be”, già presentati in anteprima a “Rock in Rio” a gennaio, per
esempio, suonano quasi come brani rock; “Imitation of life” entusiasma
com’è ovvio; “All the way to Reno” (che sarà il prossimo singolo, eseguita
due volte al concerto per “motivi tecnici” legati alla ripresa televisiva,
spiega Stipe) sarà l’ideale canzone della prossima estate.
Ma soprattutto
risaltano la bellezza della dolce “I’ve been high” e di
“I’ll take the rain”, una stupenda ballata, quest’ultima,
che rimanda alle punte più alte di “Automatic for the people”.
Il concerto di Milano davanti ai “loro” fans festanti (gli iscritti
al Fan Club ufficiale di Athens – www.remhq.com
- , che in Italia sembrano essere non pochi) è lungo (quasi due
ore, con 17 brani in scaletta) e coinvolgente.
La star della serata è, ovviamente, Michael Stipe, al quale Peter
Buck e Mike Mills lasciano (e stavolta mi sembra anche più del
solito) il ruolo di carismatico protagonista. Mike si limita a sorridere
tutto il tempo e ad ammiccare al lato di pubblico che ha vicino, mentre
Peter rimane tranquillo e concentrato sulle sue chitarre, salvo ogni tanto,
com’è sua abitudine, scatenarsi in inaspettati “balzi”
da rocker. A un certo punto per lui si leva un coro di “PETER…PETER…”
che
sembra interminabile (sembra tanto uno stringersi affettuoso attorno al
chitarrista arrestato a Londra per “comportamento aggressivo”
sull’aereo che lo portava nel continente, del quale Buck dovrà
rispondere davanti a una corte inglese fra un mese). Peter si limita a
ringraziare annuendo un po’ schivo e poi ad allungare la mano quasi
a volere timidamente dire “dai, ragazzi, basta così…”.
Michael, invece, fa il contrario, continuando a incitare ed eccitare il
pubblico, ammiccando, danzando, sorridendo, lanciando dopo ogni brano
il foglio con il testo della canzone a mo’ di lanciatore di baseball…
una “Imitation of (a rock star) life” che gli riesce benissimo.
E dopo due ore arriva l’ultimo fatidico brano e la fatidica dichiarazione
d’amore per l’Italia. L’unico rammarico è che i
tre abbiano deciso di non intraprendere un vero e proprio tour, quindi
forse non li rivedremo tanto presto.
Per il momento, l’11 maggio uscirà “Reveal”, che
TUTTI dicono sarà un successo, dopo le deludenti vendite di “Up”
e “New adventures in hi-fi”, che pure erano due capolavori.
Sarà veramente così? Ma è poi veramente importante
scalare charts piene di boyband e simili? Il contratto dei R.E.M. con
la Warner Bros dà loro completo controllo artistico sul proprio
lavoro. Finché sarà così, finché i tre “ragazzi
di Athens” potranno continuare a fare la LORO musica senza condizionamenti
un, seppure piacevole, numero 1 in classifica è assolutamente insignificante!
testi di Michele
Masiero - foto di Cristina Pajalunga
Ecco
la setlist completa del concerto per MTV Sonic (immagino che, purtroppo,
in tv ne vedremo molto ma molto meno).
IMITATION
OF LIFE
THE GREAT BEYOND
WHAT’S THE FREQUENCY KENNETH?
ALL THE WAY TO RENO (YOU’RE GONNA BE A STAR)
DAYSLEEPER / I’VE
BEEN HIGH
ELECTROLITE
THE LIFTING
AT MY MOST BEAUTIFUL
I’LL TAKE THE RAIN
THE ONE I LOVE
SHE JUST WANTS TO BE
WALK UNAFRAID
LOSING MY RELIGION
MAN ON THE MOON
SO. CENTRAL RAIN
IT’S THE END OF THE WORLD AS WE KNOW IT (AND I FEEL FINE)
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