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DEATH IN JUNE – “ALL PIGS MUST DIE” (Leprosy/Tesco)
Prima di affrontare la recensione di questo nuovo lavoro di Death In June, nome che non ha di certo bisogno di presentazioni, è d’obbligo avere ben chiara una pagina della storia recente di questo progetto albionico, e per essere più precisi quella riguardante la diatriba con la nota etichetta/distribuzione inglese World Serpent: pare infatti che la WS non abbia retribuito il signor Douglas Pearce (mente e motore di DIJ) di buona parte delle royalties accumulate dalla continua ristampa e vendita dei suoi dischi negli ultimi cinque anni, cosa che ha fatto ovviamente infuriare il nostro… da qui la decisione di abbandonare la Wold Serpent per passare alla teutonica Tesco (la quale sta licenziando ex-novo le ristampe del catalogo Death In June con rinnovata veste grafica), di rivolgersi ad avvocati per procedere legalmente e, infine, di sfogare pubblicamente la propria frustrazione incidendo un concept-album dal titolo emblematico: “Tutti i porci devono morire”. Purtroppo, però, non tutte le ciambelle riescono col buco: già a partire dall’orrenda copertina (un Douglas abbigliato con la consueta tenuta mimetica intento a scannare tre maiali antropomorfi di cartapesta) si intuisce infatti che non ci troviamo di fronte ad un normale LP di Death In June, e se inizialmente la musica pare smentirci, proponendo un folk-noir molto simile a quello di album come “Rose clouds of Holocaust” o “But, what ends when the symbols shatter”, basta un attento ascolto delle liriche per farci sprofondare nel baratro della delusione! Dove sono finiti i testi criptici, caustici e mai banali che hanno da sempre caratterizzato il songwriting di Douglas P.? Qui ogni singola strofa è una più che esplicita invettiva diretta alla World Serpent, e tra un “pagami, porco” ed un “crepa, porco” ogni due righe, ci si inizia a domandare quanto questo disco possa essere considerato un’opera d’arte o quanto una presa in giro… la sensazione non migliora proseguendo nell’ascolto del LP, che nonostante l’apporto di Andreas Ritter (della grande band tedesca Forseti, una delle migliori in giro attualmente in ambito neofolk) e del ben noto Boyd Rice si mantiene su standard qualitativi abbastanza mediocri, risultando si gradevole, ma senza stupire. Le cose peggiorano ulteriormente quando si gira il disco: il lato B presenta infatti delle alternate-versions dei pezzi del lato A, rivisti in un’ottica che sa molto di industrial prima maniera, ma che a mio parere riesce a far crollare definitivamente un lavoro che già si reggeva a malapena sulle sue gambe. L’unico episodio notevole di tutto il lotto è “The enemy within”, una folk-song decisamente ispirata che si allontana parzialmente dalle tematiche del resto dell’album per trattare un altro problema che sta molto a cuore a Mr. Pearce (ovvero la pesante censura di cui è oggetto in Germania a causa della sua ben nota ambiguità nell’utilizzo di certe soluzioni estetiche), ma questo non basta a risollevare le sorti di un lavoro concepito male e partorito peggio. Se siete dei fan di Death In June probabilmente avrete già comprato questo disco (e magari lo avrete pure apprezzato, abbagliati dal vinile rosa limitato a 2000 copie), ma se non avete mai ascoltato nulla di questo gruppo il consiglio è di iniziare da qualche altra parte, magari proprio da una delle recenti ristampe uscite per la Tesco. Io, dal canto mio, dopo aver speso i miei sudati soldini per un disco come questo, non posso fare a meno di interrogarmi su una cosa: i maiali devono morire, certo, ma da quale delle due parti stanno?

SLOGUN – “FAIR GAME” (Blade/Eibon)
Esce come coproduzione tra due etichette italiane (le milanesi Blade Records ed Eibon Records) questo ultimo, ennesimo lavoro del newyorchese John Balistreri, meglio conosciuto come Slogun e rappresentante di punta della scuola Power Electronics americana. Le tematiche True-Crime, che sono il vero e proprio marchio di fabbrica di John e che caratterizzano completamente il suo lavoro (a partire dai testi e dall’artwork sino all’output sonoro) sono qui analizzate ancora più in profondità rispetto al solito: vengono infatti evidenziati, tra le altre cose, i deliri di onnipotenza dei killer (“At night”), le loro manie compulsive (“By cut and by knife”), la loro distorta volontà di rivalsa (“It will come”) e lo sforzo inutile per tenere a bada la bestia che si agita dentro di loro (come nel delirio schizofrenico della conclusiva ed inquietante “Self”). Questo viaggio nella mente di un serial killer è accompagnato da bordate di rumore bianco e mura di distorsioni, voci filtrate che gridano e sussurrano, campionamenti… in una parola sola: violenza. Violenza sonora, ovviamente, senza compromessi o pause. Violenza che racconta violenza, disagio, malattia, terrore, trionfo… non c’è spazio per la melodia o la morbidezza nei lavori di Slogun, tutto è duro, tagliente, spigoloso. Le mura di feedback create elettronicamente crollano addosso all’ascoltatore, lasciandolo senza fiato e paralizzato per tutti i 58 minuti del disco, inerte di fronte alle tragedie che si consumano davanti a lui come una vittima prigioniera di un pazzo, di “un prodotto delle vostre miserabili vite” (dall’isterica “Somebody’s husband somebody’s son”, probabilmente il brano migliore di tutto il lavoro). Se pensate di riuscite a reggerlo, fatelo vostro a tutti i costi!

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