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I
DON'T WANNA GROW UP - CRESCITA A TEMPO DI ROCK'N'ROLL/seconda
parte
di
Emilio Varrà
La grande scommessa del rock è stata, ed è tuttora,
quella di bruciare il tempo negandolo, e di farlo, paradossalmente,
attraverso la musica, arte temporale per eccellenza. L'essenzialità,
la secchezza e l'energia di quei "tre accordi " diventano
fondamentali: sono come la polvere di Campanellino, devono
far volare e portano dritto dritto sull'Isola che non c'è.
E tutto deve essere fatto in fretta prima che tornino a casa
i genitori, o prima di scoprirci genitori a nostra volta: La
gente ci dà addosso/solo perchè ci siamo. Quello
che fanno loro mi fa rabbrividire/prima di essere vecchio spero
di morire (The Who, My Generation, 1965). Quella
del tempo è una vera ossessione, un tema presente sia
nella velocità dell'esecuzione musicale, sia nei testi.
Già agli albori, uno dei primi successi di Bill Haley
aveva un orologio come protagonista, a scandire i tempi di un
ballo che è anche una stagione della vita: "Se
alle due, o alle tre, non importa a che ora,/l'orchestrina rallenta,
noi urleremo 'Ancora!'/Rock a tutte le ore, questa notte/ ancoa
rock, e rock fino al mattino/rock a tutte le ore questa notte"
(Bill Haley and His Comets, Rock Around the Clock, 1955).
Carl Perkins inizia la sua più celebre canzone,
uscita l'anno successivo, con un'altra numerazione: "Allora:
uno i soldi, due la scena, tre stare pronti e adesso vai!"
(Carl Perkins, Blue Suede Shoes, 1956). Si tratta
certamente di uno strumento per accentuare il ritmo, ma c'è
anche l'impressione di una preoccupazione
più profonda, di una oscura consapevolezza del fatto
che
la magia duri solo
E' solo l'urgenza della musica e la piena identificazione
con essa che può decidere per sempre del nostro destino
di Peter Pan o di vecchi pirati...
per il tempo di una canzone e che "quando la musica
è finita" (The Doors, When the Music's
Over, 1967), è finito tutto davvero. Orologi, numerazioni,
culto della velocità ("Beh, Sally la spilungona,
è fatta per la velocità", Little Richard,
Long Tall Sally, 1956) sono tutti sintomi di un'aspirazione
ad annullare il tempo e, contemporaneamente, di una condanna
non troppo diversa da quella del minaccioso ticchettio che perseguita
Capitan Uncino. E' solo l'urgenza della musica e la piena
identificazione con essa che può decidere per sempre
del nostro destino di Peter Pan o di vecchi pirati.
L'utopia rock è proprio quella di affermare una temporalità
che viene annullata mentre è perentoriamente scandita:
"La cultura popolare si sviluppa dunque in pop culture,
nel senso in cui quest'espressione cominciò ad essere
usata a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta,
lavorando a più livelli sull'abolizione dell'idea di
futuro. Si afferma da subito un'estetica modulare, che fa leva
sugli elementi della serialità e della ripetizione. Il
tempo appare contemporaneamente fluido e terminale, fisso e
in movimento. Paul Virilio, nella sua Estetica della
sparizione, profetizza il passaggio dal tempo concepito
come estensione, progressione e sviluppo, a un tempo intensivo,
fatto di tante momentaneità senza storia agite da identità
parziali, da ego ridotti. E' evidente che il transito dall'una
all'altra idea di tempo non potrà non incidere sulla
concezione delle opere pittoriche, musicali, poetiche".
I "tre accordi" con cui abbiamo iniziato il nostro
discorso sono una chiara espressione di "tempo intensivo":
si tratta di vivere pochi attimi come eterni e per far ciò
bisogna liberarli dalla sequenza dei precedenti e successivi.
Ogni singolo suono, ogni gesto, ogni assolo acquisisce un valore
assoluto, autoconclusivo, quasi trascendente: tutto è
in pochissime note, non valgono attese o temporeggiamenti. Non
è un caso che la cellula primaria del rock, da Elvis
ai Nirvana, sia il riff, una successione limitata di
note che subito rende riconoscibile un brano, come uno slogan,
e in questo modo lo fissa, e quasi lo eterna, limitandosi ad
una cumulazione o a una circolarità senza variazioni
delle stesse frasi musicali. Questa assenza di sviluppo, questa
elementarità, pur con le dovute e numerose eccezioni,
è stata spesso criticata, non considerata come un'esigenza
insieme strutturale e ideologica coerente, ma come il sintomo
di una musica che ha scarso valore culturale, ha un puro interesse
commerciale, o sfrutta il bisogno di miti degli adolescenti.
Inutile discutere con i vecchi pirati, che in Peter Pan non
vedono il divino fanciullo, ma un ragazzino senza possibilità
di sviluppo.
(torna alla prima parte >>)
© Emilio Varrà 2002 - per gentile concessione
dell'autore
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